Ferrate: la montagna incatenata


Estate, tempo di ferie, le montagne si affollano. Non sono in grado di indicare un limite per la definizione di “sport di massa”, ma credo che l’escursionismo montano ci vada molto vicino. I praticanti sono molte migliaia, consideriamo che i soli soci del Club Alpino Italiano al 31/12/2008 erano 308.339 (dal sito ufficiale del CAI). TEniamo poi conto del fatto che esistono numerosi appassionati della montagna che non sono iscritti al CAI, ma ad altre associazioni sportive od ancora non sono iscritti ad alcuna associazione. A conti fatti è probabile che durante una domenica d’estate, magari quella più vicina a Ferragosto, sui monti d’Italia si muovano molte più persone, forse i numeri reali superano i due milioni di presenze. Chiaramente sto parlando di “in montagna” intendendo nelle zone montane. Molti passeggiano sulle strade forestali, alcuni lungo i sentieri segnati, altri ancora si spingono sulle rocce seguendo percorsi più o meno segnalati ed attrezzati. E’ proprio di questi ultimi che mi interessa discutere.
Genericamente ci riferiamo a questi percorsi col termine di “ferrate”, ovvero di vie in cui è stato posizionata un’attrezzatura (ferro) per facilitare e rendere più sicura la progressione. In Italia questi percorsi attrezzati sono molto numerosi ed il grado di attrezzatura è estremamente variabile. Si va da pochi metri di passamano in cavo metallico posizionati nei punti ritenuti più pericolosi ed esposti, fino a lunghe teorie di gradini metallici fissati alla roccia, affiancati da cavi metallici o catene. L’estremo viene raggiunto con le scalette fisse in acciaio ed i ponti sospesi. Celebre è il ponte realizzato nel massiccio del Cristallo lungo la ferrata Ivano Dibona, è il ponticello che esplode nel film holliwoodiano “Cliffhanger”.
La prima volta in cui ho percorso una via attrezzata ero un ragazzino. Con mio padre ed un suo amico salimmo sul monte Zermula (Alpi Carniche) per il versante settentrionale, lungo un percorso attrezzato con una lunga serie di catene fissate alla roccia. Il percorso è carino, in un bell’ambiente, su una roccia molto articolata, facile e piuttosto sicuro, ma non era il caso di lasciare arrampicare un ragazzino inesperto senza adeguata protezione. Così mi feci tutta la salita assicurato alle catene attraverso un lungo cordino. Devo dire che l’esperienza fu positiva. Nel corso degli anni ho percorso diverse vie ferrate o tratti attrezzati, anche in modo pesante. Crescendo ho imparato ad arrampicare un po’ ed oggi posso muovermi con una certa sicurezza su un terreno le cui difficoltà si aggirano sul II grado della scala internazionale UIAA (Union Internationale des Associations d’Alpinisme) senza avere bisogno di misure di assicurazione.
Ho iniziato allora ad interrogarmi sul senso delle ferrate. Gran parte di coloro che sono capaci di salire senza quell’aiuto sono nettamente contrari alla loro realizzazione. Molti di quelli che senza non ce la farebbero, ne sono sostenitori convinti. Tutto ha il sapore del punto di vista personale egoistico. Non voglio ferrate perché danno fastidio ed io comunque non ne ho bisogno. Voglio le ferrate perché tutti devono potere raggiungere la cima e senza io non ce la farei. Il diritto all’accesso è probabilmente il nocciolo teorico della questione.
Io non credo che tutti abbiamo il diritto di fare qualunque cosa. Non penso di avere il diritto di andare in cima al K2, anche se mi piacerebbe moltissimo. Allo stesso modo non credo di avere diritto di andare in cima al torrione Comici. Certo, ora c’è una ferrata che ne facilita l’accesso, la Cassiopea, di cui dicono che è dura e costruita in un posto insensato. Cosa si può intendere per insensato?
Per esempio, insensato dovrebbe essere costruire una ferrata a suon di scalini di ferro per salire lungo un itinerario la cui difficoltà naturale sarebbe talmente elevata da rendere insufficiente la presenza di un semplice cavo di assicurazione. Qui non si tratta di facilitare o rendere più sicuro un percorso, ma di annullare le difficoltà naturali ed in ultima analisi snaturare completamente la salita. Quale soddisfazione si prova a salire lungo una lunga scala a pioli? A parte ovviamente il male ai piedi, che dubito possa essere una soddisfazione.
