6 agosto

Ore 08:15, 6 agosto 1945. Il bombardiere della United States Air Force B-29 “Flying Superfortress” chiamato Enola Gay sganciò una bomba sulla città giapponese di Hiroshima. Il lancio avvenne a 9600 metri. La bomba, chiamata amichevolmente “Little Boy” (ragazzino), aveva una potenza stimata di circa 15 Kiloton. L’equivalente di 15.000 tonnellate di tritolo. L’ordigno esplose a circa 580 metri di quota.
Dopo pochi secondi circa 66.000 persone erano morte. Entro la fine del 1945 i morti dovuti all’esplosione di Hiroshima furono circa 100.000. Negli anni immediatamente successivi i decessi superarono le 200.000 unità.
Dopo tre giorni, il 9 agosto 1945, un altro bombardiere sganciò una bomba atomica, sulla città di Nagasaki. La potenza di “Fat Man” era pari a circa 22 KTon. Le stime del numero di morti immediati oscillano fra 40.000 e 75.000. I morti stimati a fine 1945 furono circa 80.000.

Il Giappone fu costretto alla resa. L’Imperatore dovette rinunciare all’orgoglio ed al senso dell’onore imposto dalla sua cultura. Il terrore dei bombardamenti atomici aveva sgretolato ogni principio culturale, stravolto la psicologia collettiva.
I comandi americani decisero di usare l’arma nucleare per evitare un attacco tradizionale al Giappone. Uno sbarco sarebbe costato molto, sia in termini di mezzi che di perdite umane. Gli USA erano sfiancati da anni di guerra, avevano perso molte migliaia di uomini sul fronte europeo e quello pacifico. Tentare uno sbarco in Giappone avrebbe significato esporsi a perdite ingenti, inaccettabili per il paese. Gli americani volevano chiudere in fretta la guerra, a qualunque costo. Il pilota di Enola Gay, il colonnello Paul Tibbets, ha dichiarato più volte che al ripetersi delle stesse circostanze, avrebbe ripetuto il bombardamento atomico.
Le circostanze e le necessità delle forze armate statunitensi sono chiare e comprensibili. Ma non accettabili. Il bombardamento atomico di una città non può essere un atto di guerra, poiché non è destinato a colpire militari, né a mettere fuori uso strutture di interesse bellico. I bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki avevano lo scopo dichiarato di terrorizzare i giapponesi. Si tratta quindi, per ammissione stessa degli americani, di atti di terrorismo. Azioni che attraverso il massacro di civili inermi hanno lo scopo di mutare lo stato psicologico della popolazione, al fine di indurre un paese ad accettarele disposizioni di un altro.

La fine della II Guerra Mondiale vide a processo una parte dei responsabili di orribili crimini, perpetrati ai danni dell’umanità. Primi fra tutti i gerarchi del partito nazista, coloro che avevano pianificato lo sterminio totale del popolo ebraico e la “pulizia” dell’Europa da coloro che non erano ritenuti esseri umani degni di tale definizione. Molti criminali nazisti vennero codannati e giustiziati. Altri fuggirono. Moltissimi, fra i criminali di guerra appartenenti ad altre fazioni, non vennero neppure processati. Fra i criminali impuniti allignano gli statunitensi responsabili delle stragi terroristiche di Hiroshima e Nagasaki. Dal loro punto di vista erano giuste. Ma per Hitler era giusto attuare la Shoah.
Come sempre è difficile accettare che del buono e del cattivo ci siano dovunque. Non tutti i tedeschi erano nazisti, non tutti i giapponesi erano sanguinari, non tutti gli americani erano santi, non tutti gli arabi sono terroristi, non tutti gli israeliani sono razzisti. Non bisogna rassegnarsi all’idea che la Giustizia non sia di questo mondo, ma neppure cedere alla tentazione del pregiudizio, o meglio del giudizio acritico, alla voglia di condannare popoli interi. I popoli sono raramente colpevoli, gli individui lo sono. Questo credo ci avrebbe potuto insegnare la Seconda Guerra Mondiale. Non l’abbiamo imparato. Siamo degli asini umani.

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