L’apertura della pesca

Ieri, 28 marzo 2010, si è aperta la pesca ai Salmonidi nelle acque interne del Friuli Venezia Giulia. Più di ventimila persone si sono assiepate lungo i corsi d’acqua della regione per prendere parte a questo vero e proprio rito. L’apertura per antonomasia è quella ai Salmonidi, più precisamente “alla trota”, indipendentemente da quale trota si tratti.
Come al solito i fiumi sono stati riforniti del così detto “materiale pronto pesca”, ovvero di pesci prodotti in allevamento la cui lunghezza totale è superiore a quella minima che ne consente la cattura ed il trattenimento, ovviamente a scopo culinario. L’immissione di pronto pesca ha la doppia funzione di fare contenti i pescatori e di evitare un massacro di trote selvatiche.
Ieri ho ricevuto un po’ di telefonate, da parte di amici e conoscenti che sanno quanto sia coinvolto nelle questioni di gestione della pesca, e tutti si sono lamentati o mi hanno riferito di altrui lamentele. Io a pescare non ci sono andato, penso di avere fatto l’apertura una sola volta, ovvero il primo giorno della mia vita in cui ho pescato con regolare licenza nelle acque interne del Friuli Venezia Giulia. Ad ogni modo, sono un pescatore, oltre che un biologo specializzato in ambienti acquatici che per una serie di eventi casuali si è trovato a lavorare sulla gestione della pesca. E da pescatore conosco il lato B della medaglia, quello di chi sta con la canna in mano e spera di sentire uno strattone, l’adrenalina che sale, e lo fa nonostante anni di esperienza, il successivo gioco di equilibri e forze per portare il pesce ai propri piedi (senza perderlo), l’immancabile telefonata all’amico per vantarsi, che ormai si può fare direttamente dal fiume con tanto di foto d’accompagnamento (l’unico vantaggio tangibile delle fotocamere sui telefonini).
Noi pescatori fondamentalmente siamo costretti, per natura, a due comportamenti precisi: lamentarsi ed esagerare.
L’esagerazione è direttamente proporzionale al tempo intercorso fra cattura e narrazione, o meglio al numero di volte in cui abbiamo raccontato la cattura. Il pesce cresce seguendo una progressione geometrica di volta in volta, mentre la durata del combattimento aumenta in modo lineare ed il diametro del filo decresce, sebbene con meno decisione. Insomma, una trota iridea di 30 centimetri catturata sul canale del consorzio ed issata a forza in trenta secondi grazie al filo da 0.30 mm di diametro, alla terza narrazione è diventata una marmorata da 50 centimetri, catturata nel Tagliamento, dopo una lotta di mezz’ora perché avevo il filo da 0.12.
La lamentela invece nasce quando non si prende, il che accade molto spesso, ed è dunque il comportamento più diffuso fra noi pescatori. Quando non si prende un accidente, ma non si sente nemmeno una “beccata” sull’esca, allora si torna a casa frustrati. Va tutto più o meno bene finché non si varca la soglia di casa, evitando questa volta l’osteria; c’è un po’ di amarezza, ma tutto sommato ci siamo fatti un paio d’orette in santa pace sul fiume. Ma oltre la soglia di casa c’è sempre lei che ti aspetta. Madre, moglie, sorella, è indifferente, ma è sempre una donna, che ci chiede “hai preso?”. Non possiamo sottrarci, se i paleoantropologi hanno ragione questi sono i rispettivi ruoli da oltre centomila anni: il maschio è andato a caccia, la femmina è rimasta col gruppo in attesa, lui torna e lei giustamente si aspetta qualcosa da mangiare per i propri figli. Ecco spiegata la frustrazione profonda che il pescatore prova quando varca l’ingresso della sua caverna, pardon casa, e deve confessare “no ai cjapât nuje”, non ho preso niente. La vergogna e la frustrazione si mescolano e diventano rabbia. Capiamoci, fare brutta figura in fatto di caccia e pesca con la propria donna è e rimane un enorme problema psicologico, con buona pace delle pari opportunità e di tutte le più avanzate teorie sulla psicologia dell’uomo moderno. Per noi pescatori, la trota è come il PIL per un economista. O viene su, o c’è la crisi.
A questo punto inizia a nascere la rabbia e per stare bene ce la dobbiamo pur prendere con qualcuno. Con noi stessi?
La vita è già abbastanza ricca di problemi, frustrazioni, la crisi, la disoccupazione, l’Udinese che rischia la Serie B. No, non possiamo anche accollarci l’onere di essere dei falliti nel campo alieutico e venatorio: le responsabilità devono venire fuori.
Grazie a Dio in Friuli abbiamo la possibilità di prendercela con un organo regionale, l’Ente Tutela Pesca, ovvero quell’istituzione che fra i suoi compiti ha quelli di salvaguardare la fauna ittica, ma anche incentivare lo sviluppo della pesca nelle acque interne. È l’ETP che deve seminare, ovvero immettere nelle acque le famose trote pronta pesca, che possono garantirci almeno una cattura, innescando il gioioso processo dell’esagerazione e scongiurando l’esperienza orribile del ritorno a casa a mani vuote. Ecco dunque che possiamo lamentarci, dire che ci fanno pagare troppo per quello che si prende (50 Euro all’anno), che non hanno seminato, che se lo hanno fatto le trote non mangiavano perché drogate dall’ossigeno puro usato sui camion, oppure che erano inappetenti perché vengono allevate con il mangime liquido e quindi non sanno mangiare roba solida come un verme. Infine l’ETP dovrebbe smetterla di farsi imporre i piani semine dai biologi, che non capiscono niente, anzi dovrebbe proprio smetterla di buttare via soldi mantenendo dei biologi che invece di preoccuparsi di fare pescare di più la gente onesta, che ha il diritto di divertirsi un po’ nel tempo libero, si stordiscono il cervello contando il numero di raggi della pinna del pesce scarto (ovvero tutto ciò che non è trota).
