Vingt ans sous terre (premier étage)

La settimana che porta a Casola tutti ci sentiamo più speleologi. Ed ecco un frammento di ricordi della “mia” speleologia.

Mi fermai all’improvviso, quasi in bilico su una delle tante rocce del versante meridionale, chiedendomi infine perché stessi camminando così velocemente.
Solo allora percepii il martellante suono del mio cuore che gridava felicità. Da bambino mi chiedevo se, per caso, il cuore non avesse voglia di riposarsi ogni tanto e la cosa mi spaventava. Poi capii che il cuore è felice di lavorare. Ogni tanto gli auguravo “buona notte” prima di mettermi a dormire, come se fosse qualcosa che facesse parte di me, ma con una propria identità.
Le nubi erano basse, troppo basse per avere anche soltanto una vaga idea di come fosse fatta la montagna. Ogni filo d’erba era coperto di gioielli d’acqua, gocce di ogni dimensione che riuscivano a scintillare anche in quell’assenza di sole, immerse come me in un’unica indistinta massa di vapori illuminati.
La nebbia è azzurrina, dicevo quando mio padre mi portava ai Giardini della Rimembranza da piccolo. Quei giardini erano l’area verde più vicina a casa ed il luogo dove il papà mi faceva godere tutti i fenomeni atmosferici più belli: la nevicata e la nebbia.
In un certo senso, azzurrina è anche la nube radente, che cela enormi montagne ai nostri occhi, quando ci siamo immersi. Ha un suo odore, diverso da quello della nebbia di pianura però. Questa di montagna ha una nota più acre, mentre sul piano è dolce.
Troppo veloce, se gli altri avessero voluto raggiungermi gli sarebbe stato impossibile. Speravo che non facessero la sciocchezza di mettersi veramente a battere: cercare grotte in quelle condizioni significa perdersi, cacciarsi in chissà quali guai. Per me, in quella zona, non era così.

A volte mi è capitato di chiudere gli occhi, immerso nella nube, e riuscire a vedere le balze della montagna sotto un sole gioioso e caldo. Dalla mia memoria uscivano rocce, spaccature, solchi, voragini, ghiaioni e minuscoli frammenti di prato. Le pozze laggiù in basso, dove il calcare è coperto dall’arenaria e dalla morena, e tutto sembra verdissimo. Immaginare la montagna senza nube è facile, l’ho vista non so quante volte, fin da quando ero molto piccino. Ho persino perso la memoria diretta dei tempi, ormai lontani, in cui coi passi piccoli e ridicoli dei bambini salivo lungo il sentiero che porta alla malga. Mi raccontano come portassi un pezzo di legno, perché il malgaro potesse fare il fuoco. Un modo per aiutarlo, un gesto che nessuno mi aveva mai insegnato, ma nella sua ingenuità infantile era così civile da sembrare argomento di una favola. Ora nei miei occhi ci sono i ruderi delle logjes ed una cjasere che si regge per miracolo. Il malgaro è morto da anni, al suo paese, e le vacche da latte lassù non le porta più nessuno. Le altre malghe le hanno sistemate coi fondi pubblici, daspò dal taramot, ma non Monumenz.

La forma particolare di alcuni solchi mi aiutò a capire dove mi trovassi. Avevo istintivamente aggirato una profonda frattura, che con la visibilità così ridotta diventa un ostacolo pericoloso. Ma dovevo ritornare sul suo margine orientale, seguirlo verso l’alto per raggiungere la pale, con la sua erba morbida, tenuta probabilmente in ordine da qualche camoscio giardiniere. Sul lato occidentale della pale avevo visto da lontano, in un giorno di sole, qualcosa che avrebbe potuto essere un ingresso, oppure una nicchia ingannatrice.

Ogni tanto, quando guadagnavo meno del necessario per piangere, inventavo la necessità di andare in Carnia per lavoro, prendevo la mia prima auto, che era stata della zia, ed andavo su al Passo di Monte Croce Carnico. Non so perché mentissi al riguardo, dato che non ho mai avuto un “padrone”, libero di morire di fame come ogni giovane professionista dalle spalle scoperte. Forse il pudore della mia cultura ancestrale, per cui fare fatica par di bant (inutilmente) è immorale.
Camminavo da solo sui sentieri, cercavo grotte, scattavo fotografie, prendevo appunti. A volte mi sono infilato, sempre da solo, dentro qualche cunicolo dall’aspetto promettente. Andare lassù significava spendere i pochi soldi “extra” che avevo, ma allo stesso tempo era vivere, per le proprie passioni, guidato dalla curiosità.

Girare in quel modo, seguendo i miraggi di ingressi probabili, su distese di calcare arabescato dal carsismo non aveva, in effetti, molto senso. Era un modo di lavorare “alla vecchia”, dei tempi di mio padre. Ma sebbene ci fosse chiaro lo schema strutturale di quella montagna, mancava qualche indizio serio che dicesse dove cercare.

Mi sembrava quasi di sentirla, l’acqua che chiacchierando si infila sotto terra laggiù, nella conca fra il bianco del ghiaione ed il verde dei prati. E sedendomi a riposare immaginavo enormi gallerie che attraversano la montagna, percorse dal torrente che scende verso la tranquillità delle zone basse, dove tutto diventa calmo e cristallino, per tornare alla luce in parte dalla grande sorgente giù nella valle, mentre altra acqua svanisce nel nulla, senza lasciarci indizi.

Ancora oggi non ho trovato un modo per arrivare a quelle gallerie fantastiche, come se la nube non si dissolvesse mai, ma continuo a vederle quando chiudo gli occhi. E mentre lo faccio vedo ancora il sorriso di un compagno che, quando gli raccontavo queste cose, mi diceva “vedi che non sei finito Mayo, cazzo, quando vuoi ci vengo a fare l’abisso!”. Dovrei andarci solo per lui, che vive solo nel nostro ricordo.
Ogni tanto, quando chiudo gli occhi e vedo distintamente quelle gallerie penso che dovrei veramente tornare a cercarle. Non le sogno, le sento, ci sono, sotto la nube, le rocce, i prati, gli escursionisti che passano, sotto il richiamo dispettoso e gioioso dei gracchi. Ci sono gallerie spettacolari, che ci aspettano.

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