Le morti diverse

Giorni difficili, notizie che si accavallano, eventi diversi accomunati dalla morte. Sei paracadutisti della Folgore saltano in aria a Khabul. Una ragazza marocchina viene sgozzata dal padre a Montereale Valcellina. C’è qualcosa in comune fra le due storie ed un legame nel modo in cui l’opinione pubblica le guarda.
I nostri soldati sono in Afghanistan nel quadro di una campagna internazionale, lunghissima, il cui scopo è sconfiggere i così detti Talebani e consentire al paese di avviarsi sulla strada di una democrazia ispirata al modello americano. Gli “insorti”, i Talebani o come li vogliamo chiamare vogliono invece che l’Afghanistan torni come era nel 2000, sotto il controllo di una teocrazia, retta da presunti religiosi musulmani. Una situazione simile a quella del nostro medioevo, con regole rigide ma modificabili a seconda di quanto fa comodo sul momento al clero conservatore. Le donne non potevano andare a scuola, quelle che ci erano andate prima dell’avvento dei Talebani dovevano nasconderlo. Era stato istituito l’obbligo del burka. Le adultere venivano lapidate. Per le donne la situazione era drammatica, inaccettabile nella nostra ottica, ma probabilmente anche in quella delle donne afghane che, pur figlie di tradizioni simili, erano cresciute in un sistema sociale e politico completamente differente.
Sanaa aveva 18 anni. Era nata in Marocco, ma viveva in Friuli. Stando fra noi aveva acquisito la nostra cultura e la nostra mentalità. Si era innamorata di un ragazzo friulano, più vecchio di lei, ed aveva lasciato la famiglia per vivere con lui. Il padre di Sanaa, che lavorava in un ristorante, trovava intollerabile la scelta della figlia. Visto che questa non si decideva a tornare a casa e mettere la testa a posto è andato a cercarla, armato di un coltello da cucina, e l’ha sgozzata come un agnello.
In Afghanistan i nostri soldati stanno combattendo contro un movimento che dice di ispirarsi all’Islam. I Talebani parlano di “guerra santa”, distorcendo il concetto di jihad. I nostri soldati non sono lì per portare la croce ed il Vangelo, né per impedire agli afghani di praticare i precetti del vero Islam. Ma i Talebani dicono di combattere contro i “pagani”.
In Italia si dice che il padre ha ucciso Sanaa perché voleva sposare un cristiano cattolico. Offesa inaccettabile. Meglio una figlia morta che una figlia pagana. Si punta il dito contro l’integralismo di quelli che non vogliono integrarsi nella nostra società. Ma El Ketawi Dafani non era appena sbarcato, né isolato. Aveva un lavoro, dove a quanto pare veniva considerato una brava persona. E notiamo bene che da queste parti l’unico modo per essere considerati “una brava persona” è lavorare come muli. Ma questo non basta. Perché puoi lavorare come un mulo insieme a friulani e veneti, rimanendo marocchino dentro.
Nelle due storie ci sono elementi comuni: la morte e l’Islam.
La morte è reale. Sei dei nostri ragazzi tornano a casa dentro la bara. Uccisi da 150 Kg di esplosivo sulla strada a Kabul. Sanaa ha finito di vivere a 18 anni con la gola squarciata.
L’Islam mi sembra un pretesto. In Afghanistan i Talebani combattono per il potere, per controllare un paese e sopra tutto per gestire la coltivazione del papavero da oppio. Gli interessa vendere droga indisturbati a tutto il mondo, non combattere per l’Islam. Nessuno gli vuole impedire di rivolgersi alla Santa Mecca per pregare, nessuno vuole bruciare le copie del Corano. Fra l’altro, gli afghani che siamo andati a sostenere, sono musulmani esattamente come gli altri.
Nel caso di Sanaa il problema sembra essere l’incompatibilità religiosa fra un cattolico ed una musulmana. O forse fra un italiano ed una marocchina. O magari fra un uomo di 31 anni ed una donna di 18? In fin dei conti sospetto che il problema sia semplicemente un’esasperazione del concetto di proprietà dei figli, che è comune a molte culture, compresa quella italiana. Sanaa doveva essere di suo padre, doveva obbedire, doveva prendere per marito un uomo scelto ed approvato dalla famiglia. Persino sua madre ha dichiarato che aveva sbagliato. Ha perdonato l’assassino, non la figlia. Non doveva essere libera di decidere della propria vita. E’ successo migliaia di volte nel passato, anche a ragazze italiane. Forse succede ancora. Ho visto figli piegarsi alla volontà dei genitori voltando le spalle alla propria vita, e non erano né musulmani, né nordafricani.
Ora si sta gridando che i marocchini sono tutti bastardi e che dobbiamo portare via i nostri ragazzi dall’Afghanistan. E questo è l’effetto mediatico, emotivo, immediato delle due notizie.
Io credo che sia importante continuare a combattere i Talebani, altrimenti ci saranno migliaia di Sanaa afghane in futuro. Ed è altrettanto importante fare in modo che coloro che vengono nella nostra terra e vivono secondo la nostra cultura siano accettati ed aiutati. La fede poi è una questione privata, finché non induce comportamenti illeciti. Il padre di Sanaa è un assassino, e non importa come prega, se lo fa il venerdì o la domenica, è semplicemente un padre padrone assassino come gli altri. Deve essere punito.

