Manovriamo

La manovra finanziaria al varo, con lo scopo di rimettere in carreggiata l’Italia e soddisfare le richieste dell’Unione Europea. Le voci che si sono susseguite durante l’ultimo mese sono molte, anche perché, ragionevolmente, nessuno aveva le idee chiare su cosa fare.

Ora si parla di 24 miliardi, poi di 28, infine di 27, ma è chiaro che i numeri reali li conosceremo solo fra qualche mese. Il bilancio di uno Stato non è cosa semplice: stiamo parlando di migliaia di capitoli di spesa e di entrate. Ci sono poi i giochi di tipo “finanziario”.
Ricordate quando Guzzanti impersonava il Ministro Tremonti intento ad elaborare la Finanziaria? All’epoca ci ridevo sopra. Oggi non più. Ho avuto modo di esplorare il mondo delle pubbliche amministrazioni, vedere come è fatto un bilancio, ed ho capito che il povero Tremonti deve in realtà scommettere sul quadro economico più probabile, non potendo decidere sulla base di una conoscenza esatta dei conti. Questo non è colpa sua, ma del sistema amministrativo italiano, di chiaro stampo sabaudo. Al solito, tutti i mali vengono dagli “unificatori”.

Vorrei analizzare le scarse informazioni che abbiamo ricevuto sulla nuova manovra finanziaria. Si dice “nessun aumento delle tasse”, “lotta all’evasione”, “riduzione dei compensi dei politici”, “non si toccano le pensioni”, “riduzione delle uscite”, “controlli sulle pensioni di invalidità”.
Bello, tutto molto bello ma, a mio avviso, errato.

Quando bisogna portare soldi in cassa è ovvio che sia necessario intervenire sul bilancio entrate – uscite. Partire con l’idea di non aumentare le tasse significa lasciare l’aumento delle entrate alla voce “riduzione dell’evasione fiscale”. Non credo proprio che sia sufficiente.
Infatti si parla di riduzione delle uscite. E questo è il dramma. Se le entrate aumentano poco (e così sarà), le uscite dovranno diminuire moltissimo. Sapete cosa significa meno uscite per lo Stato? Meno servizi per i cittadini.

Credete forse che riducendo gli stipendi ai parlamentari si risparmi poi tanto? No, per risparmiare sul serio bisogna colpire i grandi settori pubblici: scuola, sanità, sicurezza. Potremmo risparmiare sulle opere pubbliche, ma abbiamo una zona terremotata da sistemare (Abruzzo), che ci costerà il doppio del necessario, per soddisfare, oltre a chi lavora, chi ci lucra. E poi le grandi opere servono a far lavorare le imprese. Se l’edilizia privata è ferma, le imprese edili devono costruire ponti, strade, gallerie, ferrovie ad alta velocità, rifare argini, magari qualche edificio pubblico da lasciare inutilizzato per i prossimi cent’anni. E l’edilizia privata rimarrà ferma, perché in questo momento, con la disoccupazione in crescita, la gente non compra casa.

Tagliamo un po’ sulla scuola? Ci ha già pensato la Gelmini, prima della manovra. Il prossimo anno gran parte dei precari non lavorerà, con un risparmio enorme per lo Stato. L’altra faccia della medaglia è che avremo altre migliaia di famiglie ridotte in povertà, o poco sopra lo stato di povertà, con ridotto potere d’acquisto, deprimendo ulteriormente i consumi, già in difficoltà per i fatti loro.

I consumi, aspetto interessante. Purtroppo il consumismo è un sistema perverso e catastrofico, tanto quanto il comunismo. Tuttavia, ci siamo dentro fino al collo e non possiamo cambiare le cose di punto in bianco. Se le famiglie possono spendere meno, e così sta accadendo, acquistano meno. Questo riduce le entrate per i commercianti e per i produttori, provocando ulteriore crisi, altre chiusure, altri licenziamenti.

I consumatori si orienteranno probabilmente sui beni a basso costo. Dalle mie parti, chi non ha soldi, va al negozio dei cinesi. La roba cinese è fatta male, spesso è decisamente brutta, molto spesso funziona veramente male, ma costa pochissimo.
Vent’anni fa ci dicevano che la Cina doveva essere coccolata, perché sarebbe stato un enorme mercato per le nostre merci. Chi la pensava in questo era idiota. La Cina è un grande paese, con molte risorse, una massa sterminata di lavoratori e la capacità di produrre a bassissimo costo, sbaragliando le nostre aziende.
Alla fine noi siamo diventati il mercato della Cina. Certo, continuiamo a vendere tecnologia, in alcuni campi, con cui i cinesi producono di più, affondando le nostre aziende.

