Il fallimento della scuola viene da lontano

Ogni tanto provo a rileggere le cose che ho scritto. A volte penso di avere perso del tempo, scrivendo di cose poco interessanti, mentre altre volte penso di avere scritto veramente male.
Non sono capace di scrivere correttamente in italiano. Molte fra le persone che incontro non hanno acquisito le basi della fisica classica (per esempio velocità = spazio / tempo), altri non hanno alcuna nozione di biologia. Sorvolo sull’ignoranza in fatto di storia, recente od antica che sia. E’ più facile trovare persone che credono di avere una buona conoscenza della letteratura, perché sono in grado di snocciolare qualche nome e di citare della narrativa. In generale però, trovo che il cittadino italiano medio sia ignorante.
Mi si dirà ora che è colpa e responsabilità dei politici degli ultimi vent’anni, che hanno scientemente minato la scuola, per impedire ai cittadini di acquisire conoscenza e, dunque, coscienza. Al riguardo ho una posizione che si può esprimere, in modo conciso, con una sola parola: balle.
La scuola italiana è oggi in condizioni pietose in quanto a struttura e mezzi, ma le carenze che riscontro nei miei coetanei (gente fra i 35 ed i 40) sono state generate dalla scuola di 30 anni fa. Quella “classica”, non quella dell’era post-atomica delle televisioni private.

Quando sono andato alle scuole elementari, la maestra, molto severa ed all’antica, ha interpretato il suo ruolo in un modo che oggi definiremmo anacronistico. I suoi metodi sarebbero oggetto di un procedimento giudiziario. Ci prendeva a sberle se sbagliavamo il problema, ci colpiva le mani col righello, a volte ci umiliava. Sopra tutto, la mia maestra ha impostato un sistema di discriminazione profonda all’interno della classe. Ricordo chiaramente che eravamo divisi in “intelligenti” (tutti figli di professionisti ed imprenditori), “normali” (tutti figli di impiegati) e “deficienti” (tutti figli di operai o proletari in genere). Io ero “intelligente” in quanto figlio di un architetto. Ma ero portatore di handicap: sono mancino. Ogni tentativo di farmi scrivere con la mano sbagliata (la destra) è stato frustrato, così come quelli di convincermi che i bambini considerati “deficienti” fossero inferiori a me.
In mezzo a questo bel quadro sociale e psicologico, ricordo di avere dovuto studiare a memoria le coniugazioni dei verbi, cosa che mi è stata utile, dato che penso di essere uno dei pochi in Italia ad usare il congiuntivo in un colloquio fra amici. D’altro canto, non ricordo che la maestra mi abbia mai spiegato l’uso della punteggiatura.

Alle scuole medie la musica non cambiò. I miei insegnanti tendevano a ghettizzare ed umiliare i meno bravi. Il sistema, se ho ben capito, si basava sul principio distorto secondo cui chi dimostrava meno attitudine allo studio dovesse essere lasciato indietro, “tanto non ne vale la pena”. Anche in questo caso non mancavano le umiliazioni, vere e proprie, a danno di alcuni fra i miei compagni, che avevano l’unica colpa di provenire da situazioni familiari dove la così detta “cultura” avrebbe dovuto entrare dalla scuola. Era facile parlare di storia a me, figlio di famiglia borghese, con una biblioteca domestica dove assorbivo con avidità ogni cosa, indipendentemente da quanto mi veniva insegnato a scuola. I miei insegnanti non capivano, o non volevano capire, che il loro mestiere sarebbe stato quello di portare i meno fortunati al passo con coloro che partivano avvantaggiati.
Anche alle scuole medie, non ricordo che qualcuno mi abbia insegnato a scrivere in italiano.

Al liceo scientifico era ormai troppo tardi. Forse qualcosa si sarebbe potuto fare durante il biennio, ma dalla terza in poi bisognava occuparsi d’altro, e l’uso della lingua era dato per acquisito. Fra la quarta e la quinta liceo venni rimandato a settembre. In latino, perché la mia conoscenza di quella lingua era (ed è) inferiore a quella di uno studente del primo anno, in italiano e lettere perché l’insegnante si rese conto che doveva darmi un buon motivo per imparare a scrivere.
Il risultato fu ottimo. A settembre la prof valutò la mia preparazione in letteratura e la capacità di scrittura con un 7 bello tondo. Voto che mantenni per tutto il quinto anno. Sorvolo sul fatto che, a quanto pare, nella mia traduzione dal latino non ci fossero errori e che riuscii a leggere in metrica una poesia di Catullo ed un brano dell’Eneide.

All’università scoprii di non avere quasi nozioni di biologia. Orribile scoperta, per un giovanotto iscritto a Scienze Biologiche! Non sapevo cosa fossero meiosi e mitosi, tanto per fare un esempio. Avevo una buona preparazione in matematica ed ottima in fisica, ma solo grazie a mio padre. La mia insegnante di matematica e fisica del liceo era un’incapace. Se dovesse leggere questo post, sappia che sono disposto a sostenere le spese legali per farle causa, dato che credo che sia uno dei peggiori individui che abbia mai varcato le porte della scuola italiana.

Da questa mia esperienza, oltre che dai racconti dei miei coetanei provenienti da altre realtà, ho capito che il problema della nostra scuola è stato, per decenni, qualitativo. Non avevamo bisogno di grandi mezzi, non servivano computer od altri moderni mezzi didattici: sarebbe bastato avere degli insegnanti. Lungo il mio percorso formativo ne ho incontrati pochi.
Molti dei miei supposti insegnanti erano semplicemente degli “impiegati nella scuola”, cercavano uno stipendio e lo trovarono lì. Insegnare è un mestiere difficile: non basta avere le nozioni, bisogna saperle trasmettere, avere voglia di farlo, avere rispetto dei propri allievi.

Oggi la scuola è in difficoltà. Per anni abbiamo vissuto nell’illusione che fosse un luogo sicuro dove trovare lavoro. Abbiamo dato speranze a migliaia di laureati, che il mondo del lavoro non ha potuto o voluto assorbire altrimenti. La scuola era una sorta di immenso ammortizzatore sociale.

Ora taglieranno i posti, manderanno a casa i precari, ridurranno persino le cattedre di coloro che sono di ruolo. Sarà un enorme problema sociale, oltre che economico, perché il numero di disoccupati sarà veramente notevole. Eppure, nel dibattito di cui ho sentore attraverso i media, manca un aspetto, che sembra non interessare a nessuno: gli studenti. Sento intervistare i precari, con un piede e mezzo nella fossa, disperati perché perderanno il posto di lavoro. Ma non sento parlare del significato di quel posto. Stiamo parlando di una scuola come ammortizzatore sociale, o come strumento di crescita per un Paese?

A me piacerebbe una scuola che insegni ai ragazzi ad usare la punteggiatura, a scrivere un pensiero in modo differente rispetto ad un sms, mi piacerebbe una scuola in cui non si studino date, ma si comprendano i meccanismi della storia, una scuola da cui escano uomini e donne che non credano nella bufala dell’idrogeno come energia alternativa. Vorrei non incontrare più gente che crede ancora nella generazione spontanea, persone che confondono l’imperfetto col congiuntivo ed il condizionale. Vorrei che gli italiani che ci saranno fra vent’anni non si esprimano come un calciatore.

Lo so, chiedo troppo.

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