4 novembre senza retorica

Si celebra oggi il 91° anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale. Per l’Italia è la celebrazione di quella che viene ancora chiamata La Vittoria. L’evento culminante del processo di unificazione del Paese.
Dopo 91 anni non siamo ancora capaci di guardare a quegli eventi con il necessario distacco e la retorica ufficiale continua a confondere i fatti storici.
Mio nonno materno ha combattuto la Prima Guerra Mondiale, sul fronte dell’Isonzo prima e sul Piave poi. Era uno dei “vecchi”, reduce della Libia, combattè dal 24 maggio 1915 al 4 novembre 1918, servendo il re d’Italia col grado di caporale e poi caporalmaggiore nel V Reggimento Genio, Compagnia Minatori. In Libia aveva rimediato una palla di fucile, che l’aveva trapassato all’addome. Sopravvisse, nonostante non esistessero antibiotici. Durante la Prima Guerra Mondiale si prese una palla al capo, che lesionò un orecchio. Contrasse la malaria sul Piave. In tutto servì per sei anni di fila, quasi sempre in zona operativa, tranne i soggiorni forzati in ospedale militare. L’ho conosciuto quando era molto vecchio. Parlava poco delle guerre. Mi aveva mostrato la pallottola turca che lo aveva trapassato in Libia. L’aveva conservata. Morì nel 1977.
L’affetto per il nonno è grande, non si può misurare. Proprio il sentimento mi ha spinto a studiare, cercare di capire in quale macchina infernale fosse stato catapultato, da chi e per quali motivi. Mio nonno ed altri milioni di uomini come lui sono stati degli eroi, ma non come li intende la retorica nazionalista, che ancora oggi acceca i popoli europei. Non furono eroi per avere ucciso, non per avere conquistato. Furono eroi perché seppero sopportare orrori inimmaginabili e sopravvissero, conservando la dignità ed il desiderio di vivere. Furono eroi allo stesso modo i soldati che servivano il re d’Italia, così come quelli che servivano il Kaiser di Austria ed Ungheria. Milioni di uomini strappati alle loro case, alle loro famiglie. Sbattuti sul fronte agli ordini di ufficiali incapaci, pieni di presunzione, folli, che li lanciavano all’assalto contro reticolati e mitragliatrici, ben sapendo che sarebbero stati uccisi. La Prima Guerra Mondiale è stata questo, nulla di bello, né di nobile se guardata sul grande piano storico. Ha sconvolto l’Europa, ha ucciso otto milioni e mezzo di soldati e sei milioni e mezzo di civili! Ventiquattro milioni di feriti.
In mezzo a quella carneficina immane ancora una volta furono gli uomini, e non le nazioni, a dare prova di un’umanità insospettabile. Le mille storie di solidarietà fra compagni d’armi si affiancano a quelle verso i nemici. Queste ultime non vengono raccontate nelle canzoni, né riportate sui testi scolastici. Così come i nostri testi scolastici non raccontano a quali inutili sacrifici furono sottoposti quegli uomini al fronte. Dal Carso alla Carnia, dalle Dolomiti all’Adamello, un fronte lungo e difficile. L’inverno uccideva più delle bombe, col gelo, le valanghe, la fame. I soldati vivevano in condizioni durissime anche quando non c’erano scontri.
Studiare la storia minima, quella degli uomini, mi ha fatto scoprire aspetti della guerra che nei testi scolastici vengono ignorati, per esempio la lotta degli Standschutzen sudtirolesi sulle Dolomiti. Uomini che, armati dei loro fucili da caccia, per lo più anziani o giovanissimi, si schierarono nei primi giorni di guerra per difendere le loro valli dallo straniero che le voleva invadere: gli italiani. Guardare le cose dal punto di vista di quegli uomini è stato essenziale per me. Tenere bene in mente la storia di mio nonno, friulano suddito del re d’Italia, e confrontarla con quella dei sudtirolesi sudditi del kaiser di Austria ed Ungheria. Mi sono chiesto “il nonno, avrebbe mai sparato un colpo contro un austriaco di sua spontanea volontà?”. E uno Standschutze avrebbe mai sparato ad un italiano, se questi non avesse tentato di varcare il confine dolomitico in armi? La mia risposta, pur non potendo parlare né col nonno, né con uno schutze, è stata no. Non lo avrebbero fatto. Avrebbero continuato a vivere in pace, facendo il loro lavoro, pensando alla loro famiglia. E come loro credo la maggioranza dei milioni di uomini che combatterono e morirono durante quella guerra.
In questo quattro novembre del 2009, nel ricordare il giorno in cui terminò ufficialmente la guerra fra Regno d’Italia ed Impero d’Austria ed Ungheria, voglio ricordare non la Vittoria, i cui risultati sono stati annientati dall’unità europea, ma ciò che fu la Prima Guerra Mondiale, ricordando le parole di Benedetto XV: un’inutile strage.
Voglio concludere citando il Comunicato ufficiale del Comando Supremo italiano:

4 novembre 1918, ore 12
La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S. M. il Re Duce Supremo, l’Esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. L’ ultimo caduto italiano è stato il caporalmaggiore Giuseppe Pazzaglia di 19 anni appartenente alla 1º Sezione Mantova, colpito da una pallottola in fronte alle ore 15 a sud di Udine. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.
Diaz

Il caporalmaggiore Pazzaglia aveva diciannove anni. Ricordate questo, tutte le altre parole hanno perso ogni significato, oggi che l’Austria e l’Italia hanno la stessa moneta e fanno parte dell’Unione Europea, non dobbiamo neppure più mostrare i documenti per superare il confine. Quel ragazzo di diciannove anni è morto per la follia di re, imperatori e generali.

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