Culture antiquate

I modelli di gestione del territorio e del rischio

Terremoto nelle Isole Eolie. La terra ha tremato e, come dovrebbe essere ovvio, qualcosa si è mosso. Non ci sono stati feriti né danni ad edifici, ma ci sono stati dei crolli, piuttosto spettacolari, con massi che sono precipitati in mare.
Quando ho ascoltato la descrizione dell’evento ho pensato, non so per quale motivo, al ciclope Polifemo. Immagino una nave nell’età del bronzo, epoca del viaggio di Odisseo (Ulisse) attraverso il Mediterraneo, che si trovi coinvolta in un evento simile. La terra trema, ma sul mare manca la percezione del terremoto, si sente un boato e dei massi precipitano in mare, generando onde e magari sfiorando la nave, forse ne determina il naufragio. Ecco che i sopravissuti narreranno di un gigante, perché tale deve per forza essere, che scaglia pietre in mare dall’isola.

Trenta secoli di studi scientifici ci hanno fatto capire come stanno veramente le cose. La Terra è in perenne movimento, immense energie sono in gioco. Le montagne crescono, si frantumano, crollano. E’ tutto naturale.

Oggi, all’ora di pranzo, ho ascoltato una dichiarazione del responsabile nazionale della Protezione Civile, Guido Bertolaso. Ha detto “non va bene la messa in sicurezza del territorio, perche anche le limitazioni, i divieti, in qualche modo sono un sconfitta, perché se io ti impedisco di andare in una spiaggia, magari anche molto bella, so dovrebbe anche poter sperare che questo pericolo venga eliminato, rimosso in modo che poi io possa utilizzare questa spiaggia” (dal sito web del GR1, ascolta il servizio completo qui).

Sembra tutto logico, ma io vedo la cosa sotto un punto di vista differente. Come ho già scritto molte volte, l’Italia è un paese che crolla (vedi Siamo una frana?), ma la cultura che sta dietro le parole di Bertolaso, ed è condivisa dalla maggioranza degli italiani, è proprio la causa prima di gran parte delle tragedie che sono accadute negli ultimi anni.
L’ideologia di fondo è in sostanza questa: l’uomo può dominare la natura, anzi lo deve fare.

Sono totalmente in disaccordo. Non per ambientalismo, ideologia da cui mi distinguo in modo chiaro, ma semplicemente perché ho coscienza dei limiti delle capacità umane e dell’immensità di ciò che si pretende di governare.
E’ chiaro che Bertolaso ha in mente opere di consolidamento dei versanti, che dovrebbero impedire i crolli. Queste opere sono secondo lui necessarie perché, parole sue, vietare l’accesso ad una spiaggia a causa del pericolo di crolli è una sconfitta. Non sia mai!

Il problema è che la sconfitta è sicura, qualunque opera venga fatta. L’uomo non può fermare processi naturali immensi, che coinvolgono energie spaventosamente grandi. Noi siamo poco meno di formiche, possiamo scalfire la superficie della Terra, ma dominarla decisamente no.
E’ un’illusione che l’umanità insegue da quando il primo agricoltore ha deciso di modificare un prato in modo che producesse più cereali. Ma ci sono cose che siamo in grado di fare, altre nelle quali non avremo mai successo.

La mia non è un’ideologia della sconfitta, ma piuttosto un’idea su come raggiungere il risultato più alto e favorevole possibile: evitare la sconfitta. Perché gareggiare in una competizione dove non è possibile vincere è folle. Può essere divertente finché si tratta di giocare con un pallone, ma quando parliamo di gestione del territorio, stiamo discutendo di decisioni da cui può dipendere la vita di molte persone.

In questo senso ci insegna molto la natura. Guardate l’alveo di un torrente. Per definizione il torrente è caratterizzato da forti variazioni nel livello e nella velocità dell’acqua. Eppure, in zone dove le piene più violente colpiscono, crescono delle piante, neppure troppo piccole: i salici. Ricordo che il salice venne usato persino da Dante Alighieri come metafora per rappresentare l’umiltà.

Noi tutti siamo stati educati con una cultura molto diversa, dove l’umiltà, belle parole a parte, non viene considerata una virtù. Bisogna vincere, vincere ad ogni costo, sempre. O per lo meno dare l’impressione di essere “vincenti”.

Ma torniamo alle nostre piante. Quando arriva una grossa piena, né il salice né l’uomo la possono evitare o contenere (con buona pace di alcuni ingegneri). Se sulle rive del torrente ci fosse una grande e robusta quercia, questa probabilmente verrebbe spazzata via. Il salice invece si piegherebbe, prostrandosi davanti alla forza dell’acqua, ma rimarrebbe al suo posto, vivo e pronto a riprendere la sua vita dopo un giorno o due.

L’uomo ha preso a modello la quercia, cerca di rafforzarsi, usa sistemi di difesa rigidi, costruisce muri, piazza reti, crea briglie e dighe. E puntualmente arriva una piena, una frana, un terremoto, che distruggono tutto ed uccidono. L’uomo pretende di imbrogliare, credendo di essere furbo, ma alla fine paga sempre un prezzo doppio rispetto al valore del proprio guadagno.

A mio parere la cultura di fondo della gestione del territorio, quella comune in Italia ed egregiamente rappresentata da Bertolaso, è perdente e ci porterà a nuove sconfitte, nuovi eventi luttuosi che verranno definiti “disgrazie”, come fossero inevitabili, quasi come l’ira di un ciclope, che scagli massi dall’alto delle pareti a picco sul mare. Per essere “moderni” devo dire che abbiamo una visione delle cose piuttosto antiquata.

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2 Risposte to “Culture antiquate”

  1. maria grazia Says:

    la natura in questo caso ci offre a piene mani la chanche di lasciare, miracolosamente, un territorio incontaminato, è pericoloso per cui resta e deve restare incontaminato. Chi ci va lo fa a suo rischio e pericolo, come andare in grotta. Invece la mentalità comune, come definisci bene nel tuo scritto, è di avere la natura ad uso e consumo dell’uomo, tutta, sempre e comunque. E’ la classica mentalità consumistica che poi è a base della crisi che stiamo vivendo. Ci vuole il suo tempo anche per modificare questa mentalità, purtroppo non so se avremmo questo tempo o distruggeremo tutto prima, mg

  2. Giuseppe-Adriano Moro Says:

    Purtroppo quella mentalità non è consumistica. L’uomo ha sempre modificato l’ambiente nei limiti delle proprie capacità, senza ritegno alcuno. La più grande tragedia ambientale rimane la comparsa di agricoltura e pastorizia, con la deforestazione di aree enormi del pianeta millenni prima che qualcuno inventasse le multinazionali del legno e le motoseghe. La spinta a trasformare l’ambiente è talmente radicata nella psicologia umana da rappresentare un istinto. I casi di “integrazione” uomo-ambiente tanto declamati non sono altro che esempi errati riferiti a comunità con scarse possibilità di intervento e demografia limitata. I mitici indigeni americani avevano sterminato i cavalli e sono responsabili, secondo studi recenti, della scomparsa della maggior parte delle mandrie di bisonti in Nord America, senza che gli europei sparassero un colpo.

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