Appunti di viaggio – 20080805

Sono al microscopio da tre ore, ed inizio ad avere mal di testa. Frugo in un mucchietto di sabbia, piccole pietre, frammenti di foglie morte. E’ pieno di animaletti. Centinaia di larve di insetti che ho catturato sul torrente Giaf il mese scorso. Li ho uccisi fissandoli con la formaldeide. Tanta crudeltà serve, per assurdo, a studiare la vita in quei torrenti alpini. Devo verificare se l’acqua che viene “gentilmente” lasciata libera di scorrere nell’alveo, invece di finire in una condotta forzata, è sufficiente per consentire ad una comunità acquatica normale di vivere in modo dignitoso.
Non avrei mai pensato di riuscire ad essere nauseato da questo lavoro. Quando ho iniziato, tredici anni fa, mi piaceva molto. Sono arrivato ad un punto in cui ho imparato a riconoscere un fiume del Friuli semplicemente guardando i campioni di fondo che mi venivano mostrati. Gli invertebrati che studiavo li sapevo riconoscere spesso senza nemmeno consultare i manuali.
Ma col passare del tempo, anche se il senso di quello che faccio è rimasto immutato, ho perso interesse e motivazione. Inoltre la vista mi si è rovinata, e fare sorting, ovvero la cernita nel campione grezzo, mi procura dei mal di testa clamorosi.

Non faccio ricerca, semplicemente registro i mutamenti degli ambienti acquatici della mia regione. E’ deprimente. Ogni anno l’uomo provoca nuovi danni, nuove perdite, all’ambiente. Anche se questo finisce per rendere tutto meno utile, per noi stessi. Stiamo segando il ramo dell’albero standoci seduti sopra. Un’azione da imbecilli.
Esistono delle leggi che vietano gran parte di ciò che facciamo. Direttive comunitarie che impongono agli Stati dell’Unione di tutelare certi ambienti, fauna e flora. Gli Stati recepiscono, ovvero adottano leggi che sono aderenti ai principi delle Direttive. Poi ognuno applica le leggi come può o vuole. Abbiamo munto miliardi all’Unione Europea, per finanziare progetti fine a sé stessi, per mantenere schiere di persone le cui uniche qualità sono parentela, amicizia o clientela con qualche politico. Abbiamo buttato via miliardi di Euro per creare cose che moriranno nel 2013, quando la UE stringerà i cordoni della borsa. Abbiamo avuto molti anni per usare i finanziamenti, per creare ed avviare qualcosa destinato a camminare da solo. Non ci abbiamo nemmeno pensato. La vacca è stata munta, tanto basta.
Lavorare sull’ambiente porta creare un business redditizio. Nei paesi centro e nord europei non lavorano bene perché sono semplicemente santi, ma perché rende. I rifiuti vengono trattati e smaltiti, i reflui depurati. Per spirito ambientalista, poco, per senso degli affari molto. In Italia il business c’è, sui rifiuti. Per prima ci ha messo su le mani la Camorra. Lo scrivo maiuscolo, scusate, ma scrivo maiuscolo anche Diavolo. Ho letto da poco il libro di Roberto Saviano, Gomorra. Non mi ha sconvolto. Ho avuto solo la soddisfazione di trovare una conferma a sensazioni e pensieri che mi frullano in testa da un pezzo. Saviano ha studiato, cercato, documentato, letto gli atti dei processi, esplorato la sua terra e l’economia del Sistema. Ha deciso di potare la croce. Prima o poi lo lasceremo solo ed allora ce lo inchioderanno su quella croce. Penso che lo sappia.
Saviano ha citato solo una volta il Friuli, in occasione della sua visita alla tomba di Pasolini. Il Veneto e la Lombardia molte volte. Siamo marginali anche nel quadro dell’illegalità. Se avesse annusato l’aria si sarebbe accorto che un po’ di puzza di merda c’è anche qua Saviano racconta che la Camorra controlla il mercato del cemento e degli inerti anche nell’Italia settentrionale. La tomba di Pasolini è scavata in ottima ghiaia, perfetta per l’edilizia. Poco lontano decine di camion, di “bilici”, corrono sollevando nuvole di polvere. Rubano inerti ai fiumi.

