L’incubo ed Icaro

Leggo sul Messaggero Veneto che in comune di Chiusaforte (UD) verrà costruito un impianto a fune per la discesa ad alta velocità, pare che intendano chiamarlo “Il sogno di Icaro”. Il progetto sarebbe cofinanziato dalla Regione Friuli Venezia Giulia, che stanzierebbe poco più di 500 mila Euro per la realizzazione della struttura.
Ma di cosa si tratta?
Al GR1 è stato molto efficacemente descritto come una sorta di teleferica, di quelle usate un tempo per portare a valle carichi pesanti, in genere tronchi d’albero. Queste teleferiche venivano usate spesso dai boscaioli per scendere a valle, appendendosi al carrello come tronchi e “volando” giù per il versante. Il tutto con enorme pericolo.
La stessa cosa, con le debite misure di sicurezza, verrà proposta ai turisti, che avranno la possibilità di essere agganciati ad una fune d’acciaio, in posizione orizzontale con testa rivolta a valle, muniti di tutti i dispositivi di protezione del caso, per poi essere lanciati verso valle a circa 120 km/h. La cosa è certamente emozionante. Ma la considero un’aberrazione, orrenda.

Le comunità che abitano le nostre montagne, fra la Carnia ed il Canal del Ferro, per non parlare delle Prealpi, si trovano in condizioni decisamente sfavorevoli sotto tanti punti di vista. Il territorio è disagiato, come tutti quelli montani, le comunicazioni sono difficili. Un tempo molte di queste comunità avevano un’economia quasi esclusivamente di sussistenza. Producevano da soli gran parte di ciò che serviva loro, esportando verso altre comunità solamente il legname. Questo ovviamente non vale per tutte le comunità della zona montana, altrimenti non potremmo spiegarci i grandi palazzi carnici, che vennero evidentemente edificati da famiglie ricche e potenti, la cui capacità economica era decisamente superiore a quella del povero montanaro dipinto dalla rettorica del Novecento.
Ad ogni modo, oggi la montagna non produce più nulla. Neppure il legname. I nostri boschi sono quasi del tutto abbandonati, l’agricoltura non esiste se non come complemento, o meglio come hobby. L’allevamento bovino ed ovino sono sostanzialmente scomparsi. Le grandi vie di comunicazione hanno tagliato fuori intere comunità (si veda quelle del Canal del Ferro). Rimane il turismo, risorsa acclamata da tutti, sfruttata male e poco.
In questi anni ho visto e sentito di tutto, riguardo allo sviluppo turistico della montagna friulana. Innanzitutto il turismo “bisogna saperlo fare”. Noi non lo sappiamo fare, neppure nelle zone dove antiche correnti commerciali avevano creato grandi capacità ricettive ed una tradizione nel campo dell’ospitalità. Quella cultura è scomparsa quasi del tutto, insieme alle strutture ed all’emigrazione di chi ci lavorava. Coloro che davano ospitalità ai mercanti lungo l’antica via dell’ambra (il Canal di San Pietro o Valle del Bût), non esistono più. Sembra quasi che siano svaniti nel nulla. Ci sono ancora alberghi e ristoranti nelle nostre zone montane, ma noi locali sappiamo molto bene come stanno le cose. Se arrivi a mezzogiorno meno cinque, la cucina è chiusa. Se arrivi all’una e dieci, la cucina è chiusa. Ricordo che, una decina di anni fa, cercai di mangiare una pizza a Tarvisio verso le nove di sera. Risposta: abbiamo finito la pasta. E Tarvisio è una località turistica!
Ogni tanto, scherzando fino ad un certo punto, dico che dovremmo mandare i bambini a fare la stagione in SudTirol ogni estate, perché imparino come si trattano i turisti, così che da grandi possano diventare bravi albergatori, ristoratori, guide alpine, noleggiatori di mountain bike ecc ecc. Il motivo per cui ho questa visione del turismo montano sta nell’esperienza, non da addetto, ma da turista. Da quando avevo 2 anni giro l’Italia, per vent’anni l’ho fatto con la roulotte, ed ho frequentato le valli della Carnia, del Cadore, del SudTirol, della Val d’Aosta. Ho confrontato i nostri paesi con Sexten, Cortina d’Ampezzo, Courmayeur.
Altri non l’hanno fatto. Soprattutto i nostri politici ed amministratori, che tentano di inventarsi soluzioni improbabili per problemi complessi. In genere tutto si risolve con lo stanziamento di denaro, finanziamenti ad opere ed iniziative che, quasi sempre, muoiono dopo avere arricchito le imprese edili e donato una breve illusione a qualche abitante della montagna. Poi tutto torna come prima, o meglio, peggio di prima, perché in genere il fallimento delle iniziative strampalate lascia segni indelebili: ruderi, edifici abbandonati, scompensi sociali ed economici in comunità che non avevano decisamente bisogno di nuovi problemi. Ferite nel paesaggio, negli ecosistemi, ma soprattutto nella cultura e nella struttura sociale delle nostre comunità di area montana.
Provo raccapriccio per un’idea come la teleferica del sogno d’Icaro, per l’obrobrio culturale che rappresenta, aborro l’idea di trasformare i monti in un volgare luna park, ma auguro in ogni caso alla gente di Chiusaforte di riuscire a cavarci qualcosa di buono, se non altro perché a pagare siamo noi tutti.

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