L’arresto di Karadzič

Lo hanno arrestato in Serbia, dove viveva tranquillamente esercitando la professione medica. Radovan Karadzič era uno psichiatra, prima della disgregazione della Jugoslavija. Nato in Crna Gora (Montenegro) si era trasferito a Sarajevo per effettuare gli studi di psichiatria. Proveniente da una famiglia di tradizione nazionalista (il padre era un cetnico) Karadzič prese parte alla fondazione della Srpska Demokratska Stranka (Partito Democratico Serbo) che dal 1989, alla vigilia del crollo della Jugoslavija, aveva come scopo la difesa degli interessi serbi nell’ambito della Repubblica di Bosna i Hercegovina. Quando, il 3 marzo 1992, gli abitanti della Bosnia Erzegovina di religione musulmana e quelli di etnia croata votarono in un referendum l’indipendenza dalla Jugoslavia la situazione precipitò. I serbi di Bosnia rifiutarono di riconoscere la validità del referendum e proclamarono in parte del territorio della Bosnia Erzegovina la Repubblica Serba, di cui Radovan Karadzič divenne presidente. E’ difficile muoversi nell’intrico delle storie balcaniche, dove etnie si mescolano in un mosaico fatto di unità e divisioni, di scontri e sinergie che appaiono assurdi se visti dall’esterno.
Ciò che seguì alla rottura in Bosnia è una delle pagine più cupe della storia europea. Sicuramente quella più drammatica dopo la fine della II Guerra Mondiale. Buona parte del territorio della ex Jugoslavia venne scosso da una guerra, o meglio una serie di guerre, che dilaniarono il suo tessuto economico, sociale e politico, fra stermini, deportazioni di massa, torture ed ogni genere di orrore.
Radovan Karadzič era presidente della Republika Srpska e comandante in capo dell’esercito serbo bosniaco. E’ difficile, nel pantano della guerra di Bosnia, fare una classifica dei crimini e dei criminali, così come è impossibile essere obiettivi ed indicare quali fossero i buoni e chi i cattivi. Certo è che migliaia di civili inermi vennero trucidati, ed i morti non sono né cristiani, né musulmani, né croati, né serbi. Sono solo morti, vite spezzate con ferocia da mani forti che impugnavano i Kalaznikov rispondendo a spinte incomprensibili ed obbedendo ad ordini di menti malate. Indubbiamente Karadzič era una di queste menti distorte e malate. C’è qualcosa di paradossale nella follia di uno psichiatra, ma non fa sicuramente sorridere, perché quando si parla di Bosnia (e di Croazia e di Kosovo e di tutte le altre guerre) non si può fare a meno di ricordare. Le poche immagini che le televisioni occidentali ci passavano mostravano orrori che impallidiscono di fronte alla realtà. Non ho avuto la fortuna di visitare la Bosna i Hercegovina, ma parlando con chi c’è stato ho la sensazione che l’aria laggiù abbia l’odore della morte e della pazzia.
Uno scrittore che adoro, Ivo Andrič, ha scritto pagine importanti sulla Bosnia Erzegovina. Chi vuole capire quello che è successo penso troverà un valido punto di partenza in “Il ponte sulla Drina” (Na Drini ćuprija) un monumentale incontro fra il romanzo ed il saggio storico. Ma più di ogni altra pagina è illuminante un racconto di Andrič il cui titolo in italiano è tradotto con “Lettera del 1920”. Andrič morì nel 1975, quando il potere di Tito era saldo, la Jugoslavia non mostrava evidenti le crepe del disfacimento, ma nel suo racconto fa dire ad uno dei personaggi “la Bosnia è la terra dell’odio”.
Per gli affrettati lettori italiani, che generalmente non spingono lo sguardo oltre l’Adriatico, basta ricordare una data: 11 luglio 1995. Sono passati solo tredici anni. Quel giorno le truppe della Republika Srpska, dei serbi di Bosnia, entrarono nella zona protetta di Srebrenica e dettero inizio al massacro di migliaia di musulmani bosniaci. Il numero ufficiale di morti è 7800. I Caschi Blu della Nazioni Unite rimasero a guardare, la comunità internazionale non mosse un dito per impedire il massacro, ma quelle truppe, agli ordini del generale Radko Mladič, erano indubbiamente sottoposte all’autorità di Radovan Karadzič.
Per il massacro di Srebrenica il Tribunale Internazionale dell’Aja spiccò un mandato di cattura a carico di Karadzič e Mladič, oltre che di altri criminali di guerra. Nell’elenco dei ricercati, dopo quella guerra, finirono sia serbi che croati e musulmani. Sembra che non ci sia stata una “parte buona”, ogni città o villaggio ha conosciuto crimini perpetrati da chiunque contro qualunque etnia o gruppo.
La latitanza di Karadzič è durata a lungo, grazie ad influenti protezioni se ne stava tranquillamente in Serbia, faceva il medico. Non sono state le Nazioni Unite ad arrestarlo, ma le forze di sicurezza serbe. La sua cattura e trasferimento a l’Aja era uno dei presupposti necessari per dare avvio al processo di ingresso della Serbia nell’Unione Europea. Stamane la UE fa sapere che molti passi sono già stati attivati, come premio per la cattura di Karadzič, altri verranno fatti se anche Mladič verrà catturato.
Dopo la lunga latitanza è legittimo supporre che il suo paese abbia deciso di vendere Karadzič in cambio degli enormi vantaggi che porterà l’entrata nell’UE. Che la Serbia debba entrare nell’Unione è fuori da ogni dubbio, non parliamo della deprecabile associazione della Turchia, ma di un paese europeo, inserito da sempre nei circuiti economici e culturali di una parte importante d’Europa, un tassello essenziale per l’unione dei popoli continentali. Lo stesso vale ovviamente per la Croazia, che viene tenuta a distanza per interessi di alcuni stati membri, in particolare della Slovenia. Gli ex jugoslavi non si amano, ma se un tempo trovarono la capacità di stare uniti grazie alla mano ferma e forte di Jozip Broz Tito, oggi troveranno ottime ragioni nell’economia. E così Karadzič, che probabilmente in cuor suo credeva di fare qualcosa di molto patriottico nell’ordinare e sostenere i massacri in Bosnia, oggi si può finalmente sacrificare per il suo paese, con grande vantaggio degli “amici” che l’hanno protetto fino a pochi giorni fa. E’ una storia balcanica, non possiamo pretendere di capirla.

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