La gestione dell’ambiente fra scienza e cuore

Dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso si è sviluppata e diffusa quella che viene definita la “coscienza ambientale”, ovvero una visione dell’ambiente differente da quella classica, in cui ogni cosa veniva intesa semplicemente come risorsa da usare nel modo più intenso possibile. Dalla nascita dell’ambientalismo si è diffusa una visione dell’ambiente come patrimonio da conservare anche se ritenuto “inutile”, o meglio non utilizzabile. Da questo concetto, che oggi molti ritengono errato, nacque la contrapposizione, non ancora risolta, fra ambientalisti ed imprese, con un forte vantaggio per le seconde. In sostanza le posizioni che si scontravano erano nette: da un lato chi pretendeva di rendere intoccabile l’ambiente, dall’altro chi desiderava usarlo senza regole nel nome del progresso e del profitto. Le due posizioni erano (e sono) ovviamente incompatibili.
Compito di chi gestisce qualunque cosa è individuare il modo per usarla e nello stesso tempo conservarla, o comunque garantirne un uso il più prolungato possibile. Salvaguardare l’integrità di qualcosa non significa non farne uso. è possibile, per esempio, usare una foresta per produrre legname da lavoro in modo tale da non distruggere la foresta. Esistono diversi modelli di gestione forestale ovviamente, in alcuni casi la foresta verrà comunque modificata in modo pesante, in altri invece i cambiamenti saranno minimi e sopra tutto reversibili. La reversibilità degli effetti locali e globali è uno degli obiettivi che si propone qualunque modello di gestione moderno, salvo ovviamente casi particolari. È impossibile per esempio un modello di gestione dei giacimenti petroliferi tale da rendere reversibile il loro esaurimento e la stessa cosa vale per un giacimento di diamanti. Ci sono risorse che non sono rinnovabili in tempi umanamente accettabili, quindi se vengono usate sono necessariamente “perse”. È probabile che nuovo petrolio si formerà sulla Terra nell’arco di qualche milione di anni, ma è ovvio che è estremamente improbabile che ad usarlo ci sarà una comunità di esseri umani.
Nella gestione dell’ambiente la conoscenza dello stesso è fondamentale. Così come è necessario che un meccanico conosca esattamente come è fatto e come funziona un motore, allo stesso modo è indispensabile che chi gestisce l’ambiente lo conosca in tutti i suoi aspetti. Questa affermazione può apparire ovvia, ma nella pratica non lo è per nulla. Molto spesso, sia in passato che oggi, chi gestisce l’ambiente non ha alcuna competenza specifica e non conosce l’oggetto della propria attività. Il risultato è ovviamente disastroso e verificabile da chiunque.
Alla scienza, intesa come insieme di discipline deputate allo studio del mondo fisico e dei suoi processi, si è spesso appellato il movimento ambientalista. Giustamente gli ambientalisti sostengono quanto ho detto sopra: per gestire devi conoscere. Il problema è che molto spesso gli ambientalisti stessi non sono scienziati, né hanno conoscenze sufficienti per potere realmente comprendere la struttura ed il funzionamento dell’ambiente, non di rado hanno confuso il proprio buonsenso e le proprie idee con elementi di valore scientifico. Questo ha generato innumerevoli battaglie condotte con convinzione ed energia, ma coronate da insuccesso o con esiti del tutto irrilevanti ai fini della protezione dell’ambiente. Peggio ancora è il caso in cui sono stati ottenuti risultati controproducenti. Viene in mente, per esempio, la grande battaglia per le fonti energetiche rinnovabili, il cui risultato è stato quello di portare ad uno sfruttamento dissennato delle risorse idriche delle aree montane. Semplicemente era stato seguito un assioma “se non bruci petrolio non ci sono danni per l’ambiente”. Chiaramente sbagliato.
