Battisti e l’Italia

Probabilmente Cesare Battisti ce la farà, ancora una volta. Il Presidente Lula ha deciso di negare l’estradizione del terrorista italiano, concedendogli l’asilo politico in Brasile.
Riguardo alla carriera di Battisti ho già scritto (leggi post), così come mi sono espresso riguardo alla protezione di cui gode presso le autorità federali brasiliane.

A questo punto rimane una considerazione, relativa all’Italia ed ai suoi governi. In questo Paese il terrorismo, sia rosso che nero, è stato unanimemente condannato dalle forze sociali e politiche, nel corso degli ultimi trent’anni. Oggi la maggioranza degli italiani sono uniti nel considerare i terroristi come assassini e nemici della democrazia, tant’è vero che dopo l’infausta decisione di Lula, la condanna è venuta sia da destra che da sinistra. Ma il Brasile se ne frega.

Nel giugno dello scorso anno, l’Italia ed il Brasile hanno siglato un accordo di collaborazione nel campo delle tecnologie militari, in particolare riguardo alla costruzione di nuove navi ed imbarcazioni. La ratifica di questo accordo dovrà essere votata dal Parlamento l’11 gennaio prossimo. L’Italia ha già adombrato l’ipotesi di non dare seguito all’intesa, come reazione immediata al rifiuto brasiliano di consegnare alla giustizia Battisti.

Il nuovo governo brasiliano sembra allinearsi con la decisione di Lula, e non vi sono, almeno finora, aperture significative.
Cosa farà l’Italia per farsi rispettare? Il nostro problema, a mio avviso, è che l’Italia ha un peso politico ed economico sempre minore nel mondo.

Il nostro Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, afferma il contrario, ma l’Italia non ha peso semplicemente perché non ha nulla da dare in cambio. Non abbiamo materie prime, la nostra produzione industriale sta calando a causa della crisi e della delocalizzazione. La nostra economia sta diventando ogni giorno più legata al terziario avanzato ed al turismo. Cosa possiamo negare al Brasile? Vietare ai cittadini brasiliani l’accesso alle nostre spiagge? Poveretti, costretti a rimanere a Copacabana, rinunciando a Rimini.

Capiamoci, non dico che questa mancanza di peso politico ed economico sia responsabilità dell’attuale Governo. Il problema è strutturale: l’Italia è un paese debole. Lo è sempre stato, dalla rivoluzione industriale in poi, ovvero da quando l’economia mondiale è cambiata, sfavorendo i paesi privi di materie prime. Abbiamo impegnato le nostre energie per creare uno stato, mentre il resto del mondo le stava impiegando per creare un’economia. Il bel risultato è uno stato che fatica a reggersi in piedi dal punto di vista sociale ed economico, retorica a parte.

Dunque il Brasile ci sfida, e noi non possiamo fare altro che usare strumenti legali, quelli messi a disposizione dalla comunità internazionale, sperando che il tribunale de l’Aja sia la sede opportuna per difendere i diritti dei deboli (noi) contro l’arroganza degli altri.

In alternativa, ma la nostra Costituzione lo impedisce, dovremmo mandare la nostra portaerei al largo delle coste brasiliane e mostrare i muscoli. Quando un paese ospita terroristi che hanno colpito gli USA, la reazione va dal bombardamento una tantum all’invasione. Ma noi non potremmo mai farci valere contro un paese immenso dall’altra parte dell’Atlantico, e comunque sia, l’uso della forza è una soluzione infantile.

Il quadro sembra desolante, ma trovo che in realtà dovrebbe essere stimolante. La soluzione al nostro problema non è dirci da soli che siamo belli, bravi e forti. Siamo italiani, famosi nel mondo per avere la capacità di inventare soluzioni geniali di fronte a problemi che per gli altri sono insormontabili. Bene, usiamo la nostra capacità per risollevare le sorti del Paese! Cosa che produrrà risultati estremamente positivi, ben maggiori dell’estradizione di un assassino.

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