Diversamente

Costituzione della Repubblica Italiana
Articolo 6: La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Si è dibattuto molto, e si dibatte tutt’ora, sullo status di molte comunità all’interno della Repubblica. Le cose sembrano essere chiare quando una comunità di lingua non italiana è appendice di nazioni costituite in stati. Un esempio è quello dei sudtirolesi (o altoatesini) di lingua tedesca, che occupano un territorio posto in continuità col Tirolo austriaco. Allo stesso modo gli sloveni del Carso vivono accanto alla Slovenia.

Le cose stanno diversamente per coloro che abitano territori non posti in continuità con una “patria di origine” o per coloro che non hanno uno stato estero di tipo nazionale alle spalle. Nella mia regione, il Friuli Venezia Giulia, vi sono almeno due esempi di questo tipo di minoranza linguistica. Una è rappresentata dai resiani, di cui ho già scritto (vedi Il tesoro ignoto delle minoranze), l’altra è quella dei friulani, cui appartengo.

Il pretesto per parlare di noi viene dalle vicende degli ultimi mesi, in particolare dal grido di allarme che si è levato sulla condizione di una piccola emittente radiofonica locale, Onde Furlane. OF è una radio nata nel 1980 e gestita da una cooperativa, che trasmette programmi prevalentemente in lingua friulana. Lo status della radio è tale per cui dovrebbe contare sui finanziamenti pubblici, appunto derivanti dalle “apposite norme” previste dalla Costituzione della Repubblica, con limiti pesanti alla capacità di fornire servizi pubblicitari. In sostanza OF non può trasmettere pubblicità come gli altri e quindi manca del principale mezzo di sostentamento di una radio privata.
Con la finanziaria 2011 la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ha ridotto i finanziamenti a tutti i soggetti pubblici e privati della regione, fra cui l’emittente in lingua friulana. E’ ovvio che i soldi servano a tutti e che sia necessario considerare delle priorità, ma il caso di OF mi sembra emblematico di come la Repubblica attui in modo parziale l’Articolo 6 della Costituzione (non è l’unico disatteso).
Parlare di una “minoranza friulana” non piace più a nessuno. Noi stessi friulani ci stiamo impegnando a fondo per tentare di cancellare ciò che resta della nostra identità culturale e linguistica. Il numero di coloro che dichiarano di parlare ancora friulano è in costante diminuzione, generazione dopo generazione, ma ancora più drammatica è la diminuzione di coloro che sanno veramente usare questa lingua in modo corretto.
Io non sono realmente di “madrelingua” friulana: mia madre mi ha sempre parlato in italiano, così come mio padre. In casa ho imparato il dialetto italiano triestino, da mio padre (sua nonna era triestina di origini istriane), mentre il friulano l’ho imparato per caso in ambito extrafamiliare. Anche i parenti, che pure sarebbero tutti capaci di parlare in friulano, si sono sempre ben guardati dal rivolgermi la parola nella lingua dei nostri antenati. Lo stesso è accaduto per tantissimi miei coetanei, che oggi dichiarano di “capire” il friulano, ma di non essere in grado di parlarlo. Altri ritengono di sapere parlare, ma usano la grammatica italiana e moltissimi termini italiani storpiati “alla friulana”. Un esempio classico è quello del tale che mi disse un giorno “soi andât a caminà su un biel sintîr”. Traduzione evidente “sono andato a camminare su un bel sentiero”. In friulano la frase corretta dovrebbe essere “Ai lât a cjaminâ par un biel troi”. L’uso del verbo “vê” (avere) come ausiliare e di termini come “troi” si perde per imitazione dell’italiano.
Possiamo discutere per giorni, mesi ed anni sull’opportunità di salvare una lingua che è destinata, naturalmente, a scomparire. Esattamente il destino che attende la lingua italiana. I fenomeni di evoluzione linguistica in comunità, piccole o grandi che siano, erano lenti un tempo. Le comunicazioni erano rare, non tutti dialogavano col resto del mondo, i tempi erano lunghissimi. Così ecco che fra il volgare fiorentino di Dante Alighieri e l’italiano lavato in Arno di Manzoni, le differenze non sono così stridenti. Allo stesso modo l’italiano di un contadino toscano del XIV secolo e di un suo pari del XIX secolo non erano così diversi, ma sono terribilmente differenti rispetto all’italiano di un toscano attuale. E’ naturale ed inevitabile, il processo di evoluzione, fusione, morte delle parlate. Ma la questione non risiede in questo, piuttosto nella confusione fra identità ed isolamento, fra diversità e conflittualità.
In Italia prevale una visione becera dell’identità locale: noi contro voi. Noi siamo migliori di voi. Voi dovete stare a casa vostra. Padroni a casa nostra, mogli e buoi … eccetera. Questo è il lato oscuro dell’identità, che non richiede fra l’altro neppure una grande coscienza della propria identità.

