Dilettanti allo sbaraglio

Leggendo un recente interessante (e piacevole) saggio di Valerio Massimo Manfredi sulla ricerca della tomba di Alessandro il Grande, sono incappato in queste righe:

“Mentre nessuno si sognerebbe mai di fare per diletto il neurochirurgo nel tempo libero o l’avvocato penalista o l’anatomo-patologo, moltissimi invece pensano di potersi improvvisare archeologi e tacciano di ottusità chi, abituato al rigore di un metodo, non è così pronto ad abbracciare la prima bislacca teoria che gli venga sottoposta, sia pure con entusiasmo.”
(V.M. Manfredi; La tomba di Alessandro, p. 146. Ed. Mondadori, 2009)

La domanda retorica di Manfredi è analoga a quella che mi sono posto innumerevoli volte, adattata alla mia professione. Come mai, chiunque si sente autorizzato ad improvvisarsi ecologo e biologo ambientale?
L’archeologia e l’ecologia condividono indubbiamente alcuni caratteri. Innanzitutto il fatto di essere discipline scientifiche. Probabilmente l’archeologia ha una propria identità più antica, rispetto all’ecologia, anche se l’interesse per gli argomenti trattati da quest’ultima è decisamente precedente rispetto a quello per lo studio delle civiltà antiche. Esistevano dei proto-ecologi già fra quei filosofi greci che facevano parte della civiltà oggi oggetto di studio da parte degli archeologi.
Ad ogni modo, nel XXI secolo dell’era cristiana, archeologia ed ecologia sono scienze, che si dedicano allo studio ed alla comprensione di fenomeni naturali ed umani, utilizzando strumenti e metodi definiti “scientifici”, secondo il pensiero sviluppato da Galileo Galilei nel XVII secolo.
La ridda di ipotesi e teorie strampalate sulla collocazione del sepolcro di Alessandro il Grande è un eccellente corpus esemplificativo della scarsa scientificità manifestata da tanti archeologi dilettanti. Potrei riempire un libro con decine di aneddoti analoghi, relativi alle scienze naturali in generale ed all’ecologia in particolare. Basterebbe seguire con un po’ di attenzione i programmi televisivi più popolari, per individuare un certo numero di dilettanti sia dell’ecologia che dell’archeologia, persino illustri.
Ciò che probabilmente accomuna l’archeologia e l’ecologia è che sono due argomenti di cui ci si sente autorizzati a parlare con leggerezza. Sono di moda ed in fin dei conti c’è quel suffisso greco (λόγος, che autorizza a discuterne, parlarne. È vero che nessuno si sognerebbe di improvvisarsi neurochirurgo, ma questo dipende verosimilmente dal fatto che la neuro-chirurgia viene riconosciuta come un’attività che implica forti responsabilità. Un chirurgo non deve sbagliare, mentre se a sbagliare sono un archeologo od un ecologo, poco male. Questo appare un fatto ancora più tragico se consideriamo quale enorme errore culturale vi sia in una pensiero del genere.
L’ecologia innanzitutto è una scienza, il cui scopo ultimo è comprendere il modo in cui la vita si comporta all’interno dell’ambiente. I risultati dell’ecologia non sono semplicemente utili per gioire della contemplazione di una farfalla o di un pesce colorato, ma per comprendere se l’umanità stia danneggiando irrimediabilmente l’imbarcazione su cui galleggia nell’oceano dell’universo: il pianeta Terra. L’archeologia ha scopi meno concreti forse, ma fa parte di quelle discipline il cui interesse è centrato sull’acquisizione di conoscenze relative all’umanità ed alla sua storia. Banalmente potremmo dire che dalla storia si impara, in modo più complesso che l’uomo non ha bisogno di un risultato materiale per le proprie attività. Ciò che distingue l’uomo dagli altri animali è la capacità di sviluppare delle culture complesse. All’interno della nostra cultura, la conoscenza della storia e delle culture precedenti alla nostra è diventato oggetto di estremo interesse. Superata l’archeologia tragica dei collezionisti del XVIII e XIX secolo, oggi gli archeologi si occupano di accrescere le nostre conoscenze riguardo a noi stessi, riportando alla luce ciò che è scomparso dalla nostra memoria perché, in altre culture, ritenuto “inutile”.
La leggerezza con cui argomenti come l’archeologia e l’ecologia vengono oggi affrontati, spesso in modo analogo alle discussioni oziose sul gioco del calcio, è tutto sommato sintomo di un male culturale: vengono ritenute “inutili”. Ma ritenerli tali significa negare la nostra stessa cultura e civiltà. Non sto lamentando un imbarbarimento recente, dato che i fenomeni culturali di cui parlo sono comparsi molti decenni fa, se non secoli. Il mito si confonde con le conoscenze scientifiche molto frequentemente e l’ignoranza, unita al desiderio di credere in qualcosa di inspiegabile ed affascinante, fa il resto.
Esiste tuttavia un punto su cui desidero soffermarmi, perché vi trovo motivo di preoccupazione. Ho la sensazione, negli ultimi anni, che in Italia la leggerezza con cui vengono trattati molti temi si sia accresciuta, interessando non solo gli ambienti meno colti, ma anche quelli della cultura ufficiale. Forse perché la cultura “ufficiale” è divenuta quella di massa, grazie a mezzi di comunicazione sempre più efficienti, ed è triste, ma necessario, constatare come la massa abbia progredito assai poco sulla strada della conoscenza, nonostante un livello di scolarizzazione che dovrebbe essere fra i più elevati al mondo. L’analfabetismo di ritorno e l’abbassamento del livello di preparazione di coloro che hanno conseguito studi superiori è evidente, in una corsa verso il basso che ha portato ad amplificare in modo drammatico fenomeni tipici della cultura volgare orale. Volgare ovviamente inteso nella sua accezione originale e più pura, non in quella spregiativa e deteriore.
In definitiva mi unisco alla retorica considerazione di Manfredi e non posso che rispondere mestamente che la conoscenza ed il metodo necessario per acquisirla sono sempre meno parte della nostra cultura. È un enorme insuccesso per le scienze e per l’umanità.

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