Risparmieremo sulla sanità? Probabilmente si, e questo non sarà certamente un bene, almeno per noi cittadini. Sarà interessante per chi ha strutture sanitarie private. Probabilmente ci sarà una spinta a creare nuove strutture dedicate ai quasi poveri. Fino ad oggi la clinica privata era prerogativa dei ricchi, ma se la sanità pubblica, già messa piuttosto male, dovrà risparmiare, probabilmente alcuni servizi non saranno più disponibili. Che fare?

Se io avessi bisogno di un esame specialistico e mi trovassi una lista d’attesa di un anno presso la struttura pubblica, andrei dal privato. Magari per problemi non gravissimi, che ne so, mi fa male il ginocchio. Male è male, ed in alcuni casi può essere invalidante. Io per esempio lavoro spesso in mezzo ai monti, se il ginocchio mi fa molto male, non posso lavorare. Certo non è un problema sanitario grave, non morirò, ma se voglio sistemarmi già ora devo rivolgermi “privatamente” a strutture sanitarie non pubbliche, od a medici che lavorano presso strutture pubbliche in regime di libera professione.
Immagino che questo potrebbe divenire l’aspetto dominante della sanità italiana se continueremo a fare tagli. Insomma, mentre Obama ragiona di sanità pubblica negli USA, noi stiamo marciando con la benda sugli occhi verso la sanità privata in stile USA.

Finita la lamentela, bisognerebbe decidere cosa fare. Io, sinceramente, ridurrei il risparmio ed aumenterei le entrate, ovvero le tasse.
Lo dico a buon diritto, dato che il 65% dei soldi che ricevo dai miei clienti finisce in mano allo Stato ed alla Regione, sono un tar-tassato per eccellenza. Eppure, piuttosto che tagliare spese, io aumenterei le tasse, le mie tasse.
I tagli, i risparmi, colpiscono solo chi ha bisogno dei servizi pubblici, ovvero i poveri, mentre le tasse colpiscono solo chi guadagna molto denaro, ovvero i ricchi.
Io non sono né povero, né ricco, faccio parte di quel ceto medio che produce una quota rilevante del PIL, pur non comparendo mai nei pensieri dei politici, e da cui proviene una bella quota del gettito fiscale. Posso dare qualche euro in più allo Stato, e credo sarebbe giusto farlo, in questo momento.

No, non sono impazzito: aumentiamo le tasse. Facciamolo in modo ragionevole, fregandocene dei piagnistei di Confindustria, i cui membri delocalizzano e delocalizzerebbero anche se gli facessimo un super sconto sulle imposte. Ma freghiamocene anche dei sindacati, anzi, freghiamocene di tutte le categorie. Qua bisogna aumentare le entrate, ridurre poco le uscite.

Ovviamente la mia posizione risulta inaccettabile per l’attuale Presidente del Consiglio. Il Presidente Berlusconi tiene molto alla propria popolarità, più che ai conti dello Stato, e non chiederà mai agli italiani di pagare più tasse. Vuole potere dire a tutti “non vi faremo fare sacrifici”, sfruttando il fatto che gli italiani raramente sanno calcolare 1 + 1.
Stiamo facendo gli splendidi: prestiamo denaro alla Grecia, mandiamo missioni militari all’estero. Un Paese come il nostro, perennemente in crisi di bilancio, spende soldi per aiutare i vicini ellenici e per sostenere le guerre americane in giro per il mondo. Questo è veramente idiota. Ci serve? Direi di no, quindi tagliamo pure lì.
Le delocalizzazioni, che stanno devastando il nostro tessuto produttivo e sociale, devono essere sfavorite, anzi represse. Sei italiano? Vuoi vendere prodotti in Italia? Devi produrli in Italia! Userei due strade. Innanzitutto tasserei in modo straordinario i beni importati dai paesi esterni all’Unione Europea prodotti da ditte italiane o riconducibili a capitali italiani. In secondo luogo agevolerei dal punto di vista fiscale (questa volta si) chi rimane qui, sul nostro territorio. Ma attenzione, non agevolerei le imprese sul profilo del rispetto delle norme di sicurezza ed ambientali, questo no.
I punti di principio da cui partirei sono questi, e sono evidentemente differenti da quelli del Governo, così come sono diversi da quelli dell’opposizione (che non si è ancora vista).

Il Governo potrà dire di non colpirci nelle tasche, ma coi tagli, di fatto, ci colpirà molto più di quanto farebbe aumentando le tasse. Tremonti lo sa, ma temo non abbia mani libere sull’argomento. Stiamo a vedere come va a finire. In fondo il gyros greco mi è sempre piaciuto.

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