Il ricordo

In Italia è appena stata celebrata la così detta “giornata del ricordo”. Ricordo dell’esodo dalle terre di Istria, Fiume, Quarnero e Dalmazia di una parte della popolazione che veniva definita “italiana”.
Questo scritto non è rivolto a chi vuole sentirsi raccontare una storia di accuse e vendette, non cercate fra le mie parole una giustificazione per la bestialità della pulizia etnica, né cercate una eco di nazionalismo italiano. Credo che molti esuli contesterebbero la mia visione e le mie teorie, mentre so che altri le apprezzerebbero. Questo è un piccolo gesto di affetto verso terre che non sento mie, ma che comunque amo per averle conosciute ed apprezzate.
Non posso ricordare nulla, dato che sono nato venticinque anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma ho letto, studiato ed ascoltato molto riguardo a quelle terre, alle loro genti ed alle vicende della loro storia. Ho il privilegio di vivere vicinissimo all’Istria e sebbene io abbia antenati istriani, la loro memoria è persa nel tempo: se ne andarono un paio di decenni prima della Prima Guerra Mondiale. Guardo le cose in modo distaccato, con l’ulteriore privilegio di appartenere ad una minoranza etnica, di non considerare quella italiana come la mia lingua. Ho potuto studiare e conoscere senza dovere per forza onorare i racconti di qualche nonno coinvolto in quelle vicende.
Se la storia fosse giusta, oggi Istria, Quarnero e Dalmazia sarebbero stati indipendenti in seno all’Unione Europea. La teoria secondo cui queste terre sono italiane si fonda su un equivoco, studiato ad arte dalla propaganda nazionalista italiana alla vigilia della I Guerra Mondiale. Gli abitanti della penisola istriana, di Fiume, delle coste ed isole di Quarnero e Dalmazia, da secoli formavano comunità miste, dove i discendenti degli illiri romanizzati di lingua romanza convivevano con le famiglie giunte dal continente nei primi secoli del medioevo, genti di lingua slava: croati e sloveni. Nella notte dei tempi la costa orientale dell’Adriatico era abitata da un mosaico di tribù che definiamo genericamente illiriche, il cui territorio si spingeva a Nord fino alle pendici delle Alpi. I loro villaggi fortificati, circondati da robusti terrapieni, vennero eretti fino alla pianura friulana: sono i famosi “castellieri”. Qui le genti illiriche venivano a contatto con i Veneti e probabilmente con i Reti, mentre verso Nord trovavano popoli celtici come i Carni, che scesero a dominare i loro villaggi più settentrionali. Poi venne Roma. Lentamente conquistò tutta la riva occidentale dell’Adriatico, le legioni la risalirono fino a fondare il grande porto di Aquileia, la flotta e la fanteria romana combatterono gli Illiri, responsabili di pirateria ed incursioni, ed infine anche la riva orientale dell’Adriatico venne occupata, divenendo colonia. Lo stesso destino fu seguito da tutte le coste del Mediterraneo e da metà continente europeo. L’Illiria divenne poi Dalmatia et Histria, ed un dalmata raggiunse il trono imperiale: Diocleziano nacque infatti a Spalato, oggi Split, dove il suo palazzo fa ancora parte della struttura urbanistica della città. Col crollo dell’impero romano l’interno della penisola balcanica venne devastato dalle continue incursioni di popoli delle steppe, che generarono un vuoto, colmato con migrazioni pacifiche da parte di genti di lingua slava. Gli slavi continuarono il loro viaggio fino all’Adriatico, dove trovarono ciò che restava delle comunità illiriche romane. Qui si fermarono ed iniziarono una convivenza lunga quindici secoli. Mentre nella penisola italica il latino volgare si evolveva in una serie di parlate che oggi riconosciamo come dialetti, fra cui domina una particolare variante del toscano, nelle terre della Retia e dell’Illiria gli indigeni romanizzati parlavano in modo diverso. Le loro lingue iniziarono un processo di mutamento, facilitato dal contatto con le culture slave e germaniche, che portarono alla comparsa di lingue recentemente scomparse od in via di estinzione: il Dalmatico, le parlate delle isole, l’Istrioto, il Muggesano, il Tergestino, il Friulano e fra le Alpi il Ladino. Negli stessi anni i Veneti romanizzati evolvevano la loro parlata ed un oscuro villaggio di pescatori lagunari si avviava a sostituire la grande Aquileia: Venezia sarebbe diventata la capitale di un impero mediterraneo. Mentre tutto questo avveniva, fra il correre delle flotte bizantine e varie lotte per il potere in Europa, gli abitanti di Istria, Quarnero e Dalmazia continuavano l’esistenza di sempre. I contadini costruivano coraggiosi terrazzamenti sulle pendici dei monti, sulle isole e sul continente, i pastori portavano al pascolo le loro capre e le pecore, nelle zone più ricche trovava spazio qualche vacca, i pescatori attingevano alla ricchezza dell’Adriatico con mezzi che oggi ci farebbero sorridere, i mercanti percorrevano la costa orientale di questo mare lungo e stretto, ricca di intrighi, ma anche di porti sicuri, mentre la costa occidentale, quella italiana, risultava meno favorevole perché