Un velo di polemiche

Turista musulmana non può visitare un museo veneziano

Ho appena ascoltato la notizia alla radio. Una turista che indossava un niqab voleva visitare il museo di Ca’ Rezzonico a Venezia. Il museo è dedicato al ‘700. La signora, accompagnata dal marito e dalla figlia, indossava il niqab in ossequio alla tradizione delle donne musulmane. Il niqab è una versione della velatura molto coprente. Lascia liberi solamente gli occhi. Spesso gli italiani lo confondono col il burqa afghano, che copre anche gli occhi con una retina.
La signora, di cui ignoro il nome e la provenienza, aveva acquistato regolarmente un biglietto, per visitare Ca’ Rezzonico con la sua famiglia, ma al momento di accedere alle sale espositive è stata bloccata da un guardiano. Questi ha intimato alla signora di scoprire il volto, per rispettare il regolamento relativo alla sicurezza. In alternativa avrebbe dovuto rinunciare alla visita. Cosa che la turista ha fatto.
Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un problema culturale. In Italia chi si copre il viso lo fa per nascondere la propria identità. E’ un comportamento tipico di chi intende commettere atti illeciti e non vuole farsi riconoscere. Esiste un limite oltre cui, nella nostra cultura, non è lecito, educato ed accettabile coprire i lineamenti di una persona. Ovviamente anche qui si è usato per molto tempo il velo. Una donna onesta non si sarebbe mai permessa, per esempio, di entrare in chiesa con i capelli sciolti ed abiti che scoprissero la pelle oltre quella del viso. Molti foulard e sciarpe usati anche nella stagione calda avevano lo scopo di impedire agli sguardi maschili di posarsi sul corpo femminile. Questo avveniva anche qui, nell’europeo Friuli. Gli abiti tradizionali, che possiamo ammirare nei musei etnografici, comprendevano quasi sempre un “velo” per coprire il capo femminile. E’ usanza comune, ancora oggi, quella di velare le donne che hanno abbracciato in modo integrale la religione cattolica. Le suore sono velate esattamente come le donne musulmane. Indossano un hijab. Tutte le immagini della Vergine Maria che ho visto in vita mia la rappresentano col capo coperto da un velo identico a quello che ho visto portare alle donne in Giordania.
Non è la stessa cosa? Dovrebbero spiegarmi perché. La suora cattolica si, la donna musulmana no.
Il problema resta culturale. E’ ovvio che, di primo acchito, vedere una persona a volto coperto mi spinge a diffidarne. Perché nella mia cultura è un comportamento tipico dei criminali. Questo è innegabile. Qualcuno osserva che queste usanze “medievali” dovrebbero essere abbandonate per lasciare libertà alle donne. Come è stato fatto in parte dell’Italia. Parte. Perché il velo visto in Giordania l’ho visto anche in Italia, non solo vent’anni fa, ma anche dieci. Ricordo che mi colpì, a metà anni ’80, vedere, in Lucania, una donna giovanissima (per me era grande, perché ero adolescente) indossare un lungo ed informe abito nero ed avere capo e collo coperti da un fazzoletto nero. Mi spiegarono che era in lutto, per la morte di un familiare, ed avrebbe dovuto vestirsi in quel modo per un certo tempo, evitare di uscire a divertirsi, che non avrebbe potuto fidanzarsi o sposarsi per un certo tempo per rispetto verso il defunto. Italia, non Afghanistan. Cattolici, non musulmani. Repubblica democratica costituzionale, non regime talebano.
Quella giovane donna italiana era sicuramente vittima di una cultura, esattamente come molte donne musulmane. Non so quanta coercizione ci fosse, e quanto fosse invece un pudore normale nella sua cultura. Non credo fosse felice, ma non posso dire che fosse infelice.
Dopo avere visitato la Giordania fatico a condannare certi costumi. Ad Amman abbiamo visto donne velate che apparivano più spavalde, e più attraenti, delle nostre scollate connazionali. Se devo giudicare, fra una ragazza araba col hijab ed una ragazza italiana con le braghe mezze calate ed il culo di fuori, mi indigno per l’italiana.
Se avessi una figlia, non vorrei vederla velata, ma nemmeno con il culo di fuori. Questo è poco ma sicuro. In Giordania mi hanno proposto un’idea che non mi aveva mai sfiorato: alcune donne portano il niqab per “tirarsela”. Un giorno ho assistito ad un fatto paradossale. Eravamo sulle rive del Mar Morto, in una specie di spiaggia. I turisti locali erano completamente storditi dalle italiane in bikini. C’erano però anche un paio di ragazze giordane, col loro costume in due pezzi, identico a quelli che vediamo sulle nostre spiagge. Ad un certo punto due ragazze si avviano per andarsene e si rivestono. Una delle due indossa jeans e maglietta, l’altra un niqab. Un attimo prima era coperta da pochi centimetri quadrati di tela colorata, un attimo dopo lasciava scoperti solo gli occhi. Le due amiche se ne andarono insieme lasciandomi lì perplesso a meditare coi piedi a mollo in quel fango ipersalato. Poi ho scoperto in internet il canale YouTube della Regina Rania Al Abdullah (http://www.youtube.com/user/QueenRania), che consiglio a tutti di visitare di tanto in tanto. Ed allora ho iniziato a capire, lentamente, che fraintendimenti e pregiudizi ci sono da ogni parte. Bisogna iniziare a lavorare seriamente per superare questa situazione, con calma, nell’interesse di tutti, per arrivare al giorno in cui tutti potremo convivere anche senza essere uguali e senza approvare tutte le usanze altrui. Conoscere e parlare, sono i due fondamenti della convivenza. Uguaglianza nei diritti, diversità nei colori.

