Una terra maledetta

Molti la chiamano Terra Santa. Io no, mi rifiuto di farlo. E’ quel pezzetto di mondo fra il Mediterraneo ed il fiume Giordano. Probabilmente è la sua “santità” a maledirla. Questa striscia di terra dove affonda le radici la più grande rivoluzione culturale della storia, la nascita dell’agricoltura. La terra dove l’uomo ha concepito un unico Dio assoluto invece dei mille spiriti e dei legati alla contingenza. E’ una terra sfortunata.

Ho avuto modo di guardare quella Terra dai suoi confini meridionali. Non ci sono entrato, ma ho passeggiato sul monte Nebo, nel Regno Hashemita di Giordania. Su quel monte, secondo la tradizione, Mosé ha lasciato il nostro mondo, dopo avere posato lo sguardo sulla Terra Promessa. Dallo stesso pulpito di Mosé ho tentato di intuire le forme della Terra fra il Giordano ed il mare, dove la polvere fa rapprendere il sangue, che continua a scorrere da secoli, quasi ininterrottamente.
Una piccola targa, posta vicino alla grande croce che sovrasta la valle del Giordano, indica ai turisti le località che si trovano oltre quella valle arsa, sfumata dalla foschia e dalla polvere che solleva il vento. L’occhio cerca Gerusalemme, si sofferma sull’indicazione “monte degli ulivi”. Una collina come tante altre, con due nomi, come in tutte le terre contese. Har HaZeitim per gli israeliti, Jebel ez-Zeitun per gli arabi. La somiglianza fra i nomi colpisce come un pugno allo stomaco. Due lingue semitiche, vicinissime, nate ed evolute a contatto l’una con l’altra, per millenni, secoli. Quando l’affronto della torre di Babele divise i popoli della terra, gli arabi e gli israeliti sicuramente non si divisero. La loro maledizione è più recente.
Ai piedi del monte il luogo che noi chiamiamo Getsemani, probabilmente Gesù lo chiamava Gat Šmānê, vi si ritirò attendendo che il Suo sangue si unisse a quello dei suoi fratelli, che la Sua carne venisse lacerata su quella terra, per benedirla e darle pace.
Dal colle del Tempio il Profeta Ultimo, Muhammad, ha intrapreso il suo viaggio celeste per incontrare l’Assoluto.
Quando ho guardato, attraverso la foschia, verso Gerusalemme e Nazareth ho sorriso. Non sono cattolico. Non sono musulmano. Non sono ebreo. Non considero sacra nessuna terra, amo quella dove riposano le ossa dei miei. Il piccolo tempio cristiano dove sono stati battezzati molti dei miei antenati dista 2471 chilometri dalla spianata del Tempio di Gerusalemme. Non è mia, quella Terra, laggiù, lontana, ma ha generato emozione in me. Non posso dire di avere visto nulla, ma solo intuire nell’aria opaca i contorni confusi di quelle colline mi ha dato una sensazione nuova. Inspiegabile.
I nomi che scorrevo con gli occhi richiamavano il Nuovo Testamento e nello stesso tempo la cronaca. Cinquant’anni di guerre fratricide. Perché è ora di dirlo chiaramente, gli israeliti di religione ebraica e gli arabi di religione musulmana sono fratelli. Gente più simile fra loro di quanto possano essere con qualunque altro popolo della terra. Forse alcuni di loro sono imbecilli, molti sono sicuramente ignoranti, quasi tutti sono spaventati. E questo crea diffidenza, odio.
Laggiù una maledizione di cui ignoro l’origine sta facendo dilaniare fra loro fratelli e sorelle. Razzi contro jet, carri armati contro pietre. Sopra tutto, bambini uccisi da una parte e dall’altra prima ancora di avere avuto l’occasione di conoscere la differenza fra Ebrei, Musulmani e Cristiani. E’ sconvolgente pensare che laggiù tutti credano nello stesso Dio, tutti si dichiarino credenti, tutti preghino anche se in forme diverse, ma quasi tutti siano pronti a massacrare innocenti che hanno il solo peccato di essere nati in una famiglia piuttosto che in un’altra.
Come potrei chiamare Terra Santa un luogo del genere? Per me è la Terra Maledetta per antonomasia. Dobbiamo trovare un modo per spezzare la maledizione. E’ necessario!

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