bassa e sabbiosa, poco protetta. Nel frattempo artigiani di ogni mestiere prosperavano nelle piccole città che guardavano al mare. Quando il potere di Venezia crebbe, ed iniziò lentamente a schiacciare il potere politico di Aquileia (o meglio del suo Patriarca, ormai costretto a governare da Udine), le città istriane e dalmate trovarono più conveniente passare sotto la sua tutela. Chi si opponeva a Venezia venne conquistato, finché tutta la riva orientale del mare non fu sotto il controllo veneziano, costituendo una via sicura per raggiungere la Grecia e da lì i porti del Medio Oriente. Il dominio veneziano introdusse una nuova parlata, quella che chiamiamo il “veneto de mar”, la lingua franca dei porti del Mediterraneo orientale, che lentamente erose lo spazio vitale delle parlate originali. Gli ultimi a ricordare le antiche parlate dalmate furono alcuni abitanti delle isole, vissuti nell’800.
Anche Venezia un giorno cadde in disgrazia, ed allora nacque l’astro di Trieste, porto franco dell’Impero, porto dell’Austria, mentre Fiume diveniva la base commerciale dell’Ungheria. Le due corone furono unite nel XIX secolo, in un periodo di grande prosperità, pur sotto il duro regime imperiale imposto dagli Asburgo. Allora non si parlava di “italiani” e di “slavi”, ma semplicemente di dalmati, di quarnerioli, di fiumani, di istriani. Nelle case si parlavano molto spesso due lingue, se non tre: il dalmatino, l’istriano, il croato, lo sloveno ed il tedesco. Capitava che famiglie dal cognome chiaramente slavo usassero solamente la parlata di derivazione latina, così come che persone dal cognome latino parlassero correntemente in una delle lingue slave.
Purtroppo, mentre in quelle terre tutto continuava ad essere pacifico, una famiglia di nobili della Francia meridionale, i Savoy, stava costruendo rapidamente e con spregiudicatezza un proprio regno in Italia. Cambiato il nome in Savoia i futuri re d’Italia mossero una serie di guerre, in particolare contro l’Austria, per acquisire nuovi territori. Trovarono una giustificazione morale e politica nella nascita di un sentimento nuovo: il nazionalismo. In un’Italia che era divisa da più di dieci secoli, nei circoli di intellettuali intrisi di cultura romantica iniziò a circolare il desiderio di ricostruire un’entità statale ormai anacronistica, facendo rinascere i fasti della Roma imperiale. Incredibilmente il progetto riuscì, grazie alla capacità politica di alcuni uomini che appoggiarono e dettero forma all’ambizione dei Savoia. Con la forza degli eserciti ed una serie interminabile di voltafaccia diplomatici, alla fine i Savoia estesero i loro domini fino al Friuli ed iniziarono a guardare avidamente verso Est. Poco più in là c’era Trieste, il bel porto dell’Austria, la cui ricchezza sembrava stridere con la modestia delle città di mare della costa italiana. I Savoia volevano Trieste ed il Trentino, per assicurarsi il controllo delle grandi rotte commerciali dell’epoca, e per renderle sicure in loro mano, avevano bisogno anche di Istria e Dalmazia. Fu così che nel 1915, rompendo il patto di alleanza con l’Austria, Vittorio Emanuale dichiarò guerra all’imperatore Franz Josef, e decise di prendere parte a quell’immane tragedia che la storia ricorda come Prima Guerra Mondiale. Il conflitto fu durissimo, fratricida. Gli eserciti che si affrontavano erano composti da gente che fino al giorno prima aveva coltivato campi confinanti, parlato con lingue comuni e commerciato pacificamente per secoli. Alla fine il Regno d’Italia, grazie al sacrificio dei suoi giovani ed all’appoggio economico delle grandi potenze occidentali, poté sedersi al tavolo del vincitore. Ed allora qualcosa si ruppe. Improvvisamente, per giustificare l’occupazione delle terre ad oriente del Golfo di Trieste, le comunità latine vennero considerate a tutti gli effetti italiane. L’Istria e la Dalmazia divennero regioni di una sorta di “Grande Italia”, estesa ben oltre i limiti della penisola. L’operazione non riuscì completamente, generando malcontento fra i nazionalisti e provocando esperienze di dubbio valore, come la spedizione del Legionari di D’Annunzio su Fiume. All’improvviso comunque si smise di parlare di “istriani” e di “dalmati” in senso generico, distinguendo coloro che erano “italiani” dagli “slavi”. La distinzione fra latini e slavi era storica, ma la convivenza non aveva mai subito strappi fino ad allora. Il fascismo, l’apoteosi del nazionalismo italiano, non fece che peggiorare la situazione, dividendo sempre più le comunità della costa orientale, inculcando negli abitanti di parlata latina un senso di superiorità sugli slavi che si accompagnava a continue discriminazioni. In questo processo, vale la pena di ricordarlo, il ruolo dei latini di Istria e Dalmazia fu realmente marginale. Se fosse stato per loro, i contadini avrebbero continuato a coltivare i terrazzamenti, i pescatori a gettare le reti, senza chiedersi a quale nazione appartenesse il loro vicino di casa o compagno di barca. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale la situazione precipitò. L’effimero Regno di Jugoslavia venne occupato dalle truppe dell’Asse, tedeschi ed italiani iniziarono una forte azione di repressione della resistenza jugoslava, e giunsero anche in Istria e Dalmazia gruppi di armati provenienti dall’Italia peninsulare, che poco o nulla sapevano di quelle terre, se non ciò che era stato loro inculcato dalla propaganda del regime. Ancora una volta vale la pena ricordare che fra le truppe di occupazione italiane c’erano dei poveri ragazzi mandati in guerra così come degli esaltati desiderosi solo di menare le mani e dare sfogo ai propri peggiori istinti. Questi ultimi sottoposero le popolazioni slave ad ogni genere di angheria, commettendo atti che oggi verrebbero sottoposti a giudizio presso il Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra.
Ogni cosa era arrivata al punto giusto. La propaganda del regime fascista aveva cancellato l’identità storica di Istria, Fiume, Quarnero e Dalmazia, le camice nere arrivate dall’Italia fecero salire la pressione dell’odio con i propri crimini, alle spalle spingeva un forte movimento dove convivevano, in modo inspiegabile, l’ideologia comunista ed il nazionalismo slavista. I popoli slavi del Sud, che avrebbero dimostrato in seguito di non essere per nulla fratelli, sotto il ferreo comando di Jozip Broz, detto Tito, crearono un movimento di resistenza efficientissimo, appoggiato da Russia e Gran Bretagna. Tito stesso stabilì il suo comando in Dalmazia, sull’isola di Lissa (o Vis, per i croati).
Alla fine della guerra le truppe italiane svanirono, le camicie nere fuggirono a gambe levate verso le loro case, sicure oltre l’Adriatico, lasciando i civili di lingua latina esposti alla vendetta ed alla pulizia etnica. Gli italiani avevano agito un po’ come coloro che tirano una pietra ad un cane che dorme e poi fuggono, lasciando gli innocenti a subirne la furia. Allo stesso modo, la massa degli abitanti di parlata latina delle terre ad oriente dell’Adriatico, venne lasciata all’orrore. Quanto accadde a quella povera gente abbandonata non era ignoto alle potenze vincitrici. Gli inglesi in particolare avevano ottimi rapporti con Tito e possedevano tutte le informazioni necessarie per sapere cosa stesse succedendo. Ma Churchill non mosse un dito, non chiese a Tito di frenare i suoi partigiani, e l’Inghilterra stette a guardare, come aveva fatto altre volte, il massacro in colpevole silenzio.
I crimini commessi dagli uomini di Tito sono in buona parte noti, anche se l’opinione pubblica italiana tende a rimuoverne la conoscenza. Ben venga in questo senso un giorno del ricordo, ma sono state rimosse tutte le parti di questa storia, comprese quelle che parlano di paesi meravigliosi, chiamati Istria, Quarnero e Dalmazia, dove la gente più bella, fiera e gentile d’Europa viveva in pace.
Oggi la Jugoslavia non esiste più, dilaniata dalla furia dell’odio etnico, la Slovenia è uno stato dell’Unione Europea, la Croazia aspira a divenirlo e per gli italiani Istria, Quarnero e Dalmazia sono semplicemente bei luoghi di vacanza. Sento dire “andiamo in Croazia”, quando i turisti partono per Rovigno o per Lussino. Hanno scoperto questi luoghi di recente, come se fossero esotici, ignorano quasi sempre i vecchi nomi latini delle città e delle isole, ma pronunciano in modo errato i nomi slavi.
Centinaia di migliaia di latini della costa orientale sono fuggiti di fronte all’orrore della pulizia etnica, dei massacri, degli stupri, delle torture. Sono venuti in quella che diceva di essere la loro patria, quell’Italia che in realtà li aveva traditi e che spesso li accolse con fastidio, come fossero estranei. Oggi chi visse quei giorni rimane con l’amarezza, il dolore di avere perso una casa ed una patria, il ricordo dei parenti trucidati dagli uomini di Tito. Continuano a chiedere giustizia all’Italia ed all’Europa, aggrappandosi disperatamente a ciò che la propaganda fascista aveva inculcato loro nell’infanzia. Ma giustizia non avranno e non rimarrà loro altro che guardare oltre l’Adriatico, ammettendo alla fine che la loro patria è veramente perduta, perché gli Istriani, i Quarnerioli, i Dalmati, non sono italiani, sono popoli sbriciolati come splendidi ed esili vasi di terracotta che hanno avuto la sfortuna di trovarsi nel mezzo quando due masse d’acciaio hanno cozzato l’una contro l’altra. L’Italia e l’Europa non dovrebbero dimenticare quello che per noi abitanti dell’oriente è chiamato l’Esodo, ma dovrebbero anche trovare il coraggio di vergognarsi, per avere contribuito a cancellare quindici secoli di storia e di cultura. Purtroppo di quelle comunità, della loro cultura e della loro storia rimane poco o nulla. Anche se domattina i nipoti degli esuli potessero tornare in possesso della casa avita, sulla riva orientale dell’Adriatico, per la maggioranza di loro diverrebbe solo una casa per le vacanze, ed in ogni caso pochissimi sono eredi della cultura dei loro padri. Il secolo ormai concluso ha cancellato una parte di quella gente, ma ne ha annientato l’identità. Rimane, appunto, solo il ricordo.