Non ho proprio voglia di tirare fuori da questo misto sabbia e detriti assortiti gli invertebrati. Sono proprio tanti. Davanti a me vedo almeno un centinaio di piccole sagome chiare, col corpo allungato dotato di sei zampette. Cerco sempre più di prendere campioni piccoli, rappresentativi ma non grandi. Per la tesi di laurea ho ucciso oltre 64.000 animaletti. Avevo calcolato il numero esatto, non lo ricordo. Mi sono chiesto che senso avesse farlo. Nessuno, in effetti, dato che alla fin dei conti devo solo descrivere una composizione di comunità. Credo che circa 3/4 delle mie vittime siano state uccise inutilmente. Questo mi butta sinceramente giù.
Non sono un animalista. Ho una profonda antipatia per gli animalisti. Ma ho un’etica, tutta mia, che mi porta a non maltrattare gli esseri viventi, non voglio uccidere inutilmente.
Avevo, mi pare, dodici anni quando partecipai per la prima volta ad una gara di pesca. Sono eventi in cui l’uomo perde del tutto il lume della ragione, viene preso dalla foga di catturare più pesci possibile. La nostra gara era a numero di catture massimo pari a nove, vinceva chi aveva totalizzato il peso più elevato. I pesci erano trote iridee, allevate per scopi alimentari. Ne presi nove, ed arrivai secondo nella mia categoria, i così detti “Pierini”, ovvero i più giovani. Tornato a casa mi trovai con un sacchetto pieno di pesci.
All’epoca non avevamo il congelatore. In casa eravamo in tre, quindi c’erano tre cene a base di trota in quel sacchetto. Quando andai a dormire mi resi conto che qualcosa mi “rimestava” nella coscienza. Perché uccidere nove trote, quando per mangiare me ne bastavano tre?
Partecipai ancora a gare di pesca, per un paio d’anni, cercando di abituarmi, ma non ci riuscii. Non riesco ad uccidere per divertimento, lo faccio solo per mangiare, o per difendermi. Potrei farlo addirittura per odio, ma non per divertimento. Non c’è nulla di divertente.
Sono convinto che in ogni essere vivente ci sia ciò che anche i preti chiamano “anima”. Anche in un filo d’erba, in un protozoo. Nella mia vita ho cercato sempre di uccidere solo per mangiare, o per difendermi. Molto spesso quando entra una vespa in ufficio, delle migliaia che abitano qui attorno, qualcuno si premura di ucciderla. Io la butto fuori viva. Mia madre uccide tutti i ragni che trova in casa. Un detto popolare dice che “ragno porta guadagno”. In effetti mia madre non ha un reddito. I ragni mi fanno schifo. Penso di essere aracnofobo. Ma non li uccido. Cerco di sbatterli fuori. Quando trovo uno di quei grossi (per il Friuli) ragni pelosi in camera da letto, so di non poterlo catturare, ma non lo schiaccio. Mi faccio violenza, per addormentarmi sapendo che è lì in giro. Potrebbe farsi una passeggiata sulla mia faccia di notte, ma non lo voglio schiacciare.
Ho ucciso milioni di insetti. Per lavoro. E migliaia di molluschi, per mangiarmeli. Canestrelli, vongole, cape de fero (Ensis minor). Anche qualche seppia. Loro sono più dure da uccidere, perché sono belle, colorate, e sopra tutto perché ti guardano con occhi veri e propri. Eppure in pescheria le acquisto, mi piace mangiare i loro corpi, quindi devo ucciderle, o diventare vegetariano. Ma anche i vegetali sono vivi, e mangiare una verza è pur sempre cibarsi con un vivente. Ho ucciso molti pesci. Centinaia di trote iridee, alcune decine di trote fario, qualche barbo, un paio di cavedani, scardole, triotti. Branzini pochi, purtroppo per me. Aguglie molte. Li ho mangiati tutti. Un giorno ho catturato un Crenilabrus quinquemaculatus. Un pesce della famiglia dei Labridi, dai colori splendidi, ma assolutamente da disprezzare per la qualità delle carni e la gran quantità di spine. Non sono riuscito a cavargli l’amo senza danno, l’ho ferito mortalmente. L’ho portato a casa e l’ho fritto. Una porcheria.
Ho imparato ad usare ami senza ardiglione quando pesco, per essere capace di cavarli senza ferire gravemente il pesce. Ma non sopporto quelli che pescano sapendo che rilasceranno tutti i pesci catturati. A sentire loro fanno una cosa meritevole, sono veri amici della natura, ma torturano decine di animali per divertimento. Io vado a pescare, sul fiume od in mare, per procurarmi qualcosa da mangiare. Se per sbaglio prendo un pesce che non è buono, o che è troppo piccolo, lo rilascio con tutta la cura possibile. Se invece prendo un pesce buono e grande, lo uccido. Se mi basta per la cena chiudo la canna e torno a casa. O resto lì a guardare l’acqua che scorre, ad ascoltare le onde che si infrangono sugli scogli. Giusta o sbagliata che sia, è la mia etica, il modo in cui ho deciso di comportarmi.

Il caldo è angosciante. Umido. L’aria ha una densità che pare ghisa. Non riesco più a stare chino sul campione, mi bruciano gli occhi. E poi quando faccio questo tipo di lavoro non mi piace stare solo. All’università eravamo in batteria. Facevamo la cernita ed intanto si chiacchierava, o si ascoltava musica, ogni tanto qualcuno metteva su un caffè. Qui sono solo, da anni, in un laboratorio troppo piccolo per soddisfare le esigenze di controllo su novemila chilometri di fiumi, ma troppo grande per una sola persona. Ogni tanto mi fermo, guardo fuori dalla finestra e mi chiedo perché sto lavorando. Il mio lavoro cambierà qualcosa? Se dimostrerò che il fiume per vivere ha bisogno della sua acqua, questo farà si che smettano di permettere alle aziende di prosciugare ogni rigagnolo delle Alpi Orientali? No. Perché il Paese ha bisogno di energia, ma sopra tutto perché le imprese hanno bisogno di fare utili. L’idroelettrico è una bufala. Serve solo a fare soldi, molti soldi, senza ridurre di un grammo le emissioni di CO2 in atmosfera. Alla faccia del Protocollo di Kyoto.
Alla fine concludo che il mio lavoro ha senso perché qualcuno mi paga per farlo. Con quei soldi acquisterò beni e servizi che, in teoria, dovrebbero permettermi di vivere bene. Dovrei essere felice di guadagnare del denaro ed in fondo fare la cernita è immensamente meno impegnativo che lavorare in acciaieria. Comunque non riesco ad essere soddisfatto del mio lavoro.

A remengo! Vado via, gli occhi non ce la fanno più. Andrò in studio a finire di cucinarli per scrivere un paio di piccole relazioni. In fondo mi pagano anche per quello. Oggi non andrò a fare nessun giro, accidenti, forse domani. Vedremo. Fa caldo. Ho bisogno di una doccia. Adesso telefono ad Anna. No, lavora, meglio lasciarla in pace. Vado nel mio “studio”. 10 metri quadrati, computer, guardaroba, comodino e letto. Un’azienda di 10 metri quadrati. Da non credere.

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