Riciclaggio, riutilizzo, smaltimento?

‘A munnezza è oro. Me l’avevano detto anni fa, mentre io sostenevo che “la merda è oro”, perché mi occupavo di acque e scarichi. Probabilmente le due cose sono vere allo stesso modo, ma il bubbone dell’immondizia, che noi dei confini orientali chiamiamo “scovazze”, è scoppiato prima. Forse perché ad essere coinvolta è una delle più importanti e belle metropoli del Mediterraneo: Napoli.

Il problema è che tutti noi produciamo una grande quantità di rifiuti. Esaminate il cestino che avete in casa, ripercorrete la vostra giornata e pensateci un po’ su.

Oggi ho aperto la nuova confezione di sciampo. Buttata via immediatamente la scatoletta in cartone plastificato che la conteneva, poi il flacone di plastica ormai finito. Fra un po’ anche il nuovo flacone diventerà un rifiuto.
Ho acquistato due pacchi di batterie ricaricabili per la macchina fotografica digitale. La confezione è diventata subito rifiuto, così come otto pile NiMH vecchie ed ormai inaffidabili. Rifiuto piuttosto difficile, quest’ultimo.
Poi ho aperto una confezione di caffè da 250g, il cui involucro è diventato subito rifiuto. Il caffè l’ho travasato in una vecchia confezione in latta di un produttore triestino piuttosto famoso. Sono anni che riuso quella confezione, anche se non ci metto più dentro il suo caffè.
Mio padre ha dato fondo all’ennesima confezione di gelato, il cui contenitore avrebbe potuto diventare rifiuto istantaneamente, ma nelle mani di mia madre diventa una vaschetta con cui conservare in congelatore i sughi.
Tutte le plastiche gettate via sono finite nel cassonetto apposito, da cui verranno indirizzate ad un impianto di riciclaggio. Gran parte dei contenitori per liquidi sono fatti di polietilene tereftalato, noto semplicemente come polietilene o PET. Lo stesso polimero si usa per produrre i panni in fleece, meglio noti come pile.

In mezza giornata ho prodotto rifiuti, riusato qualcosa che poteva diventare rifiuto, avviato al riciclaggio altre cose, spedito verso la distruzione o la discarica altre cose ancora. Il guaio nasce quando queste scelte non esistono. Nel caso della raccolta indifferenziata diventa difficile ed oneroso separare alcuni rifiuti da altri ed il riciclaggio diventa più complicato. In quel caso i rifiuti possono seguire solamente due strade: distruzione o discarica.

Purtroppo la distruzione dei rifiuti viene fatta mediante inceneritori, che recentemente hanno assunto il nome altisonante di “termovalorizzatori”. L’inganno sta nella parola e nel principio. Secondo la teoria del termovalorizzatore il rifiuto viene usato come combustibile, fornisce energia per produrre corrente elettrica e quindi viene valorizzato: invece di essere una cosa da smaltire a costo elevato, diventa una materia prima di valore.
Il problema è che bruciare rifiuti richiede energia e quella recuperata non giustifica assolutamente l’investimento energetico. In sostanza, non si valorizza un bel niente, al limite si riduce la perdita di energia. Le ceneri prodotte inoltre sono a loro volta rifiuti, che devono per forza andare in discarica. Allo stesso modo, la ciminiera di un termovalorizzatore non può emettere in atmosfera il fumo tal quale, che deve essere processato e filtrato in modo da non introdurre nell’ambiente sostanze tossiche o cancerogene. I prodotti del trattamento dei fumi sono a loro volta rifiuti, che vanno trattati e smaltiti in qualche modo.

La cosa più sensata è sicuramente agire su due linee: ridurre la quantità di rifiuti prodotti ed avviare a riciclo tutto ciò che è possibile.

Un modo antichissimo e molto bello per ridurre la quantità di rifiuti prodotti è il riutilizzo. Attenzione, riusare non significa riciclare. Nel caso del riciclaggio il rifiuto viene trasformato, come fosse una materia prima, per produrre qualcosa di diverso, nel caso del riuso un oggetto non viene modificato, ma riutilizzato tale e quale.