In più devo aggiungere un elemento di cui non si tiene mai conto: le ferrate sono pericolose. Lo sono oggettivamente in quanto inserite in un ambiente che, nonostante gli sforzi umani, rimane per diversi aspetti incontrollabile. Cambiamenti delle condizioni meteorologiche possono creare situazioni estremamente pericolose e lungo una via ferrata, che si comporta chiaramente come un lungo cavo parafulmini, il rischio di folgorazione è maggiore che altrove. La ferrata è anche pericolosa in termini soggettivi. Innanzitutto fornisce l’illusione di “facilità” ed invoglia anche chi non è preparato fisicamente e tecnicamente ad affrontare delle ascensioni che altrimenti non tenterebbe. Capita spesso di vedere lungo le ferrate persone totalmente incapaci di muoversi in sicurezza per sé e per gli altri. Un tipico problema delle ferrate è rappresentato, per esempio, dalla pioggia di pietre mosse da chi si trova in alto. Sapersi muovere senza fare cadere pietre, o limitando la loro caduta, è essenziale nella progressione in cordata. La ferrata è un’immensa cordata, da questo punto di vista. Scaricare sassi significa mettere in pericolo chi sta sotto, fatto che sembra non sfiorare neppure lontanamente la mente di molti frequentatori delle ferrate. Il caschetto è d’obbligo, ma quando una pietra è più grossa di un pugno e cade da trenta, cinquanta metri più in alto, il caschetto serve solo a limitare i danni, talvolta non evita lesioni gravi o la morte. E che dire del resto del corpo? Una sassata su una spalla la può mandare in briciole. Questo è un inconveniente tipico delle ferrate, dove si concentrano molte persone (troppe) con una capacità tecnica che è ovviamente insufficiente per affrontare la montagna senza le facilitazioni della ferrata stessa. E’ ovvio che ci troviamo di fronte a molti incapaci ed incompetenti.
Oltre a queste considerazioni ci sono quelle di ordine ambientale. Gli ambienti rocciosi d’alta quota sono estremamente instabili e fragili. Creare una facilitazione che porta un numero di persone elevato in quelle zone determina danni gravissimi. Ricordiamo che su alcuni massicci alpini esistono piante ed animali, quasi sempre piccoli e poco noti, che esistono in numero estremamente ridotto in aree molto piccole. La realizzazione incontrollata di un enorme numero di vie ferrate ha portato l’uomo dovunque e questo non è necessariamente un bene.
C’è poi una questione di ordine paesaggistico: una montagna luccicante di ferraglia è contraria ad ogni principio di estetica dei fenomeni naturali. La bellezza romantica delle vette va a farsi benedire di fronte ad una sequenza di ferri su cui passano ogni giorno decine (talvolta centinaia) di persone durante l’estate.
Infine mi permetto un punto di vista soggettivo relativo agli aspetti etici dell’andare in montagna. Personalmente amo frequentare l’ambiente alpino perché è un luogo dove non posso arrivare a compromessi, dove ogni passo è guadagnato, dove il risultato dipende dalle mie capacità, acquisite attraverso un percorso di decenni di formazione ed esperienza. Facilitare le cose rende volgare l’andare in montagna, nega la possibilità di trovarsi finalmente di fronte all’occasione di essere a mani nude contro sé stessi, contro le proprie paure, contro i propri limiti, in un ambiente splendido. In conclusione, sono contrario alla realizzazione di nuove vie ferrate e credo si dovrebbero rivedere quelle esistenti. Dove ci sono, le percorrerò ancora, ma se non ci fossero sarei molto più tranquillo, sia per la mia egoistica voglia di vivere la montagna in modo onesto, sia per l’ambiente montano.

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Una Risposta to “Ferrate: la montagna incatenata”

  1. claudio Says:

    A proposito delle vie ferrate: credo che la verità stia nel mezzo. Altrimenti non si dovrebbero segnare neppure i sentieri. anche questa é una agevolazione. Saluti

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