In molti casi il cuore e la conoscenza scientifica dei problemi non vanno d’accordo. Siamo portati facilmente ad indignarci per eventi spettacolari, senza interrogarci sulla loro effettiva dimensione e sulle loro conseguenze. Chi gestisce l’ambiente invece dovrebbe ascoltare sia il cuore che la ragione, ovviamente non in una riedizione dell’illuminismo, come piacerebbe ad alcuni scienziati italiani portati a confondere i ruoli di scienza, morale e religione.
La sintesi delle varie posizioni viene da un approccio moderno ed innovativo ai problemi di gestione ambientale. Innanzitutto è scomparso, per gli addetti ai lavori, il concetto di inutilità di ciò che non viene attivamente usato. Si è scoperto, grazie agli studi condotti dagli ecologi negli ultimi trent’anni, che certe cose, anche se lasciate così come sono, forniscono un servizio (il termine inglese è Ecosystem Service). Il così detto servizio ecologico è di fatto un servizio fornito gratuitamente all’uomo dalla natura. Un esempio che mi piace ricordare è quello del processo di autodepurazione delle acque di un fiume, noto da quasi un secolo.
Quando l’uomo scarica dei reflui fognari in un fiume la depurazione non è mai spinta in modo tale da garantire una qualità del refluo pari a quella dell’acqua del fiume. Rimane sempre un eccesso di alcune sostanze, alcune proprietà fisiche del refluo sono differenti da quelle dell’acqua del fiume e lo scarico altera anche queste ultime. C’è sempre, insomma, un po’ di inquinamento. La depurazione spinta, tale da risolvere il problema allo scarico, è talmente difficile da attuare e costosa che nessuno se la può permettere, a meno di imporre tariffe per i sevizi fognari e di depurazione tali da mettere a rischio i bilanci familiari dei cittadini. Il fiume dunque viene sempre e comunque inquinato un po’. Se l’acqua rimanesse tale e quale, con gli scarichi che si succedono dalla sorgente al mare, ci troveremmo con livelli di inquinamento crescenti procedendo verso valle. Alla foce arriverebbe acqua molto inquinata ed il mare riceverebbe un carico di inquinanti pazzesco. Ma le cose non stanno così, perché all’interno degli ecosistemi fluviali operano dei processi che naturalmente continuano quelli artificiali di depurazione. L’attività di milioni di organismi, batteri, animali e vegetali riesce ad abbattere l’inquinamento in modo molto efficiente. In sostanza, senza spendere un centesimo in più, l’uomo si trova con un fiume che è molto meno inquinato di quello che potrebbe essere in assenza di processi autodepurativi. Ovviamente la capacità di questi processi è limitata ed oltre certi livelli di alterazione ambientale non funzionano più. Il gioco del gestore oculato è proprio quello di fare in modo che al fiume venga richiesto un lavoro adeguato alle sue possibilità. Ed il fiume risponderà fornendo un servizio ecologico gratuito, che gli consente di mantenere altre capacità e di fornire altri servizi ancora. Per esempio, il fiume si autodepura fornendo un servizio di depurazione delle acque reflue, il che gli consente di essere idoneo alla vita dei pesci, che sono disponibili per la pesca professionale o di svago.
Il cuore ci dice che qualunque scarico inquina, ma la scienza ci informa che esistono livelli di inquinamento tali da potere essere annullati. Chi si occupa di gestione deve tenere presenti tutte due le istanze, anche se la conoscenza dei processi ecologici sembra andare contro il buon senso e le aspettative di chi si preoccupa dell’integrità dell’ambiente.