La situazione peggiore è quando ci troviamo in due, tre, N pescatori ugualmente inferociti per la pescata a vuoto, ed allora ci si tira su uno con l’altro, ci si “imboresse” come diciamo qui, arrivando a dichiarare infine che non faremo più la licenza ed andremo a pescare in Slovenia, dove si pagano 60 Euro al giorno, non si può trattenere praticamente niente, ma loro si che sanno gestire i fiumi. Voglio vedervi tornare a casa, senza avere preso niente, dopo aver pagato sessanta euro di permesso per un solo giorno. Se vostra moglie vi lapidasse, sarei disposto ad aprire una sottoscrizione per sostenere le sue spese legali durante il processo per omicidio. Sessanta Euro! Avreste potuto portarla a cena fuori, per una volta, e credetemi che sarebbe stato decisamente meglio per tutti due.
Fatto sta che ci ostiniamo a non prendere nulla ed a lamentarci. Molti hanno fatto i conti. La trota al supermercato costa circa 5 € al Kg, trota iridea allevata in Friuli, intera. Bene, avendo pagato 50 € di licenza di pesca, ho diritto a 10 Kg di trota. Se non li prendessi in un anno, sarebbe quanto meno una truffa. Peraltro, se vado in un laghetto di pesca sportiva, dove non mi serve neppure la licenza di pesca e posso portare mio nipote senza tante storie, pago proprio cinque euro al chilo di pesce catturato. Se non catturo, non pago. Ed allora perché diamine sti disgraziati mi chiedono cinquanta Euro che devo pagare sulla fiducia, sperando di prendere 10 Kg di trote, che puntualmente non prendo?
A questo punto mi tocca guardare l’altro lato della medaglia. Abbiamo, in Friuli Venezia Giulia, 100.000 Kg di trote pronta pesca preparate per essere immesse nei fiumi della regione nel 2010, più una riserva strategica. Se dividessimo questo peso per tutti i pescatori avremmo garantiti 5 chili di trote a testa, per un valore commerciale di 25 Euro, cui si aggiungono le trote selvatiche, che sono a nostra disposizione, il cui valore dovrebbe essere difficile da calcolare in termini economici, ma ragionando in termini di chili, dovrebbero esserci almeno altri 300.000 Kg. Insomma abbiamo a disposizione almeno 20 Kg di trote a testa, il doppio del corrispettivo pagato per la licenza.
Il problema diventa prenderli. E qui mi tocca riporre stringere la canna da pesca fino a farmi le nocche bianche e poi recitare il mea culpa.
Quante volte vado a pescare in un anno? Il pescatore friulano medio ci va circa 18 volte, su 96 giorni disponibili per andare a trote. Quindi molto poco, anzi pochissimo, un quinto circa. Io in un anno faccio mediamente meno di 18 uscite, l’anno scorso ne ho fatte solo 6 alla trota. Ma ho preso ogni volta qualche pesce. Gli amici dicono “grazie, tu sai quando seminano”. A dire il vero no, non so quando seminano, ma so in quali tratti lo fanno, e li evito tutti accuratamente, perché a me la trota che sa di mangime fa schifo ed io sti pesci li mangio. Prendo pesci perché cerco continuamente di capire come catturarli. Devo ancora capire come prendere quelli grossi, ma ci sto lavorando sopra.
Sui fiumi ci vado molto, anzi moltissimo, ed osservo. Noi pescatori in media andiamo a pescare sul fiume esattamente come si fa nelle vasche degli allevamenti che fanno “pesca sportiva”: senza alcuna cura nella scelta dell’ora, dell’abbigliamento, dell’esca, dello spessore della lenza. Oggi sono andato a fare quattro passi per sgranchire le gambe durante la pausa pranzo, ed ho trovato un pescatore su un canale artificiale dell’udinese. È arrivato mentre passeggiavo, ha tirato fuori la canna e si è messo in piedi, vestito con una maglietta rossa, canna in una mano, cicca nell’altra, a pescare mollando un bel lombrico di terra attaccato ad un amo numero 3, con il finale appesantito da un piombo da 20 grammi, lenza che ad occhio darei sui 0.30 mm di diametro. Sono andato per la mia strada, ma sono tornato a passare per quello stesso posto dopo 15 minuti. Il pescatore era scomparso, l’auto anche. Dato che giro sempre col binocolo ho provato a controllare lungo il canale, per vedere se fosse passato ad un altro ponte. Non era in vista.
Nella mia immodesta esperienza di pescatore, pescare all’una di pomeriggio, vestiti come un carnevale in piedi sulla riva del canale, senza “sentire” la lenza, con quella montatura e restare sul canale meno di un quarto d’ora, equivale ad una rinuncia. Caro collega di lenza, se non hai preso niente è perché non sai pescare. Mi dispiace, ma è meglio che te ne faccia una ragione ed inizi a pensare a come prendere quei pesci, perché loro di suicidarsi sul tuo amo non hanno alcuna intenzione.
Secondo me noi pescatori dovremmo partire da qui: non abbiamo diritto di prendere, dobbiamo essere abbastanza bravi da riuscirci.

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2 Risposte to “L’apertura della pesca”

  1. Scintilena Says:

    Oh Sampei! Mi piace come scrivi, dai mettiti sotto e fai sto libro, io lo comprerò!

  2. salvatore Says:

    Mai letto niente di più vero! 😉 complimenti!

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