Il tesoro ignoto delle minoranze

Oggi mi ha telefonato un amico raccontandomi che, secondo lui, in Val Resia sono diventati tutti pazzi perché, a suo dire, sono anti sloveni. Il discorso, chiacchierata fra amici, è stato a questo punto interrotto da una risata (mia): non capisco perché dovrebbero preoccuparsi di essere filo od anti sloveni!
Semplice, dice il mio amico, sono sloveni e molti si lamentano per l’insegnamento bilingue.
Sloveni un corno! Sono resiani, rispondo io, e per fortuna continuano ad esserne orgogliosi. Studia, macaco!

Innanzitutto, stiamo parlando degli abitanti della Val Resia, amenissima vallata che si apre fra la catena dei Musi e la dorsale Sart-Canin, nel cuore delle Prealpi Giulie. Molti secoli fa, più o meno a metà del I millennio dopo Cristo, una popolazione di parlata slava immigrò in questa valle, si stabilì e vi si trovò talmente bene da non sentire il bisogno di spostarsi o mescolarsi né con le altre genti di parlata slava, che abitano a Sud ed a Est della loro valle, né con i romanzi del Canal del Ferro (che parlano una variante della lingua friulana).

Per lungo tempo la valle rimase una sorta di “regno a sé”, anche se formalmente ha sempre fatto parte del Ducatus Forojulensis, del Patriarcato di Aquileja, della Serenissima Repubblica di Venezia, dell’Impero d’Austria, del Regno d’Italia ed infine della Repubblica omonima.

I resiani, che noi friulani chiamiamo roseans, purtroppo con tono spregiativo, se ne stavano nella loro valle. Di certo non è ricca, ma neppure misera come altre. Qualche zona coltivabile c’è, pascoli, boschi sia di pini che di faggi, larici ci sono. I resiani si dedicarono ad una serie di attività artigianali, che consentivano loro di acquistare all’esterno ciò che la valle non produceva. Per noi friulani i roseans dovevano per forza fare uno dei tre mestieri canonici: gua, ramaiolo, predone. Quest’ultima attività, che veniva praticata da alcuni resiani attaccando le carovane lungo il Canal del Ferro, sta all’origine dell’accezione negativa per il termine rosean.

La lavorazione del metallo in lamine è stata progressivamente abbandonata dopo la rivoluzione industriale, ma ancora oggi, quando si dice gua, si pensa ai resiani.
Il gua è l’arrottino, che gira i paesi portando con sé la propria mola ed alcuni attrezzi. Era anche colui che sapeva aggiustare gli ombrelli. Durante il XIX secolo gli arrottini resiani adottarono la bicicletta, modificandola in modo tale che fungesse sia da mezzo di trasporto, che da macchinario per azionare la mola.
Quando ero bambino, dunque circa trentacinque anni or sono, per le strade di Udine i gua c’erano ancora. Oggi la gente butta via il coltello quando non taglia più bene.

Per qualche strano motivo i resiani hanno saputo conservare un bene prezioso, non parlo tanto del rinomato aglio di Resia, ma della loro identità culturale. Sono orgogliosi di essere resiani, ma in modo positivo, a differenza di molte altre comunità del Friuli e della Venezia Giulia. I resiani non si sentono tali in contrapposizione agli altri, lo sono punto e basta, mentre qua in pianura, o nelle valli della Carnia, l’identità è sempre vissuta in contrapposizione con chei di fûr.

La sfortuna dei resiani è quella di vivere in un Paese che, pur avendo come prima ricchezza le proprie culture, ignora la realtà dei suoi confini orientali.
L’Italia tutela (in teoria) le minoranze, ma confonde la comunità resiana con quella slovena. Il trattato di Osimo, fra la Federazione Jugoslava e l’Italia, continua a regolare i rapporti fra la nostra Repubblica e la vicina Slovenia, obbligando l’Italia a tutelare le minoranze slovene sul proprio territorio. Cosa giustissima. Il problema è che i resiani sono stati classificati come “sloveni”, ma non lo sono.

In base agli accordi, la Repubblica di Slovenia pretende l’insegnamento della lingua slovena nelle scuole delle comunità slovene in Italia, quindi i bambini resiani dovrebbero imparare lo sloveno, che non è la loro lingua madre!
E’ chiaro che, se un bambino resiano impara lo sloveno, non conserva la parlata dei suoi antenati, ma quella di un popolo vicino e distinto, con cui i suoi antenati avevano rapporti né più né meno che con i friulani di lingua romanza o con i carinziani di lingua tedesca.

L’assurdità della situazione è tale che un gioiello culturale, come la comunità resiana, rischia di essere perduto per sempre a causa del tentativo di tutelare la diversità e le minoranze.
Ciò che è sopravvissuto a più di un secolo di nazionalismo italiano, potrebbe non resistere di fronte a quello sloveno.
Mentre i resiani sanno benissimo chi sono, e lo hanno dimostrato assumendosi l’onere di trovare prove scientifiche della propria identità, i politici ed i funzionari italiani e sloveni ignorano, o fingono di ignorare, chi siano i resiani.

Qualcuno avrà spiegato queste cose al Presidente Napolitano, prima dell’incontro col Presidente Türk? Ho la vaga impressione che i politici italiani siano molto attenti a non urtare la suscettibilità dei loro colleghi sloveni. Dovrebbero però preoccuparsi anche della suscettibilità dei propri cittadini.

Mi chiedo se, in un mondo che tenta di salvare dall’estinzione il panda, sia possibile salvare dall’estinzione i popoli.

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2 Risposte to “Il tesoro ignoto delle minoranze”

  1. Beppe Says:

    Non è proprio così,il resiano fa comunque parte della grande famiglia linguistica slovena.La contaminazione slovena è alquanto improbabile visto che le nuove generazione stanno parlando sempre più l’italiano.

  2. Giuseppe-Adriano Moro Says:

    Studi linguistici condotti da un secolo e mezzo sull’argomento hanno confermato che il resiano sia una lingua appartenente alla famiglia slava, ma non una variante della lingua slovena. Il dato scientifico è una cosa, l’uso politico che ne viene fatto è un altro.

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