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Sono gli anni passati da quando ero seduto su una poltrona, quattro anni e mezzo d’età, e c’era la televisione accesa. Una signora stava cantando, non ricordo chi fosse. Intonò un acuto, alle 21:06 meno qualche secondo. Iniziarono a tremare i vetri. Ricordo che pensai “ma senti che questa signora fa tremare i vetri come l’autobus”. Anni dopo scoprii che lo pensarono, nello stesso istante, altre migliaia di persone che avevano la televisione in casa. Ma iniziarono a tremare anche le pareti, il pavimento. Il lampadario oscillava trasformando la stanza in modo irreale. Mia madre si gettò su di me, proteggendo irrazionalmente il mio corpo col suo. C’era un rumore assordante. Chiesi urlando “cosa sta succedendo”. Mia madre rispose “il terremoto!”. “Che cos’è il terremoto mamma?” “Te lo spiego dopo, stai buono”.
I mobili del soggiorno scricchiolavano, legno vecchio di settant’anni. Dei vasi ed altre suppellettili iniziarono a cadere. Durò un tempo infinito. Poi la terra smise di tremare. La casa era in piedi. Eravamo vivi. Mio padre era in strada, stava rincasando dallo studio tardi. Il terremoto ad Udine fece poco o nulla, nessuno dei miei parenti morì, neppure quelli delle zone devastate. Si ruppero un vaso ed una lampada in casa. Dopo la scossa i miei ricordi sono confusi. Mi pare ci fosse un silenzio irreale. Mia madre forse piangeva, ma non ricordo bene, stava raccogliendo i frammenti di ciò che si era rotto cadendo dai mobili.
Poi arrivò a casa mio padre, anche lui ebbe fortuna. In strada erano cadute tegole e qualche comignolo. Furono questi frammenti a provocare le poche vittime della città.
Poi mesi di vita sospesa. Le scosse continuavano deboli. Dell’epopea dei soccorsi spontanei, organizzati senza ordini né struttura dalla popolazione, ho solo sentito parlare più tardi. La gente si mise a scavare e basta, senza pensare, senza attendere. Scavare per ritrovare i propri genitori, la moglie, il marito, i figli. O semplicemente il vicino di casa, di cui si sentivano salire le grida di aiuto. I soldati, molte migliaia, ragazzi di diciannove o vent’anni, spediti quassù a presidiare il confine col mondo comunista dell’Est, a scavare fra le macerie di una terra tanto lontana dalla loro. A distanza di anni ho incontrato tanta gente che in Puglia e Calabria mi fermava sentendo il mio accento friulano. Mi chiedevano come sono andate le cose. Un giorno un calabrese che incontrai in una sperduta valle fra le serre abbassò gli occhi e disse “quanti morti, non ho mai visto una cosa così terribile”. Aveva scavato fra le macerie dei nostri paesi, da militare. Ed anche loro ricordavano che la polvere dei paesi sbriciolati dal sisma sembrava avere seccato le lacrime. Una cosa che non si spiegavano. Tanta umanità, ma nessuna lacrima. Come se quelle donne piccole e curve, le vecchie dei nostri paesi di allora, che avevano vissuto due guerre mondiali sulla pelle, erano emigrate per costruire la cjase e se l’erano vista distruggere dall’orcolat che fa tremare la terra, avessero esaurito ogni emozione e sentimento. Ma impararono tutti, quelli che ci aiutarono a risorgere nei mesi e negli anni successivi, che questa gente è come un frutto dalla scorza dura e ruvida, oltre cui bisogna cercare la polpa tenera.
Trentatre anni da quando camminavo con le mani piccine perse dentro quelle grandi e calde di mio padre, che mi accompagnava all’asilo, passando di fronte ad un piazzale colmo dei mezzi dei Vigili del Fuoco, ammassati per le emergenze. Oggi le mani le ho grandi come badili e questa sera, come ogni anno, il mio cuore ha cessato di battere per un istante. L’orecchio teso ad ascoltare se per caso nell’aria ci fosse ancora l’eco di quel tuono lontano. Hanno iniziato a suonare le campane, in memoria dei nostri 989 morti. Ho sentito il bisogno di coprirmi il volto con queste mani ed ho pensato che non hanno avuto il privilegio di andare a scavare laggiù in Abruzzo, così ho detto un Pari Nestri anche per i 298 abruzzesi che sono rimasti sotto le macerie delle loro case esattamente un mese fa.

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