Appunti di viaggio – 20080804

A volte non tornano

Giornali, radio e televisioni si sono lanciati ancora una volta su un ricco pasto di tragedie. Sono stufo di ascoltare e leggere solo notizie roboanti di drammi. A fare notizia è la raffica di incidenti sul K2, qualcuno dice che ci siano undici morti, altri dicono dodici. Cambia poco. A volte quelli che vanno in montagna non tornano.
Il giornale radio regionale del Friuli Venezia Giulia, detto comunemente “Il Gazzettino Giuliano”, ha riferito del ritrovamento dei resti di un uomo in Fleons. Il cane di un pastore ha trovato un teschio, vicino ad un cespuglio. Accanto ai resti dei vestiti stracciati, poco lontano uno zainetto. I Carabinieri hanno aperto lo zainetto e trovato i documenti di Oliver Molterer. Nessuno aveva più sue notizie da un anno, anche se non risulta che ne sia mai stata denunciata la scomparsa.
I Carabinieri hanno fatto delle ricerche attorno al luogo del ritrovamento, scoprendo una bicicletta. Una mountain bike. Probabilmente Oliver era salito sulla Giogaia di Fleons con la bici un anno fa, precipitando sul versante carnico. Nessuno aveva visto nulla. Uno dei tanti che non è tornato.
Ho conosciuto un paio di persone che non sono tornate più, ragazzi che sono precipitati mentre salivano sulle montagne. Con orrore di tutte le persone “sensate” e “perbene”, si sono spenti, giovani, in un ambiente che ai più appare ostile.
Ogni volta che qualcuno muore in montagna, decine di persone si preoccupano di gridare “montagna assassina”, poi ti guardano e ti danno dell’idiota, perché vai in montagna a rischiare la vita, quando non c’è nessuna necessità di andare in quei posti!
Già, sono molto più intelligenti loro, che rischiano la vita passando col rosso, o fumando sigarette dalla mattina alla sera, non sono mica stupidi quelli che si schiantano su un platano o crepano di infarto dopo una vita passata mangiando porcherie cariche di grasso che gli hanno otturato le vene, perché loro, per non rischiare, la domenica stanno a casa, sul divano, e sono sportivi perché smaniano come indemoniati per una squadra di calcio. Loro si che sono intelligenti.
La gente come me non lo è. Siamo stupidi, suicidi in un certo senso. Andiamo in montagna, e pensate un po’, ci andiamo con le nostre gambe! Mica con la funivia, o col fuoristrada. Proprio a piedi. E siamo ancora più cretini perché quando arriviamo ad un confortevole rifugio formato albergo di medio alta montagna, non ci fermiamo mica! Non restiamo lì per consumare un pranzo pantagruelico. Mica. Guardiamo con gola quelle lance di pietra scagliate verso il cielo da forze inconcepibili, i frammenti della Terra che si alzano sopra ogni cosa e si immergono nel blu. Abbiamo una voglia matta di salire.
Dall’altro lato, noi che frequentiamo la montagna sopra e sotto (perché i veri coglioni, come me, vanno anche in grotta), ci sentiamo terribilmente superiori rispetto alla marmaglia di gitanti domenicali che pascola a breve distanza dal parcheggio. Come la folla di disgraziati che paga 20 € per arrivare in auto ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. Venti Euro di pedaggio, per correre con l’auto su una ferita nel fianco delle Dolomiti che è uno degli scempi ambientali e paesaggistici più inaccettabili d’Italia. E l’Italia in fatto di porcherie si difende molto bene.