È per esempio il caso delle bottiglie di PET del latte. A casa mia da alcuni anni si compra nuovamente il latte alla latteria. C’è un distributore, si porta da casa una bottiglia, si paga il latte meno di quello preconfezionato del supermercato e si torna a casa. Unico fastidio: lavare la bottiglia.
Quando abbiamo iniziato a comprare quel latte, già da tempo riutilizzavamo le bottiglie di PET del latte industriale. Dato che abbiamo la passione per l’alpinismo e le escursioni, ci siamo accorti che una bottiglia di PET da un litro sostituisce benissimo una borraccia di PET da un litro. Anche una borraccia di alluminio se è per questo.
Fra l’altro, una bottiglia di PET piena di acqua calda infilata nello zaino, dentro i calzettoni di riserva, rimane calda molto a lungo anche durante un’escursione invernale. Le borracce in alluminio sono più belle, ma se prendono una brutta botta si ammaccano irrimediabilmente e cambiarle costa.

Il problema del riuso è che costa pochissimo, a parte la scocciatura di lavare le cose, non c’è molto da fare. Questo è uno svantaggio enorme in una società dove tutto deve produrre profitto.
Riutilizzare qualcosa ci fa risparmiare, dunque ci rende possibile usare il nostro denaro per acquistare altri beni, ma riduce il giro d’affari di qualcun altro. Smaltire e trattare i rifiuti è un grosso affare, ‘a munnezza è oro, e riusare significa realmente ridurre le tonnellate di rifiuti prodotte, dunque fare guadagnare meno qualcuno.
In sostanza, il riutilizzo è una grossa fregatura per chi lavora nel campo dei rifiuti, tant’è vero che le aziende specializzate pubblicizzano molto il riciclaggio, ma il riuso viene proposto con poca convinzione solo dai movimenti ambientalisti.

Il singolo cittadino fatica a comprendere l’importanza di riciclaggio e riutilizzo di ciò che considera rifiuto, mentre l’organizzazione di alcuni sistemi di raccolta differenziata è decisamente penalizzante.

Per esempio il porta-a-porta del così detto “umido”, ovvero dei rifiuti organici, è un problema non da poco. Se cucino del pesce, sono costretto a curarlo, producendo scarti che fanno parte del rifiuto umido. Ebbene, le interiora di pesce dopo qualche ora iniziano a puzzare in modo insopportabile, a causa del processo di decomposizione. Se vivo in un appartamento e sono costretto a tenere i bottini dell’umido in casa, non posso permettermi di cucinare pesce se non la sera che precede la raccolta dell’umido. Una bella limitazione. Se invece dispongo di un giardino, posso sempre allettare tutti i gatti del circondario depositando i rifiuti all’aperto.

Trovo molto comodo il sistema che adottiamo ad Udine, dove l’umido può essere depositato nei contenitori sulla strada, senza costringere le persone ad una convivenza forzata con la puzza. Il sistema porta a porta è diffuso nella vicina provincia di Gorizia, dove tutti si lamentano del problema rifiuti, qui ad Udine solo i professionisti della lamentela hanno qualcosa da ridire.
Abbiamo iniziato la raccolta differenziata di plastica, carta, pile, farmaci, bottiglie e lattine molto tempo fa, abituandoci lentamente all’idea della differenziazione. Quando è arrivato il momento di separare anche l’umido, grazie ai contenitori stradali, nessuno ha fatto una piega.
Il residuo indifferenziato è veramente diminuito in modo incredibile, anche se ci sono ancora margini di miglioramento. In certi casi infatti è difficile dividere le cose e si finisce sull’indifferenziato. Il problema potrebbe essere mitigato con la riduzione del packaging ed il riuso.

Anche quello del packaging è un problema. La mia confezione di cartone per lo sciampo non serviva a nulla: il prodotto che ho acquistato poteva benissimo essere venduto solo nella confezione di PET, senza il cartone attorno. Ma esistono aziende che vivono producendo quelle confezioni, e su scala di economia nazionale eliminarle potrebbe creare un problema.
L’aspetto sociale non va trascurato, anche se bisognerebbe dimostrare che il bilancio costi – benefici è veramente favorevole nell’ipotesi della produzione estrema.

Perché è nato il packaging? Perché apparire è più importante che essere, così i prodotti, anche quelli migliori, devono indossare l’abito buono per apparire più attraenti. La stessa cosa vale per noi umani, in particolare per noi quarantenni, costretti dall’arrivo della pancetta ad adottare una strategia di marketing basata sulla pubblicità ed un packaging accattivante.

Credo che su questo argomento si potrebbe scrivere un libro, affascinante e terribile allo stesso tempo. In attesa che qualcuno si cimenti, non ci resta che provare a guardare indietro, alla nostra storia familiare, per scoprire che forse i nostri bisnonni non erano poveri, ma producevano molti meno rifiuti, senza per questo essere meno felici di noi.

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Una Risposta to “Riciclaggio, riutilizzo, smaltimento?”

  1. Marialessandra Saporetti Says:

    Bell’articolo !!!

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