Par quei che i jera e par quei che i sarà: Viva l’Istria!

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2 Risposte to “Il ricordo”

  1. Scintilena Says:

    Bravo Mayo

  2. andrea Says:

    Bravo Bepo, esaustiva e sopratutto lucida ed equilibrata.
    Me la stampo e la conservo.
    Essere esuli istro-dalmati è sopratutto non sapere bene quale sia il tuo posto nel mondo. E amarezza, malinconia struggente di essere senza piu radici. Appartenenza ad un mondo che non esiste piu, quindi non-appartenenza.
    E’ senso di fastidio, e parlo per me, quando sento dire “vado in Croazia” per indicare che si va a Parenzo, o dire Krk per Veglia, Cres per Cherso, Losinj per Lussino (quasi sempre sbagliando la pronuncia). Ma è sbagliato, una terra è di chi la abita, e gli IstroDalmati non abitano piu quelle terre.
    Ed ora che in quelle terre si allestiscono musei e mostre, per celebrane la storia, chi la abita è a disagio, non sa leggere gli antichi documenti, non sa spiegare al figlio curioso cosa dicono quelle pagine esposte.
    “ono što je tamo napisao, tata?” “Ja ne razumijem, sine”
    Si accorge che in fondo anche lui è senza radici.
    Ed avolte, ma sono casi sporadici, il disagio porta comportamenti agressivi, magari con quegli italiani “che nulla sanno”.
    E quelli Slavi che di quelle terre sono autoctoni non vogliono piu essere chiamati tali, si chiamano fuori, rivendicano multiappartenenza.
    “Mi son Lussignan” mi ha detto il mio amico che di cognome fa Dragoslavic, pescatore slavo originario di Pago ” vol dir che che se comincio a parlar con ti se parla in talian, con un altro in croato, e con altri in tedesco”
    Talian è, ovviamente, il veneto DA mar, che un veneto del veneto farebbe una gran fatica a capire.

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