Alla fine dei conti comunque, quando si spegneranno i riflettori ed i politici andranno ad urlare altrove, rimarrà solo la tristezza, perché indipendentemente dal luogo e dal modo, queste sette morti sono tutte da piangere senza condizionale.

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2 Risposte to “Le morti diverse”

  1. Andrea Says:

    Una bella pagina, Bepo.
    Direi che concordo in tutto, anche se l’argomento è assai complesso.
    Però vorrei agiungere una cosa.
    “In Afghanistan i nostri soldati stanno combattendo contro un movimento che dice di ispirarsi all’Islam” . Si, vero. Ma perchè?
    Ce ne sono altri, da altre parti, ma a nessuno interessa.
    Siamo li per proteggere gli oleodotti. Come eravamo a Nasiriya a proteggere i contratti e le installazioni dell’ENI.
    Null’altro.
    Il paese piu attivo nel combattere il traffico di oppio è l’Iran. Stato canaglia.
    I talebani, nel 2000, vietarono la coltivazione del papavero.
    Siamo noi che proteggiamo i trafficanti. Non loro.

  2. bepoglace Says:

    Il discorso dell’oppio è interessante ed ha una certa importanza. L’Afghanistan interessa a chi commercia l’oppio perché vi si coltiva da molti anni una buona quantità di Papaver somniferum, tanto da riuscire ad alimentare una discreta quota del mercato mondiale dei narcotici. Il mercato è molto attivo e, nonostante la flessione temporanea nel consumo di eroina che si è verificata in Italia negli anni ’90, l’oppio grezzo è una materia prima molto richiesta. In origine il papavero veniva coltivato più che altro nel sudest asiatico, ed anche in occasione della guerra del Viet Nam fu un protagonista delle vicende economiche legate al conflitto. Durante l’ultimo decennio si è aperto un nuovo fronte, con l’aumento di interesse per l’oppio da parte dei narcos colombiani e di altri paesi del Sud America. L’Afghanistan rappresenta un’importante fonte di approvvigionamento. Sulla contrarietà dei taliban nei confronti della coltivazione del papavero ho le mie riserve, dato che il commercio dell’oppio, e delle droghe in generale, è tradizionalmente una fonte di finanziamento molto forte per tutti i movimenti militari e para militari del mondo. Non esiste, verosimilmente, un interesse dell’amministrazione USA, anche se sappiamo tutti che in Viet Nam molti funzionari CIA e militari americani si dilettavano nel commercio dell’oppio. E’ chiaro che la guerra in Afghanistan è per il petrolio. Ma anche l’oppio ha una sua importanza nel definire il futuro delle popolazioni afghane. Un’economia locale che viene convertita totalmente alla coltivazione del papavero è decisamente più fragile di altri modelli di gestione del territorio. Scusa il freddo cinismo di quest’ultima analisi.

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