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17 Risposte to “La gestione dell’ambiente fra scienza e cuore”

  1. maria grazia Says:

    se non ci fosse stato il cuore degli ambientalisti che fanno le battaglie, sempre perse, per preservare ogni minimo angolo di natura, non si sarebbe sviluppata una scienza atta a ciò. Hai illlustrato bene le questioni ma le soluzioni sono in mano ai politici e non agli scienziati, e i politici sono miopi, vogliono quadagno immediato perchè è quello chiesto dal popolo, “pane e circenses” e loro lo sanno bene. Bravo in ogni caso, mg

  2. bepoglace Says:

    Mi colpisci sull’orgoglio professionale: l’Ecologia esiste da oltre un secolo e non nasce per soddisfare l’ideologia ambientalista, che per altro è più recente.

  3. Susanna Martinuzzi Says:

    Succede, però, che non sempre chi gestisce l’ambiente o chi fa “scienza”, si limita ad ascoltare ragione o cuore (o, se va bene, tutti e due assieme).
    Come sappiamo, spesso ciò che ascoltano è il portafoglio e questo rende il gioco spesso pericoloso e non sempre pulito

    Susi

  4. bepoglace Says:

    Il portafoglio fa parte della “ragione”. Una ragione diversa. Il compito della scienza è quello di spiegare com’è fatto il mondo e come funziona, il compito della politica è gestire il mondo. Ambientalisti ed imprenditori si devono confrontare su un piano politico usando della conoscenza acquisita da chi fa ricerca, i politici devono a loro volta usare della conoscenza per decidere. Fare contenti gli uni o gli altri è quasi sempre un errore. Fare scontenti tutti è controproducente sul piano elettorale, ma spesso è l’unica possibilità per non generare problemi maggiori dei vantaggi ottenuti. Ovviamente i nostri politici ed i leader dei diversi schieramenti mirano non al “bene comune”, ma al proprio successo personale, costi quel che costi.

  5. maria grazia Says:

    c’è una sola speranza, che l’egologia e l’ambiente possano diventare più economicamente vantaggiosi che lo sperpero, viceversa sono battaglie perse sia per il cuore dei sognatori ambientalisti antiscientifici che per gli scienziati ecologisti

  6. bepoglace Says:

    Scusa Maria Grazia se faccio il tarlo, ma hai toccato in poche parole alcuni punti che per me sono estremamente importanti. Innanzitutto l’Ecologia è una scienza, non può essere che vantaggiosa, nel senso che migliorando la conoscenza del mondo fisico e dei processi che in esso si svolgono, non può che contribuire a migliorarne l’uso e la gestione, indipendentemente da quale sia lo scopo finale della gestione. L’Ecologia non ha un segno, la scienza non può e non deve avere un segno. Per quanto riguarda il vantaggio economico derivante dall’applicazione delle conoscenze dell’Ecologia a modelli di gestione ispirati all’ambientalismo, in molti casi è già notevole e dimostrabile. Il punto sta nel fare comprendere a chi fa impresa ed a chi ha la responsabilità di gestire un Paese che le cose stanno in questo modo.
    Per fare un esempio, da anni sto predicando che adeguare alle norme esistenti tutti gli impianti fognari e di depurazione delle acque costituirebbe non solo un indubbio miglioramento per l’ambiente, ma anche un affare di dimensioni colossali. Gli amministratori ed i politici mi dicono “ma il depuratore mi costa un milione”. E poi spendono un milione per costruire una strada inutile. Perché? Perché esiste una lobby dei costruttori di strade e non quella dei costruttori di depuratori, per esempio. E perché un sindaco preferisce spendere per fare una cosa che si vede, come una strada, piuttosto che una che i cittadini non vedono, come un depuratore. Ma se riesci a mettere in moto il meccanismo, la quantità di denaro che circolerebbe in Italia sarebbe più elevata di quella che viene spesa oggi per devastare con opere inutili questo paese.
    Il tutto te lo dico rimanendo nettamente e fieramente distante dal pensiero ecologista, da cui tengo a distinguermi.

