Bologna e le verità multiple

Francesco Cossiga estrae nuovamente dal cilindro ipotesi alternative sulla strage di Bologna. Il 2 agosto del 1980 alle ore 10:25 una bomba ad orologeria esplose nella sala d’attesa di II Classe della stazione ferroviaria di Bologna. Morirono 85 persone ed oltre 200 rimasero ferite.
La strage si inquadra nella così detta “strategia della tensione”. Diverse stragi, avvenute in Italia fra il 1969 (Piazza Fontan) ed il 1984 (Rapido 904), vengoni interpretate come episodi di un progetto volto a destabilizzare i processi democratici della Repubblica Italiana, col fine ultimo di giustificare l’instaurazione di un regime di tipo totalitario.
Per la strage di Bologna vennero indagati numerosi appartenenti a gruppi di estrema destra. Come nel caso delle altre stragi, le indagini si protrassero a lungo ed il procedimento giudiziario si concluse solo nel 1995, con la sentenza definitiva in Cassazione che condannò all’ergastolo Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, componenti dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), formazione terroristica neofascista. Un terzo componente dei NAR, Luigi Ciavardini, viene accusato di essere esecutore materiale della strage insieme a Fioravanti e Mambro, ma il suo percorso giudiziario è addirittura più complesso.
L’Onorevole Francesco Cossiga, attualmente Senatore a vita, ricopriva la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri all’epoca della strage. Il Governo assunse immediatamente una posizione che negava l’esistenza stessa di un attentato. Nelle prime ore venne sostenuta infatti l’ipotesi di un incidente, dovuto all’esplosione di una caldaia. Si trattava invece dell’effetto di 25 kg di esplosivo, una miscela di tritolo, T4 e gelatina di nitroglicerina. La tecnica adottata e l’esplosivo impiegato non erano sicuramente indizi di un’improvvisazione. Chi aveva organizzato ed eseguito la strage aveva un buona preparazione di tipo militare. Di fronte alle evidenze processuali, nonostante i depistaggi e le lungaggini, Cossiga continuò a non accettare la tesi dell’attentato neofascista. Sebbene avesse chiaramente classificato in questo modo la strage, nei giorni immediatamente successivi ad essa, all’epoca della sua Presidenza della Repubblica propose una nuova ipotesi: la pista palestinese. La valigetta non sarebbe stata piazzata nella sala d’attesa da Fioravanti e Mambro, ma da terroristi palestinesi.
In Italia è sfortunatamente normale che le stragi non vengano mai chiarite. Fioravanti e Mambro sono stati condannati all’ergastolo, come esecutori materiali, ma non sono stati individuati i mandanti. Mancano informazioni sui collegamenti, su chi ha realmente fornito l’esplosivo e dato addestramento agli esecutori. Nel corso del processo per la strage di Bologna sono stati condannati per depistaggio delle indagini Licio Gelli (ex capo della P2), Francesco Pazienza (agente SISMI), Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte (ufficiali SISMI), Federigo Mannucci Benincasa (Direttore SISMI di Firenze), Massimo Carminati e Ivano Bongiovanni (militanti di destra).
Dagli elementi emersi, e dalle dichiarazioni del Senatore Cossiga, sembra che il quadro sia sconfortante. Un gruppo terrorista di estrema destra realizzò una strage per destabilizzare la democrazia in Italia, mentre ufficiali dello Stato tentavano di indirizzare le indagini e l’opinione pubblica in tutt’altra direzione. A quanto pare il Senatore Cossiga, che ha avuto l’alta responsabilità della Presidenza del Consiglio dei Ministri e quella della Repubblica, intende inserire il suo nome fra coloro che negano le risultanze delle indagini e dei processi.
Come tutti gli italiani non ho la facoltà di conoscere la verità, sulla strage di Bologna, così come su tutte le altre stragi avvenute, da Piazza Fontana al Rapido 904, passando per l’aereo di Ustica, ma ho netta la sensazione che le cose continuino a non funzionare a dovere. Questo Paese ha un problema, l’incapacità di essere seri, conclusivi e consecutivi. Fortunatamente, a Bologna, il Ministro Rotondi, persona politicamente schierata a destra, ha ribadito che l’Italia deve considerare come verità unificante quella emersa dal processo. Essere uniti è importante, certo è che Fioravanti e Mambro sarebbero in carcere comunque, per altri reati, forse sono stati scelti come capri espiatori per coprire altri, forse la verità non è quella processuale, ma di una cosa possiamo stare certi: se per depistare si sono mossi in tanti, significa che la verità non è per nulla comoda per coloro che volevano riportare l’Italia verso la dittatura. Ci dovremo rassegnare? Nemmeno questo è chiaro, l’Italia è un paese piccolo ma complicato, dove si sono scontrati ed alleati in modi apparentemente assurdi gruppi di persone mosse dal semplice desiderio di assumere potere. Noi cittadini non siamo neppure pedine, solo una scacchiera calpestata.

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