La crisi è alle spalle?

Dichiarazione odierna del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: Il peggio della crisi è alle spalle. La crisi ha segnato più di altri la Gran Bretagna, essendo la sua economia basata sulla finanza (fonte ANSA). Sono daccordo con il Presidente per metà. La metà in disaccordo mi preoccupa particolarmente.
La crisi cui facciamo riferimento è quella finanziaria, nata dal collasso del sistema bancario degli Stati Uniti d’America a seguito della vicenda dei prestiti subprime, la famosa Subprime Mortgage Crisis.
La crisi finanziaria determinò nel 2007 una fortissima onda di squilibrio nel mondo dell’economia mondiale, eccessivamente legato alla finanza “immateriale”. La crisi finanziaria si rovesciò come un maglio sull’economia “reale”, quella dell’industria per intenderci. Le industrie usavano ampiamente i finanziamenti provenienti dal sistema bancario, che però crollò miseramente. Le banche sopravissute furono costrette a stringere i cordoni e trincerarsi per resistere, lasciando l’economia reale a secco di finanziamenti. La situazione ha avuto riflessi molto forti anche in Italia, dove tuttavia la liquidità e l’elevata capacità di risparmio hanno protetto il Paese dagli aspetti peggiori della crisi. Tuttavia, lentamente, il sistema industriale ha reagito e la conseguenza è stata una drammatica diminuzione dell’occupazione. Gli stabilimenti delle industrie più disparate hanno iniziato a chiudere, a mettere i lavoratori in cassa integrazione, poi in mobilità, infine per strada. Il ritmo di licenziamenti (o di entrata nel tunnel che porta al licenziamento) è stato impressionante. Qui in Friuli non ricordavamo da trent’anni una situazione del genere. Anche in Veneto le cose hanno iniziato ad andare male.
Ora l’OCSE comunica che ci sono “forti segnali di ripresa”. Il superindice utilizzato per valutare lo stato dell’economia dei paesi ha ripreso a salire. Cosa significa? Che alcuni indicatori economici, utilizzati per l’analisi CLI (Composite Leading Indicator) stanno crescendo di valore. Sono indicatori di “business”, affari. Può benissimo darsi che il CLI aumenti ma l’occupazione diminuisca, per fare un esempio.
Dobbiamo chiederci se sia realmente il caso di cantare vittoria. Cosa sta accadendo?
Sta accadendo che un perverso meccanismo finanziario, che ha generato la crisi globale, ha ripreso a funzionare. Il suo scopo è creare ricchezza, ovvero compiere un’operazione impossibile. Il denaro, o meglio un’indefinibile ed immateriale “ricchezza” che in finanza sostituisce il vero denaro, circola ed aumenta in volume. Questo non significa che siano aumentati i posti di lavoro, né che siano cresciuti gli stipendi.
In effetti la chiusura di tanti stabilimenti non è dovuta del tutto alla crisi finanziaria. Le nostre banche hanno retto bene e, entro limiti ragionevoli, hanno continuato a concedere credito. Lo Stato è intervenuto solo marginalmente, perchè la situazione non era grave. Eppure le fabbriche hanno chiuso. Gli industriali chiedono aiuti, sgravi fiscali, semplificazione burocratica. In sostanza vorrebbero accesso facilitato al credito, pagare meno per i dipendenti ed essere esentati dal rispetto delle norme che mirano a salvaguardare salute, territorio, ambiente e patrimonio del Paese. Richieste che sono ovviamente accoglibili solo in parte.
In verità gli industriali hanno già delocalizzato: trasferito la produzione in altri paesi, come Romania, Albania, Cina. Lo hanno fatto perché il costo della produzione in quei paesi è inferiore rispetto a quello in Italia, mentre i costi di trasporto del prodotto finito sono tali da non incidere eccessivamente. In definitiva, produrre un bene in Cina e portarlo in Italia costa meno che produrlo in Italia. Questo è lo stato delle cose, ed è il motivo per cui la ripresa dei mercati finanziari non farà riaprire le fabbriche. Non se mancano altri cambiamenti.
Sono certo che questa analisi sia stata fatta anche dal Governo e persino dai partiti d’opposizione, ma nessuno ne ha parlato con convinzione, a parte in occasione del “caso IRAP”. Tutti si affannano a richiedere e concedere provvedimenti di emergenza, i così detti ammortizzatori sociali. Lo Stato si premura di finanziare la cassa integrazione ed altre forme di volano economico per i redditi dei lavoratori dipendenti delle aziende che stanno chiudendo. Ma questi provvedimenti hanno necessariamente una durata limitata nel tempo, sono utili se servono a superare un periodo di crisi di qualche mese, un anno. Ma dopo? Se il numero di lavoratori dipendenti attivi diminuisce ed aumenta quello dei lavoratori in cassa integrazione, di quelli in mobilità e dei disoccupati, la spesa cresce, ma le entrate diminuiscono. E le casse dello Stato non sono senza fondo. In sostanza, se la mia teoria è corrette, ovvero se veramente le aziende italiane stanno delocalizzando in massa, i nostri operai non troveranno un lavoro fra un anno, nemmeno fra due. Anzi, mi chiedo se ne troveranno mai più uno! Spero sinceramente di avere torto, ma non trovo molte prove che smentiscano la teoria.
Come al solito, la maggioranza e l’opposizione in Italia si stanno confrontando su problemi falsi e di scarsa importanza. Le escort, i trans. Magari anche su temi rilevanti, come il ruolo del Presidente del Consiglio e di quello della Repubblica, la Magistratura, la crisi del Parlamento, le missioni militari all’estero, la mafia. Ma tutto questo rumore copre un altro problema di primaria importanza per il Paese: il futuro dei lavoratori. Problema che non consente chiacchiere, non ha soluzioni semplici, tema che fa paura a tutti.
Il problema è quello di tornare ad aprire le fabbriche, e questo non accadrà spontaneamente, nonostante la ripresa dell’economia finanziaria, perché l’economia industriale è differente. Questo il Ministro Tremonti lo sa bene. Gli industriali chiedono agevolazioni, diminuzione del costo del lavoro, riduzione della tassazione. Difficile, molto difficile. Mettere mano a questi meccanismi richiede attenzione e tempo. Un minimo errore può fare andare in crisi il sistema, ed allora il Paese collasserebbe sul serio. A questo punto gli industriali hanno fretta. E farebbero bene ad avere fretta anche gli operai! Perché se non si mette mano rapidamente a questo genere di riforme, la delocalizzazione proseguirà, e le fabbriche in Italia chiuderanno sempre più, senza riaprire. Gli italiani dovranno riprendere la strada dell’emigrazione, ma verso quali paesi? La produzione si è spostata dove le braccia non mancano. Credete che la Cina abbia bisogno di operai? E l’India? Inoltre in Cina, dato che il sistema è comunista, i lavoratori non hanno le garanzie di cui godono qui, orari più lunghi, paga minore, molti svantaggi. Marx aveva idee interessanti, ma irrealizzabili.
In sostanza penso che la crisi finanziaria sia effettivamente in via di risoluzione, e concordo in questo col Presidente Berlusconi. Comprendo il suo desiderio di rassicurare gli italiani, ma vorrei che lui ed i suoi oppositori formali iniziassero a parlare seriamente ed a produrre soluzioni per il problema dell’economia reale.

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