  7. maria grazia Says:

    per me profana non c’è distinzione tra ambiente, ecologia, pensiero ecologista o scienza ecologica. Per il resto mi sembrano le solite chiacchere dove uno s’incarta, la gente che deve capire, partire dalla scuola, il politico che fa i propri interessi, ecc ecc. Sai che ti dico? sono contenta che hanno eletto Obama e questo mi pare già un bel segnale, per il resto non ho armi di sorta

  8. bepoglace Says:

    La scuola ed i mezzi di informazione lasciano credere che l’Ecologia sia un’ideologia, mentre è una Scienza. Si fa spesso confusione e questo è un enorme e gravissimo problema con cui mi confronto quotidianamente. Se l’Ecologia viene confusa con un’idea, significa che i risultati della ricerca sono “opinioni” e non modelli ritenuti validi sulla base di osservazioni. Il metodo scientifico, che in Italia non riesce a diventare parte della cultura, prevede l’uso dell’osservazione. Al contrario nel campo ideologico si usa esclusivamente il ragionamento, che è evidentemente figlio di una cultura e quindi mai universale. Gli scienziati cercano di essere oggettivi, di lasciare da parte il cuore e l’orgoglio, di mettere in discussione tutto ciò che hanno detto ieri. Uno scienziato è felice quando può dire “non lo so”. Al contrario di tutti gli altri, che soffrono se non possono dire “io so”. E se non sanno, inventano.

  9. Susi Says:

    Ti cito:” Ambientalisti ed imprenditori si devono confrontare su un piano politico usando della conoscenza acquisita da chi fa ricerca”
    Sarebbe bello e giusto, ma è da tempo che ho imparato, con grande delusione che chi fa ricerca, (soprattutto in Italia ma non solo) spesso e volentieri non è quell’osservatore curioso, distaccato ed imparziale dei fenomeni naturali. Purtroppo è da molto che non mi fido più della “scienza” e degli “scienziati”, soprattutto quando la ricerca è pagata da politici ed imprenditori.
    Sicuramente qualcuno c’è, e magari tra questi ci sei anche tu, che ha conservato una “coscienza” ambientale. Ma mi sono bruciacchiata già le penne della coda, ormai sono diffidente.

  10. maria grazia Says:

    bene, su questo sono daccordo, allora, voglio proteggere una zona perchè è bella (idea) tu la vuoi proteggere in base all’accurato studio scientifico che dimostra che quella zona protetta è assolutamente necessaria per la conservazione, chessò, dell’endemismo floreale unico al mondo ecc.(scienza). Perseguiamo lo stesso interesse contrario al popolo che vuole, in quella zona, una pista da sci, per godersi la meritata domenica a far vedere le tute scintillanti e perchè per loro il divertimento è andare su e giù. Loro sono la maggioranza. Votano il politico o la lobby che tutela i loro interessi a divertirsi così. Che ci fai della tua scienza?

  11. bepoglace Says:

    Susi, penso che conosciamo tutti due abbastanza accademici e ricercatori per potere fare dei nomi di gente che non merita alcun rispetto, così come nomi di persone degnissime. Il discorso è che quei ricercatori ed accademici che si vendono in cambio di (pochi) fondi e per un patetico desiderio di “potere” non producono mai qualcosa di scientificamente valido, dimostrando essi stessi di non appartenere realmente alla comunità scientifica.

  12. bepoglace Says:

    Dovrei osservare che conservare l’endemismo non è lo scopo della scienza. Questa si occupa di studiare la cosa ed affermare “questa specie è endemica”, può affermare che le conseguenze della costruzione della pista da sci saranno la scomparsa della specie (estinzione), ma qui si ferma il compito della scienza. E’ la società, con le sue regole (leggi) sviluppate a partire dalla propria sensibilità (cultura) a stabilire la necessità di proteggere un endemismo. Fino a 50 anni fa non se ne parlava neppure. Il problema è non confondere la scienza con i sistemi sociali e le regole che ne definiscono il funzionamento (leggi, religioni, idee politiche, morale ecc ecc), che possono ispirarsi alle conoscenze acquisite dalla scienza, ma che si occupano in altro modo e con altri scopi dello stesso oggetto: il mondo fisico. Credo che oggi come cinquecento anni fa sia necessario ribadire che lo scienziato non può discutere con il Sant’Uffizio, perché non esistono argomenti su cui si possano confrontare.
    Se poi qualche scienziato, nell’esercizio della propria libertà di pensiero ed espressione, nonché nell’esercizio dei propri diritti politici, usa delle proprie conoscenze per sostenere la causa della protezione dell’ambiente, fa bene a mio giudizio, così mi comporto io, ma bisogna tenere sempre presente la distinzione chiara fra l’una e l’altra cosa (che non impedisce una sinergia).

