Linguisticamente al vento

Sto scrivendo un articolo per la rivista Pesca e Ambiente, una sorta di invito alla visita lungo il torrente Colvera. Mentre scrivo cerco in rete delle informazioni, per confrontarle con quelle a mia disposizione, verificare se esista una bibliografia e se quanto intendo raccontare sia corretto o per lo meno credibile. Grazie alla logica dei motori di ricerca sono incappato in un documento prodotto da Turismo FVG, ovvero dal soggetto cui la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ha affidato il compito di promuovere il turismo nella nostra regione. Il titolo del documento, scaricabile in formato pdf è “Friuli Venezia Giulia Walking – Sentieri tematici per escursioni da sogno”.

Innanzitutto invito chi non abita in FVG (ed anche chi ci abita, ma non conosce bene la propria regione) a scaricare questa piccola lista di proposte escursionistiche (la scaricate a questo indirizzo).

Avrei diverse cose da ridire sul concetto di “guida”, in merito a questo prodotto, ma per chi ha voglia di documentarsi oltre, si tratta di un buon modo per individuare delle mete. Il problema, ovvero ciò che mi ha infastidito, risiede nel titolo: Friuli Venezia Giulia Walking. Forse chiedo troppo, ma credo sarebbe stato appropriato “Camminare in Friuli Venezia Giulia” o “Escursioni in Friuli Venezia Giulia”. Forse chi ha creato il titolo desiderava iniziare con il nome della regione. Sarebbe stato adatto anche “Friuli Venezia Giulia a piedi”. Il bello della lingua italiana è che le alternative al verbo inglese “walking” sono molte e, per chi ha più fantasia di me, probabilmente sono infinite. Perché usare un’espressione inglese?

Ho scartato immediatamente l’ipotesi che lo scopo fosse quello di raggiungere meglio il pubblico internazionale. Questa versione della pubblicazione è in italiano.
Ho pensato poi ad un gesto di delicatezza nei confronti delle varie etnie che abitano la nostra regione: nessun gruppo parla inglese, quindi usare un termine mutuato da quella lingua evita di scontentare qualcuno. O meglio, scontenta tutti. Ma neppure nei miei più deliranti sogni di sostenitore delle identità culturali dei popoli riuscirei a concepire un’idea così contorta.
Alla fine mi sono arreso all’evidenza: l’italiano è vittima della barbarie linguistica. Linguisticamente ci si orienta secondo la direzione del vento. Un tempo era considerato fine parlare in veneziano, poi è stata la volta del francese e dell’italiano, ora sembra che a dettare la moda sia l’inglese, meglio se nella variante americana (che nessun britannico definirebbe “inglese”).

Durante la dittatura di Mussolini i termini stranieri non potevano essere usati. Questa politica travolse l’Italia intera, generando vocaboli piuttosto ridicoli nei casi in cui non esistesse una naturale evoluzione dei neologismi latini. Di certo non rimpiango quel principio, come non rimpiango alcun altro aspetto della dittatura fascista, ma quando vedo sostituire il verbo “camminare” con “walking” in uno strumento di comunicazione che ha lo scopo di promuovere la conoscenza della mia regione, mi indigno profondamente. La lingua ufficiale in Italia è l’italiano. In Friuli Venezia Giulia è possibile usare anche il tedesco, lo sloveno ed il friulano. Personalmente, nella promozione verso gli italiani, userei l’italiano. Mi sembra l’uovo di Colombo.

A questo punto ho visitato il sito ufficiale di Turismo FVG, per trovare una pagina dedicata agli obiettivi dell’agenzia. Scopro così che “In un contesto di mercato sempre più esigente, TurismoFVG è una Destination management organization che persegue i suoi obiettivi pianificando e organizzando l’offerta attraverso prodotti turistici specifici.”.

Destination management organization! Lampante, chiarissimo, illuminante come il sole. Quando è nata Turismo FVG? Nel 2006, durante il periodo in cui la nostra amministrazione regionale avrebbe duvuto essere resa più moderna ed efficiente dal super-manager Viero. Ed ecco la spiegazione di tanto sforzo anglofono. Un dirigente deve essere chiamato manager e, coerentemente, deve usare la lingua inglese a più non posso. D’altronde anche Berlusconi ha promosso in Italia le tre I: Internet, Inglese, Impresa. Forse qualcuno si sarebbe aspettato un modello differente, durante il periodo di governo regionale di Illy, targato “centro-sinistra”, ma il degrado linguistico sembra essere trasversale ed inoltre, Illy è pur sempre un industriale moderno.

Terminato questo breve sfogo verbale, torno a scrivere il mio articolo, nel quale tenterò, come al solito, di usare correttamente la lingua italiana, lasciando spazio a quella friulana o ad altre solo dove l’interpretazione dei toponimi lo richieda.

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2 Risposte to “Linguisticamente al vento”

  1. Andrea Says:

    “La lingua ufficiale in Italia è l’italiano”
    Ma è ancora così?
    Io quando vado a Milano, sempre e seolo per lavoro, mi devo riparametrare, linguisticamente parlando.
    Bla bla bla…miscion..bla bla bla…competitors…bla bla bla..lochescion…bla bla bla…rison uai…bla bla bla..breic iven..bla bla …advertais…bla bla..developement…bla bla… iuman resorses…bla bla..autsorsing…

    Una volta è finita cosi
    Io:”Le ho portato una relazione”
    “Ha..si..faccia vedere….ma…..”
    “Si..qualcosa non và?”
    “….è in inglese..”
    “Certo.”
    “Mi spiace, non lo parlo.”
    Nemmeno l’italiano, se è per quello.

  2. Giuseppe-Adriano Moro Says:

    Ai tempi bei, co’ jerimo putei, almano un saveva cos’ che parlava. Ora, de sti tempi, no se capisse mai. Italiani che parla par inglese, babe che no te sa mai se le xe vere o finte, sardele che le riva de l’Atlantico, come se no’altri no gavessimo bone sardele par darghe ai furlani e anca de più.

    Certe volte vorrei vivere nel mondo delle Maldobrie.

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