Montagna, pericolo e responsabilità

Torno su un argomento che mi è particolarmente caro in un momento difficile, subito dopo un incidente molto grave che ha avuto grande risonanza sui mezzi di informazione italiani.
Il 26 dicembre, nella Val Lasties, quattro uomini del Soccorso Alpino sono morti durante un’operazione di ricerca. Due friulani risultavano dispersi in quella zona ed una squadra di sette soccorritori è partita, col buio, per tentare di individuarli. Ma una valanga ha travolto la squadra di soccorso, uccidendo quattro dei suoi componenti e ferendone altri due. Una giornata durissima per la montagna e per coloro che la amano. Ancora una volta dei soccorritori hanno sacrificato la propria vita sui monti e per tutti noi è stato un giorno di lutto.
Immediatamente sono arrivate le reazioni dell’opinione pubblica, commozione per la morte dei quattro soccorritori ed aspre critiche a coloro che affrontano la montagna in modo irresponsabile. Persino il responsabile nazionale della Protezione Civile, Bertolaso, si è espresso duramente, dichiarando di essere stanco di vedere morire i soccorritori impegnati in interventi per salvare chi si è cacciato nei guai per incapacità ed irresponsabilità. Parole pesanti, che la stampa ha amplificato, finendo per travolgere, come fosse una terza valanga, tutti coloro che vanno in montagna.
Accade ogni volta che c’è un incidente. I giornalisti, indipendentemente dalla loro conoscenza del tema, si affrettano a dare voce al “buon senso comune”. Oggi, nelle parole di molti giornalisti ed opinionisti impreparati, gli alpinisti e gli escursionisti sono degli imbecilli che si divertono a rischiare la vita, obbligando i soccorritori a rischiarla a loro volta per andarli a trarre d’impaccio. Come alpinista (modesto) ed escursionista mi piacerebbe avere la possibilità di fare causa per diffamazione a molti di coloro che hanno scritto e fatto dichiarazioni nelle ultime ventiquattro ore, perché mi sento offeso e diffamato. Ma non ho questa possibilità, quindi mi limito a rispondere attraverso il mio sito web.
Andare in montagna è pericoloso, e chi nega ciò è un idiota irresponsabile. Qualunque attività svolta nella nostra vita è caratterizzata da un certo grado di pericolo. E’ pericoloso attraversare la strada, pericoloso guidare in autostrada, lavorare in acciaieria, a volte anche stare seduti in un ufficio. Ciò che colpisce l’opinione pubblica, quando si parla di montagna, è che mentre guidare in autostrada può essere una necessità, mentre lavorare è chiaramente necessario, non lo è fare ascensioni in montagna. In sostanza, ciò di cui tutti ci accusano è di andarci a cercare la disgrazia. Su questo punto dissento.
Innanzitutto dissento sull’inutilità dell’andare in montagna (ed in mare, in grotta, nel deserto). In secondo luogo, so per certo che esistono modi più o meno sicuri per farlo. Molto spesso coloro che si indignano, additando noi appassionati di montagna, sono gli stessi che in scarpe da ginnastica o in mocassini passeggiano sui sentieri delle Dolomiti a ferragosto. Scoprirebbero, se avessero la bontà di informarsi, che la gran parte degli interventi di soccorso sui monti d’Italia avvengono per intervenire a seguito di storte e scivolate, nella gran parte dei casi a danno di gente che si reca in montagna priva dell’equipaggiamento minimo essenziale. Scoprirebbero, questi saggi, che per andare a recuperare una persona che si è procurata una storta mentre saltellava in scarpe da ginnastica sui prati delle Alpi, bisogna muovere una squadra di soccorso ed un elicottero, perché l’ambulanza lassù non ci arriva. Muovere un elicottero significa determinare un costo per la comunità e mettere a rischio la vita dell’equipaggio, perché l’elicottero non è sicuro in assoluto, può sempre precipitare. Purtroppo accade.
Bisogna quindi distinguere fra coloro che sono veramente degli sprovveduti, incapaci, privi di equipaggiamento e di senso della responsabilità e coloro che invece hanno fatto tutto il possibile per evitare un incidente, ma vi sono rimasti comunque coinvolti. Non è differenza da poco. È come confrontare qualcuno che è finito contro il muro per l’esplosione di un pneumatico a 50 Km/h con chi si è schiantato mentre guidava ubriaco a 100 Km/h! Gli automobilisti sono tutti idioti? No. Neppure gli alpinisti e gli escursionisti lo sono.
Consideriamo, oltre a questo, che il grado di pericolosità di un’ascensione o di un’escursione sono fortemente variabili nel tempo: dipendono in larga misura dalle condizioni della montagna e sopra tutto da quelle atmosferiche, presenti e passate. Ogni bravo alpinista ed escursionista deve essere ben equipaggiato e scegliere le proprie mete tenendo in considerazione l’ambiente in cui intende muoversi, oltre alle proprie capacità. Dicono che i due alpinisti morti in Val Lasties fossero partiti con un rischio di valanghe elevato. Se questo è vero, hanno commesso un errore molto grave, e grave è stata la conseguenza della loro scelta. I sette soccorritori probabilmente non avevano scelta. Sapevano di correre un rischio, da persone esperte, e lo hanno considerato accettabile. Nessuno di loro riteneva di dovere per forza morire, altrimenti non si sarebbero mossi. La differenza sostanziale fra i due dispersi ed i sette soccorritori è che i primi avrebbero potuto tranquillamente rimandare la loro ascensione, i secondi dovevano scegliere se abbandonarli o meno. Pare che non si sapesse cosa fosse accaduto, semplicemente i due friulani non erano rientrati. Avrebbero potuto essere stati presi da una valanga (come è accaduto), oppure essere rimasti bloccati per qualche altro motivo. Nella seconda delle ipotesi è essenziale intervenire, per evitare ai dispersi un bivacco. Le basse temperature possono uccidere anche chi ha buon equipaggiamento per la progressione, perché nessuno si porta dietro il materiale da bivacco per un’ascensione programmata per essere svolta in giornata. Non ci si porta il materiale da bivacco perché si ritiene improbabile che serva, perché pesa ed il peso comporta fatica, la fatica toglie energie e rallenta, rendendo in verità più pericolosa la progressione. Come vi sarete resi conto, c’è una lunga catena di probabilità e rischi da calcolare.
Personalmente ho sempre fatto questi calcoli in modo accurato, nei limiti delle mie possibilità. Sono piuttosto noto fra gli amici per essere quello che si volta e torna indietro. Credo di avere rinunciato ad almeno una ventina di cime negli ultimi anni, perché ritenevo troppo pericoloso proseguire. Forse non ho salito quelle montagne fino in cima, ma sono arrivato a 38 anni, sono vivo, non sono inabile, penso di potere continuare ad andare in montagna per altri 25 anni. Bisogna consultare i bollettini meteorologici, quelli nivologici, prendere con serietà le indicazioni relative al pericolo di valanghe, analizzare i dati disponibili considerando come è fatta la montagna che vogliamo salire, quali le caratteristiche del percorso che abbiamo scelto, quali le nostre capacità ed il nostro stato fisico. Accadrà talvolta di rinunciare, per il momento. Non importa, avremo altre occasioni, perché siamo ancora vivi. Andare a tutti i costi invece, molto spesso, costa la vita.
Rimane ancora un aspetto da chiarire in questa mia riflessione: chi te la fa fare? La risposta è semplice: io. Sono io a scegliere liberamente di affrontare pericoli e fatica per andare in montagna. Perché lo fai? Cosa ci guadagni?
Sembra che un guadagno sia per forza necessario per giustificare ogni azione. Serve una necessità di tipo materiale, ma non è così. Se l’uomo avesse sempre e solo fatto ciò che riteneva necessario ed utile, secondo la sua capacità di previsione, saremmo rimasti all’età della pietra antica. Se i risultati della ricerca e dell’esplorazione sono tangibili, fatichiamo a considerare i risultati immateriali, per lo più individuali.
Ieri sera è stato trasmesso da RAI3, nel corso della trasmissione Che Tempo Che Fa, un incontro con Walter Bonatti e Reinhold Messner, due dei più grandi alpinisti della storia. Chi ha seguito l’incontro dovrebbe avere capito perché si va in montagna. Farlo porta ad un guadagno individuale, non materiale, enorme. Andare in montagna obbliga a confrontarsi con sé stessi, a creare qualcosa di invisibile, a metterci alla prova. Si tratta di uno sport, per definizione non ha un’utilità materiale immediata, anche se alcuni ne hanno fatto una professione. Sarebbe banale dire che andare in montagna porta verso l’alto, avvicina al cielo e quindi a Dio o a qualche altra entità spirituale. Banale, scontato e sbagliato. Andare in montagna è un esercizio, difficilmente descrivibile in poche parole (io per lo meno non sono in grado di farlo). Faticoso, pericoloso, ma bello. Tanto quanto è orribile, per alcuni di noi, stare seduti su una sedia a fissare il monitor di un computer, o rimanere inchiodati ad una poltrona ipnotizzati da un televisore.
L’individualità della prova e del “guadagno interiore” tuttavia non deve farci dimenticare che un nostro errore può costare la vita ad altri. Evitare incidenti in montagna non significa solo salvaguardare noi stessi, ma anche le persone che eroicamente lasciano la propria casa, il proprio lavoro, i propri familiari, per venirci a soccorrere se qualcosa va storto. Abbiamo il dovere morale di ricordare sempre che il soccorso è un’attività molto più pericolosa della normale progressione in montagna, e quindi dobbiamo fare tutto ciò che ci è possibile per evitare di esporre altri a rischi tanto gravi. Prepariamoci, equipaggiamoci e se necessario rinunciamo ai nostri obiettivi, senza però abbandonare la montagna, e ricordiamoci di essere grati per sempre a coloro che si sono sacrificati.

