G8

I governanti dei paesi più potenti della terra si incontrano a l’Aquila ed inevitabilmente ci sono delle proteste. Mi pare di avere sentito dire alla radio che dei componenti di un movimento “No G8” avrebbero assaltato un negozio per imbrattarlo. Non ne capisco il senso.
Non capisco il motivo per cui sia necessario imbrattare un negozio, che suppongo non essere di proprietà di Obama o di Berlusconi. Non capisco che bisogno ci sia di manifestare assaltando qualsiasi cosa. Non capisco esattamente cosa ci sia da protestare.
No G8 suona come uno slogan semplice. Ma cosa significa? Dall’esterno, visto da un cittadino qualunque come me, pare di capire che ci siano dei movimenti contrari al G8. Ritengono evidentemente che un incontro fra chi governa i paesi più potenti (economicamente) al mondo non si debba fare per principio.
Siamo tutti daccordo, credo, sul fatto che questi signori non si siano incontrati solo per far del bene al mondo. Loro il mondo lo vogliono governare, nel proprio interesse e nell’interesse di coloro che rappresentano. Vogliono sicuramente governare a vantaggio delle imprese degli otto paesi più potenti, non di certo per spingere allo sviluppo quei paesi che potrebbero metterci in difficoltà. Un errore già commesso in passato: spingere la Cina verso l’economia di mercato. E la Cina ci sta stritolando, con la sua immensa forza lavoro, le sue grandi risorse naturali, i costi bassissimi di produzione. A suo tempo i “grandi” ritenevano che la Cina potesse essere un immenso mercato. Invece noi siamo diventati un immenso mercato per la Cina. Ritenevano che potessimo vendere di tutto in quel paese che occupa mezza Asia, ma alla fine si produce laggiù gran parte di quanto ha marchi europei ed americani. Il bel risultato è che le fabbriche continuano a chiudere. Disoccupati e cassaintegrati non sono figli della crisi, o non solo della crisi finanziaria. Sono il risultato dello spostamento dell’asse industriale mondiale dall’area Euro-Nordamericana verso l’Asia. Quando la crisi finirà le fabbriche non torneranno ad aprire, perché gli stabilimenti sono già stati trasferiti in Cina.
Il G8 in definitiva dovrebbe prendere in considerazione queste cose, e non sarebbe un male se lo facesse. Ma non lo farà. Parleranno delle emissioni di anidride carbonica, ma i cinesi hanno già chiarito che loro non ce la fanno proprio a ridurle (poverini). Parleranno di fondi per fare sparire la fame del mondo, come se fosse possibile farlo senza ridistribuire la ricchezza globale, senza mandare sul lastrico milioni di famiglie nei paesi sviluppati. Prometteranno di stanziare qualche miliardo di Euro di fondi per aiuti non finalizzati all’Africa, senza poi tirare fuori veramente la cifra promessa (perché non è possibile farlo). Faranno un mucchio di chiacchierate e non risolveranno nulla, come al solito.
Questo lo contesto anch’io. Intanto l’esercito cinese reprime l’ennesima rivolta nello Xinjang (come in Tibet), in Afghanistan dei pazzi fanatici terroristi continuano a fare saltare in aria i bambini, l’Iraq è un bordello, la crisi e le delocalizzazioni continuano ed i russi attendono sornioni il prossimo inverno per tornare a tirare sul prezzo del gas.
Io non manifesterei contro il G8, piuttosto manifesterei perché ci siano più G8 e perché questi servano effettivamente a qualcosa di utile. Ma quelli che protestano lo fanno per passare il tempo in modo diverso, ed io di tempo libero per protestare in questo momento non ne ho proprio.

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2 Risposte to “G8”

  1. Andrea Says:

    Condivido le tue opinioni, Bepo.
    Vorrei aggiungere qualcosa.
    Continuo a sentire slogan tipo “no ad ogni protezionismo”.
    Ma perchè? A chi serve un mercato aperto? A farci invadere di prodotti Cinesi?
    Certo sarebbe ora che si dicesse chiaro: mercato libero significa che o i lavoratori orientali, Cina, Thailandia, Vietnam e via andare, si adeguano ai nostri standard di retribuzione, tenore di vita e protezione sociale, oppure saranno i nostri lavoratori che lentamente finiranno per adeguarsi a condizioni di lavoro Cinesi.
    Qualcuno sta ovviamente lucrando alla grande sulla situazione attuale, comprare a 10 prodotti fatti dai carcerati Cinesi e venderli a 500 sui mercati occidentali.
    Il problema è che, come hai gia fatto notare, il nostro mercato si restringe, ed il loro non si allarga, e questo portera alla fine del sistema attuale.
    Altra cosa. Una volta, in tempi di mercato regolamentato, un’azienda per crescere doveva espandersi “orizzontalmente”. Creare struttura, tecnici formati, tecnologia propria, una scuola aziendale. Investimenti in ricerca tecnologica ed umana. Chiaro l’esempio Olivetti. Questo creava conoscenza diffusa, saper fare, nuova imprenditoria.
    Oggi le aziende si espandono verticalmente, sono contenitori vuoti, brand. Dove si investe in promozione del marchio, ricerca di produzione a bassissimo costo, ma dove nessuno sa piu fare nulla, nessuno conosce piu la tecnologia del prodotto che vende.
    Il mio principale cliente, un marchio Italiano simbolo di Italian Style in tutto il mondo, 15 anni fa aveva centinaia di dipendenti, artigiani di manualità e tradizione, line di produzione moderne.
    Oggi sono un manipolo di persone, in compenso il marchio (pardon, il brand) viene spinto assorbendo gran parte del budget. E nessuno piu ha idea di come e di cosa sono fatti mi prodotti che vendono.
    Che ricaduta sociale ha un’azienda del genere?
    Il problema è che non è una , sono la gran parte cosi.

  2. bepoglace Says:

    Vedi Andrea, quello che hai disegnato è il mercato nato dall’evoluzione del capitalismo liberista del XX secolo. Niente di nuovo. A suo tempo noi abbiamo fregato la produzione cinese di seta rubando bachi e know-how, ora ci rendono il merito. Economia e rotte commerciali cambiano nel tempo. Una volta Venezia era il nodo fondamentale del traffico di merci Asia – Europa. Oggi è un luna park per americani e giapponesi. Il problema è trovare il modo di salvaguardare lo stile di vita acquisito negli ultimi trent’anni. Non che io lo approvi, ma in questo momento non servono chiacchiere: ci sono famiglie in crisi, c’è una sensazione di instabilità e di povertà che non è reale, ma psicologicamente fortissima ed importante. Bisogna dare risposte e di sicuro in questo momento non sono gli industriali a darci queste risposte.

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