I settentrionali che sproloquiano sulla secessione non conoscono la storia. Per esempio non sanno, i meschini, che i friulani combatterono contro veneti e lombardi per secoli, che i nostri soldati presero parte all’assedio di Milano, che le truppe imperiali alla battaglia di Legnano furono pagate dal Patriarca di Aquileia Principe del Friuli e che i nostri antenati combatterono contro i lombardi della Lega con determinazione e ferocia.
Questo non interessa, perché la storia è ormai persa, diluita, cancellata dall’opera di costruzione di una nazione intrapresa 150 anni fa. Oggi stiamo celebrando non la fine di un processo unitario, ma l’inizio. Fatta l’Italia bisognava fare gli italiani. Avevano ragione, in effetti l’Italia è sempre esistita, ma non gli italiani. Bisognava spianare, cancellare le differenze linguistiche e culturali, omogeneizzare un territorio che non era uniforme dal punto di vista culturale neppure durante l’età imperiale romana.

I Savoia ed i loro governi si impegnarono in questa operazione, a fondo, innanzitutto attraverso la scuola. Ovviamente le scuole dovevano insegnare agli italiani la lingua italiana. Lo sforzo fu enorme ed emblematico: l’italiano non lo parlava quasi nessuno, in Italia! Il risultato fu eccezionale e splendido, da un certo punto di vista. Se i letterati avevano già una lingua comune, il volgare dantesco, per un abitante del Piemonte era difficile dialogare con un abitante della Sicilia. Grazie all’opera di italianizzazione tutti i cittadini del regno ebbero una lingua comune e poterono comunicare fra loro. Il sistema sabaudo non si preoccupò, all’inizio, di cancellare il substrato culturale preesistente, ai Savoia bastava avere braccia per le fabbriche e sangue per le guerre, gente che capisse gli ordini. Fu Mussolini, per altro maestro elementare che aveva insegnato nella nostra Carnia, ad andare oltre. Le parlate locali dovevano essere cancellate dalla faccia della terra, in nome della restaurazione di una unità romana storicamente mai esistita (se non sul piano politico ed amministrativo). La Repubblica formalmente decise di cambiare rotta, con l’Articolo 6 della Costituzione venne sancito il principio secondo cui le minoranze linguistiche dovevano essere tutelate.

Le apposite norme non arrivarono per lungo tempo, almeno non per tutti. Il trattato di Osimo obbliò lo stato italiano a tutelare gli sloveni della Venezia Giulia, gli accordi italo austriaci e le bombe obbligarono a privilegiare i tedeschi del SudTirolo, per gli altri nulla. I sardi, i friulani, gli occitani, i greci, gli albanesi, i resiani e chissà quante altre comunità continuarono a subire il processo di annientamento, condotto con pervicace impegno da parte degli organi dello Stato. Le “apposite norme” non c’erano, e se c’erano servivano più che altro a distribuire qualche regalia ad associazioni rette da gruppi di amici, generalmente iscritti alla Democrazia Cristiana.

In Friuli la prima resistenza venne dal clero. Nei quattro secoli di indipendenza il Friuli fu uno stato retto da un prete, il Patriarca di Aquileia, ed anche durante l’occupazione veneziana il clero rimase ancorato alla terra. Quando il Papa sciolse definitivamente il Patriarcato, si perse la liturgia aquileiese, ma il clero rimase fedele anche al popolo. Nel XX secolo furono per lo più sacerdoti a lottare per conservare l’identità friulana e la nostra lingua. Tanto è vero che quando l’esercito italiano prese l’ultimo lembo di Friuli rimasto sotto l’Impero d’Austria, gli italiani fecero deportare un certo numero di sacerdoti abituati ad usare il friulano con i loro parrocchiani.
Mentre a livello nazionale il Partito Comunista si impegnava per evitare il regionalismo, nel nome di un’unità ancora più spinta, in Friuli si formò lentamente una corrente identitaria di sinistra. Il risultato fu che molto comunisti si trovarono d’accordo con preti e democristiani nella difesa dell’identità e della lingua friulana.

Oggi, Onde Furlane è un esempio scomodo di come si possa conservare un’identità senza viverla come contrapposizione verso il “diverso”. Affermare la propria identità senza usarla come pretesto per discriminare gli altri. Gli speaker di Onde Furlane non parlano sempre correttamente la nostra lingua, anzi spesso parlano veramente molto male il friulano, ma c’è la buona volontà, quella di continuare a considerare sé stessi cittadini italiani di lingua friulana.

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