E che gas!

Russia ed Ucraina, solite storie
Ogni anno, puntualmente quando le correnti fredde investono anche l’Europa meridionale, ricomincia il balletto del gas russo. Il monopolista russo Gazprom vorrebbe tanto venderci il gas che ci serve a scaldare le nostre case, ma gli ucraini si mettono in mezzo e non lo lasciano passare. Ci credete?
Io no, non del tutto. Comunque ho abbastanza legna da ardere per guardare al problema con serenità.
I russi hanno occasione di tenerci in pugno: senza il loro gas in questo momento molti paesi dell’Europa non possono fare funzionare il riscaldamento degli edifici, né fare produrre molte centrali termoelettriche. D’altro canto gli ucraini hanno modo di attirare l’attenzione europea sui loro problemi commerciali e politici con Mosca, che non si rassegna all’idea di avere perso il controllo sull’Ucraina.
Se il gas non arriva, Gazprom ci perde, ma tutto sommato non deve preoccuparsi troppo, perché tanto prima o poi quel gas noi lo acquisteremo. Più passa il tempo e più ne siamo dipendenti. Il gasdotto che entra in Italia da Tarvisio è stato rifatto, più capace di prima, a breve verrà ammodernato anche quello vecchio, aumentando la capacità di trasporto della linea che scende per Valcanale e Canal del Ferro. Ma si tratta sempre di gas russo. Potenziare una via è utile, ma non crearne di nuove è poco intelligente.

Rigassificatori
Si parla da anni dei rigasificatori. Cosa sono? Il problema è quello di trasportare il gas naturale via nave, con enormi bastimenti chiamati “navi gasiere”. I più grandi natanti esistenti al mondo. Per portare molto gas lo si trasforma in liquido. A parità di volume si porta molta più roba. Ma per usare il gas deve essere … gassoso. E’ ovvio. Quindi bisogna farlo “evaporare” e per fare questo è necessario fornirgli energia, insomma scaldarlo. La temperatura di ebollizione del metano è -161.4°C al livello del mare. Insomma, se io prendo un bicchiere di metano liquido e lo metto all’aria, quello bolle in modo furioso anche se ci troviamo a -50°C.
Come si fa con le navi gasiere? Il metodo più pratico è quello di disporre di impianti dove il metano liquefatto riceve calore dall’acqua, che riesce a “portare” molto più calore dell’aria.
Supponiamo di avere acqua marina a 9°C, se mettiamo il metano liquefatto in un tubo ed attorno a questo ci facciamo correre acqua di mare, il metano si scalda, diventa gassoso, e l’acqua si raffredda (cede energia). Un rigassificatore funziona proprio così, come quando scongeliamo qualcosa mettendolo sotto l’acqua che esce dal rubinetto di casa.
Il problema è che i rigassificatori, che potrebbero consentirci di ricevere metano via nave da altri fornitori, diversi da Gazprom, non ci sono. Se ne parla, ma le polemiche ambientali sono infinite. Il problema è che questi impianti sono enormi, bruttissimi da vedere, occupano molto spazio sulle coste, scaricano in mare enormi quantità di acqua raffreddata e piena di antivegetativi. Già, l’acqua pescata dal mare cede calore al metano e torna indietro più fredda. Ma se noi pompiamo acqua marina nei tubi dell’impianto, senza aggiungere qualche sostanza un po’ tossica, i tubi verranno presto ostruiti da una marea di organismi simili a quelli che troviamo sugli scogli. Pensate ad una condotta piena di mitili, ci starebbero benone. Quindi un rigassificatore deve per forza scaricare dell’acqua in cui mitili ed altri organismi non possono vivere, ovvero acqua tossica, che finirebbe per ammazzare anche ciò che si trova in mare, fuori dallo scarico. L’acqua fredda inoltre, più densa di quella a temperatura maggiore, finirebbe per stratificare sul fondo, creando uno strato di acqua fredda isolata dalla superficie, povera di ossigeno, dove comunque molti animali morirebbero. Si parla di differenze di temperatura di frazioni di grado, ma sufficienti ad innescare questo tipo di meccanismi.
Gli ambientalisti non hanno tutti i torti. Consideriamo anche che il problema ambientale non toccherebbe solamente la conservazione della natura, ma due importantissime industrie del nostro Paese: la pesca ed il turismo. Le soluzioni tecniche per salvare capra e cavoli ovviamente esistono, ma sono costose. Il nostro Stato dovrebbe proseguire nei programmi di costruzione dei rigassificatori, ma costringere le aziende che li costruiranno ad adottare tecniche più costose a salvaguardia degli interessi della collettività. Utopia? Mica tanto. In fondo ogni costo aggiuntivo significa fare girare più denaro. Dare più lavoro ad aziende dell’indotto, creare più posti di lavoro. L’ambiente e la sua salvaguardia possono essere un business enorme, ricco e rispettabile quanto quello dell’energia.
Bisogna essere furbi, differenziare le fonti di approvvigionamento, creare impianti ben funzionanti e guadagnarci ancora di più sopra. Gli italiani credono di essere molto furbi. E’ ora che lo dimostrino.

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