Tibet

140 morti in Tibet. L’esercito cinese avrebbe aperto il fuoco contro la folla nella provincia del Kham, il 18 agosto. Il Dalai Lama ne ha parlato dalla Francia, dove si trova in visita. (Dichiarazione smentita dall’ufficio di H.H. il Dalai Lama, si è trattato di un caso di disinformazione dovuto al quotidiano Le Monde. Nota del 21/08/2008 08:00)
E’ diventato di moda parlarne, oggi. Anche in Italia. Non lo era fino a qualche anno fa. Un problema politico e culturale importante, banalizzato forse dall’attenzione eccessiva dei media. I nostri mezzi di comunicazione sono sempre scontati e banalizzano ogni argomento. Lo faccio io stesso dalle pagine di questo blog verosimilmente.
Seguo la questione tibetana da molti anni, più o meno da una ventina. L’interesse per quel paese nacque semplicemente perché si trova a Nord dell’Himalaya. Da ragazzino avevo il mito dell’Himalaya. Era il tempo della corsa alle cime dei 14 ottomila, vinta da Reinhold Messner nel 1986. Il Tibet emerse proprio grazie a Messner. Finii per informarmi, innanzitutto sulla cultura e la religione tibetane. Il buddismo mi piacque, per molti aspetti è vicino al mio sentire. La concezione che il buddismo ha del ciclo della vita e dell’universo è molto simile a quella che avevo iniziato a sviluppare autonomamente nell’adolescenza, dopo avere superato definitivamente ogni ipotesi di aderire al cattolicesimo.
Ho vissuto con un po’ di sconcerto la massificazione del “problema tibetano”. Convinto che i ferventi sostenitori del Dalai Lama non sapessero neppure dove si trovi, il Tibet, fino a poco tempo fa. Ma a parte la spocchia, ed il fastidio di vedersi privato del proprio piccolo sogno esotico, credo che parlarne sia bene.
Il Tibet è un paese povero ed arretrato, dal punto di vista sociale e materiale. Quando gli europei ebbero modo di conoscerlo vi trovarono una società simile a quella medievale. Il Tibet aveva interessato gli europei per diversi motivi, sopra tutto per l’aura di mistero che lo circondava. I nazisti tedeschi organizzarono una spedizione in Tibet, alla ricerca delle tracce dei discendenti degli ariani originari, da cui avrebbero dovuto discendere anche i tedeschi “puri”. La svastica nazista non è un simbolo europeo, ma l’alterazione voluta di un simbolo solare asiatico, molto comune in India. La parola “svastica” deriva dal sanscrito “svāstika”. Un simbolo solare, positivo, religioso, tramutato nell’emblema di un incubo da una banda di pazzi criminali.
Fu un alpinista austriaco a portare il Tibet al pubblico europeo, Heinrich Harrer. Il suo libro “Sieben Jahre in Tibet” (1953), autobiografico, consegnò all’Europa un’immagine del Tibet nell’atto finale della sua esistenza autonoma, ed un ritratto del giovanissimo Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama. Il libro venne trasposto in versione cinematografica con il film “Seven years in Tibet” (1997), un po’ troppo hollywoodiano, ma bello. Sopra tutto questo contribuì alla conoscenza del problema. Un altro contributo alla conoscenza della questione tibetana venne dal film “Kundun” (1997).
L’indipendenza del Tibet cessò nel 1949, quando avvenne l’invasione cinese. La tesi del governo cinese è quello di un “ricongiungimento” del Tibet alla madrepatria Cina, dove il sistema comunista può garantire giustizia sociale ai tibetani, altrimenti sottoposti ad un regime feudale. Tesi che cela in realtà mire imperialiste e sopra tutto esigenze economiche. Il Tibet è un paese enorme e desolato, povero finché abitato da agricoltori e pastori, ma ricco di materie prime.