  13. susi Says:

    E allora ha ragione Maria Grazia quando dice “..se ci fosse stato il cuore degli ambientalisti (anche ignoranti o dotati solo del minimo buon senso, aggiungo io) che fanno le battaglie, sempre perse” ecc. ci troveremmo molto più velocemente in un mondo di schifo, anche se molto più ricchi, grassi e malati.

  14. bepoglace Says:

    Ognuno ha il proprio compito in questo mondo e quello degli ambientalisti è chiaro ed importante. Proprio per questo motivo mi arrabbio tanto quando per (spero) ignoranza se la prendono con le cose insignificanti ed ignorano quelle più importanti, almeno dal mio punto di vista. Non credo di avere ragione, né di possedere alcuna verità in tasca, ma gioco la mia partita, così come gli altri giocano la loro. Ciò non ostante sono sempre più ricco, grasso e malato anche io.

  15. maria grazia Says:

    non è compito dello scienziato arrabbiarsi, semmai studiare l’arrabbiamento. Tu hai messo questo titolo “tra scienza e cuore” come a dire che c’è la possibilità di confronto, poi nelle risposte tracci una linea netta tra la posizione asettica dello scienziato, che semmai bacchetta l’ambientalista per le sue battaglie sbagliate, in quanto protegge qualcosa che non dovrebbe, e questi stupidi ignoranti ambientalisti pieni di cuore senza senso. Ma quando mai uno scienziato è venuto a dire questo va bene e questo no? Tu giochi la tua partita ma il mondo della scienza non dice nulla, perchè come dici tu, non può dire, studia e basta. Per cui sembra che solo alla scuola o a quark sia delegato il compito di far capire al cuore degli ignoranti ambientalisti quale battaglia conviene fare.

  16. bepoglace Says:

    Divido nettamente il ruolo dello studioso da quello del gestore ed amministratore. Il dibattito secondo me deve avvenire nell’ambito collettivo della società. Bisogna ascoltare il cuore e la scienza, e dopo prendere delle decisioni. Del dibattito interiore fra cuore e scienza che ci può essere in uno studioso non parlo. Lo conosco bene, ma è una faccenda privata. Mi interessa invece il ruolo del contributo della scienza nella società. Mi infurio, perché mi considero profondamente offeso, quando i risultati degli studi che facciamo vengono considerati alla stregua delle opinioni personali. Non pretendo che i risultati della scienza vengano adottati come Vangelo (a differenza di eminenti scienziati che vorrebbero invece proprio questo), ma pretendo il rispetto che in questo paese non ho ancora riscontrato.

  17. maria grazia Says:

    il fatto è che lo scienziato parla per se e per pochi intimi, chi legge “le scienze”? ovviamente il politico, che è quello che alla fine gestisce il potere e le scelte del cittadino, ha poco interesse a sentire l’emerito scienziato. Con chi ti infuri? con il popolo comune? con la gente che non sa? ma come fa a sapere, deve avere l’input ad informarsi in ambiti scientifici di qualcosa di cui ha sentore. Questo può avvenire se davvero ha un interesse profondo su un argomento, per esempio, uno speleologo per il carsismo. Viceversa si fida del “sentito dire” di tv, stampa, quark, divulgazione presa qua e là. A chi chiedi il rispetto della scienza, che tra l’altro, non mi pare ci sia stato se pensi a Giordano Bruno o a Galileo? non c’è rispetto perchè la scienza fa paura anche al popolo, in quanto è costretto a confrontarsi con la realtà reale e non vivere di sogni e speranze, cosa che la gente fa perchè non è abituata a trarre sostentamento da se medesima ma lo cerca altrove.

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