Sul K2 ci sono rimasti in tanti, questa volta ed in altre occasioni. Nel 1986 ci fu una sequenza di morti impressionanti, anche perché in quell’estate morirono sulla grande montagna Julie Tullis, compagna di Kurt Diemberger, e Renato Casarotto, fortissimo alpinista italiano. Il K2 non è una montagna facile, è grande, famoso, splendido, ma severo. L’impressione che ho è che si tratti della montagna più rognosa del Karakorum. Il Nanga Parbat dev’essere duro, anche perché è molto vicino alla pianura, ma il K2 è un gigante che si concede a fatica. E’ la montagna degli italiani, salita per la prima volta nel 1954. In vetta per primi Achille Compagnoni e Lino Lacedelli. Non due a caso.
Oggi puoi comprare una salita al K2, sui 13.000 € e ti portano su. O meglio, ti mettono a disposizione una spedizione, insieme ad altri aspiranti, durante la quale se sei capace, se sei allenato, se il tempo è buono, forse puoi arrivare in cima. E se sei ancora più allenato, capace e fortunato puoi anche tornare al campo base vivo.
Il problema è che quando uno sborsa 13mila Euro, nella nostra società, vuole avere in cambio il servizio per cui ha pagato. Gli hanno promesso la vetta del K2 e pretende di arrivarci. Così le spedizioni commerciali tirano la corda, fino ad un limite che sarebbe pericoloso per veri alpinisti d’alta montagna, o meglio per himalaisti. Questa gente ha comprato qualcosa e lo vuole, come se si potessero comprare cuore e gambe, ma sopra tutto cervello ed esperienza. Non si può. Ci sono cose che non si possono comprare col denaro. Per i dementi come me è un pensiero confortante.

Pare che fossero al Collo di Bottiglia verso le 18. Pazzesco. A quell’ora non dovresti essere in alto nemmeno sulle Alpi, figurarsi in Karakorum, oltre gli ottomila metri! Alla radio hanno intervistato Nives Meroi. Lei ha salito 10 montagne più alte di 8000 metri, è competente in materia. Ha detto che quando si è trovata nello stesso posto nella tarda mattinata (verso le 11) lei e Romano Benet (suo marito) hanno iniziato a chiedersi se non era il caso di girare i tacchi e scendere. Sette ore prima! Perché Meroi e Benet sanno andare in montagna, sanno affrontare i giganti da 8000 metri, e preferiscono tornare indietro piuttosto che restare lassù per sempre.
No, morire da idioti, come polli in batteria, è una fine schifosa. Che avvenga ad Udine o sul K2 cambia poco. Essere in fila al Collo di Bottiglia, o al banco dei salumi, suona in modo diverso, ma è una cazzata lo stesso.
Certi giorni penso che la vita sia una schifezza. Non so perché sono qui, non capisco che senso abbia esistere, non mi piace il mondo in cui vivo, mi fa schifo il mio lavoro, sono irritato dai rapporti umani, arrivo persino a maltrattare chi mi ama, come se avesse colpa. Sono scontento, quasi infelice. Penso alla morte, al suo inevitabile avvicinarsi, all’impossibilità di ribellarsi alla sua condanna. Mi sento soffocare.

Ma in montagna no.

Quando sono sulle rocce o sulla neve, con a portata di mano un precipizio di duecento metri in cui schiantarmi, i miei sensi si acuiscono, sembra che le mani e le gambe trovino energie da spendere dove non ce ne dovrebbero essere. Sento scorrere la vita dentro, respiro e l’aria è più inebriante di qualunque vino. Sono concentrato, e so che se mollo per un istante posso morire. Ma non voglio morire, voglio continuare a salire, raggiungere la cima, e poi scendere di nuovo, tornare a casa. Sono felice di essere vivo. Qualche volta ho paura, ma la paura significa che la vita mi è cara.

Se fossi capace di spiegare queste cose, forse potrei fare capire per quale motivo vado in montagna. Gli altri non so perché ci vadano.
Forse non mi dovrebbe interessare nemmeno spiegare i miei perché. Ha senso? Solo nell’ottica di una gratificazione. Sentirsi dire “ma che bravo che sei”. No. Non penso che mi interessi.

Ad ogni modo, sono stufo di gente che trancia giudizi sugli altri.

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Una Risposta to “Appunti di viaggio – 20080804”

  1. Andrea Says:

    Molto vero e molto daccordo. Hai scritto che alle 18 erano al collo di bottiglia… ma salivano o scendevano? Se salivano e hanno continuato facevano meno fatica ad ammazzarsi buttandosi di sotto, evitando la fatica della salita, mentre, se scendevano, alle 18 al collo di bottiglia è un orario sufficiente per salvare la pelle, anzi, un orario che, visto che c’è ancora luce, ti consente di ritrovare “facilmente” il campo base più avanzato appena sotto il collo di bottiglia.
    Mi hai fatto pensare che effettivamente non mi devo sentire coglione sopra qualche pozzone, perchè rischio meno di un coglione che fuma un pacchetto al giorno. 😉

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