Per il governo cinese le richieste di autonomia del governo tibetano in esilio sono decisamente fastidiose. Innanzitutto perché i cinesi hanno un forte orgoglio. Non vogliono subire una sconfitta politica. Il governo centrale cinese ha un forte bisogno di credibilità e deve tenere saldamente le sue province. Altrimenti la Cina si sfalderà, come è già accaduto in passato. Troppo grande, troppo popolosa, con differenze troppo marcate fra una regione e l’altra. Se mancasse il collante, la forza dello Stato centrale e del Partito Comunista, la Cina rischierebbe di sfasciarsi. I cambiamenti economici sono pericolosissimi, e vanno gestiti. I cinesi l’hanno imparato bene e non stanno commettendo l’errore che fu di Michail Sergeevič Gorbačëv in URSS. Cambiare lentamente, guidando il cambiamento con mano ferma. Il timone deve restare a Beijing ed essere gestito dal Partito. La nave può anche cambiare rotta, ma non deve andare alla deriva, non deve scarrocciare nemmeno un po’! Ed il Tibet allora diventa un grosso fastidio anche per l’immensa nave cinese.
Il Tibet sarebbe un problema sconosciuto se non esistesse Tenzin Gyatso. Il Dalai Lama attuale è una persona dotata di una grande intelligenza, estremamente colto, capace, conoscitore del mondo. Il Dalai Lama ha capito che il Tibet è stato quasi ucciso dal suo isolamento, ed allora l’ha portato al mondo. Sta camminando su tutto il pianeta, parlando del suo paese, dei suoi problemi, della repressione cinese. Tenzin Gyatso ha saputo rovesciare la debolezza del Tibet ed usare quella impertinente curiosità che caratterizza noi europei e gli americani. I governi, succubi del potere economico industriale cinese, sono in imbarazzo, il popolo simpatizza per i tibetani. Le bandiere del Tibet si moltiplicano. La scorsa settimana ho visto a Cortina sul lunotto di un’auto una enorme scritta “TIBET”. Il Dalai Lama sta combattendo una guerra di liberazione non violenta, come fece il mahatma Ghandi. Tocca le corde più profonde del superficiale misticismo di noi occidentali, annoiati e spaventati allo stesso tempo da un mondo che è sempre più “moderno”, ma sempre meno “umano”. Tenzin Gyatso appartiene a quella categoria di persone la cui figura rimane immortale. Come Francesco d’Assisi, Madre Teresa di Calcutta, Ghandi. Il mondo non ha alcuna difficoltà nel giudicare all’unanimità come un grande uomo l’attuale Dalai Lama. Facciamo più fatica a capire chi è veramente il Dalai Lama, la manifestazione fisica di Avalokitesvara, il Bodhisattva della Compassione. Bisognerebbe calarsi dentro il pensiero religioso buddista, cosa difficile, faticosa e sopra tutto lunga. Comunque sono contento, anche dal punto di vista della politica “terrena” che il Tibet desti tanto interesse.
Probabilmente un Tibet indipendente si evolverebbe esattamente come lo vogliono i cinesi oggi. Ma lo farebbe per scelta, perché si è aperto al mondo, perché i tibetani stessi lo vogliono. Sicuramente il sistema monarchico e feudale del vecchio Tibet è inadeguato per la comunità mondiale, ci dovrebbero essere dei cambiamenti. Ma il Tibet è e resta un paradigma. Tenzin Gyatso chiede che il suo popolo possa ricominciare da capo, libero, scegliendo la propria strada, in pace e senza altra pretesa.
Forse è un po’ troppo, persino per i sognatori. Ma lasciateci sognare.

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Una Risposta to “Tibet”

  1. Raggia Says:

    senza parole…!
    altrettanto sconcerto è assistere ai vari maxi schermi di piazza per trasmettere stè ca..o de olimpiadi!
    cosa sta diventando l’uomo?
    buona sareta fratello!

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