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3 Risposte to “Un velo di polemiche”

  1. Raggia Says:

    e a dire che il 2008 è l’anno in cui si celebra il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ma, visto quello che sta succedendo, rischiamo di ricordare l’anno in corso come quello della palese violazione dei diritti umani in Italia…
    pessimismo&Fastidio!!!
    buona giornata
    luca

  2. Le Polveri Says:

    Non si può confondere il velo sui capelli con un volto coperto, non ho mai visto la statua della Madonna con il burka, le argomentazioni prodotte sono illogiche, fondate capziosamente su un presupposto errato: hidjab = niqab

  3. bepoglace Says:

    Accetto volentieri le tue osservazioni “Le Polveri” e ti ringrazio per l’attenzione. Non sono stato sufficientemente chiaro nell’individuare i limiti che distinguono formalmente hijab, niqab e burka afghano. Ed ammetto di essere quasi sempre “di parte” e fazioso nell’esprimere le mie opinioni.
    Tuttavia credo che il fondamento dell’uso di questi capi d’abbigliamento, indicati genericamente come “velo”, risieda nella stessa base culturale: la necessità di celare agli sguardi estranei le fattezze del corpo femminile. Anche se la velatura è più antica della rivelazione coranica, tant’è vero che era usata già nella Mesopotamia dell’età del Bronzo, la conservazione di questa pratica nelle odierne culture medio orientali trova un fondamento nell’interpretazione (discutibile come ogni interpretazione) del dettato coranico.
    Per quanto riguarda le madonnine di noi europei. E’ ovvio che l’iconografia riproduca una donna vestita alla moda europea medievale, ovvero col capo coperto da un velo che non è un burka. Ma il cui significato profondo della velatura, per quanto parziale e ridotta, rimane sempre quello di separare la persona dal resto del mondo, stabilendo un confine netto ed invalicabile La Madre per antonomasia dei cristiani, concepita priva di peccato originale, si distingue da ogni altro essere umano e nello stesso tempo preserva la propria sacralità grazie alla separazione fisica.
    Esistono poi immagini della Vergine con un velo semplice, con un velo che copre anche il collo fin sotto il mento, ma questi sono dettagli, dettati dalla moda del momento, dal concetto di “pudore” di un dato momento storico. E’ una questione che appartiene più alla sfera della storia dell’arte che a quella della dottrina.

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