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Una Risposta to “Montagna, pericolo e responsabilità”

  1. Fonso Says:

    Bertolaso ha fatto quelle dichiarazioni in maniera avveduta e gli dò ragione. Non si può per leggerezza o per errata valutazione mettere a repentaglio la vita di altri, soprattutto se si è esperti di montagna come le due persone che hanno innescato la disgrazia. Sì, sopravvalutazione delle proprie capacità. Il bolletino valanghe parlava chiaro e non ci si può nascondere dietro un “erano degli esperti”, in questo caso sono stati degli inesperti alle prime armi. Ho frequentato la montagna per moltissimi anni e quando mi sono trovato davanti a dei passaggi troppo difficoltosi ho rinunciato ritornando sui miei passi, pensando a chi mi aspettava a casa, alle persone che dipendevano da me lavorativamente ed anche a chi avrebbe dovuto venirmi a cercare. Lo stesso vale per lo sci che ho fatto in pista e fuori pista, sci alpinismo, innumerevoli “Gjalinars” a Ravascletto, ma sempre in sicurezza e quando le condizioni lo permettevano. Questo stile di comportamento l’ho adottato anche quando ho intrapreso le discese in kayak, mai solo sempre una squadra di minimo tre persone, sempre le sicure sui passaggi particolari, quando l’acqua era al di sopra delle possibilità del meno esperto si rinunciava tutti, senza deroghe. Non posso accettare che altre persone rimettano la loro vita per salvare quella degli altri che a loro volta hanno messo allegramente in discussione solo per il loro piacere.

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