Stomaco e coscienza

Lunedì scorso sono stato a pescare sul fiume. Il “mio” fiume, il Natisone, quello su cui ho pescato, fatto il bagno, giocato a slavare (fare rimbalzare ciottoli piatti sulla superficie dell’acqua).
Erano anni che non andavo a pescare con l’idea di catturare un pesce per la cena. Erano insomma anni che non andavo a pescare “sul serio”. Le condizioni erano quelle giuste per catturare, a spinning, una trota marmorata di dimensioni accettabili. Lo conosco quel fiume, conosco quei pesci, non sono mai certo di potere prendere un bel pesce, ma so quando è probabile che accada. Lunedì era uno di quei giorni che un pescatore vero avrebbe scelto per andare. E siamo andati. La cosa ha dei risvolti interessanti dal punto di vista morale e tecnico, forse addirittura politico, dato che si tratta di capire quale modello adottare nei rapporti fra uomo, natura e risorse naturali.

Il culmine del pomeriggio di pesca: in una buca dove ero quasi certo si trovasse qualche bel pesce, sale una trota ed azzanna il mio rotante. Non mollo la tensione un attimo, anzi tendo a tirare fino a flettere tutta la canna, la guido verso una zona tranquilla. Quando ce l’ho davanti mi rendo conto a colpo d’occhio che è abbondantemente di misura. Ma sono senza guadino. Che fare?
Alla fine faccio la cosa meno elegante, ma più funzionale, le caccio la mano in bocca e stringo. File di denti dovunque, anche sul palato e sulla lingua, si conficcano nella pelle. Sono denti robusti, ripiegati all’indietro per trattenere le prede, in questo caso le impediscono di liberarsi dalla mano del predatore. La porto nell’acqua bassissima, mi inginocchio, la misuro a spanne: due e mezza. La mia spanna misura 23 cm, due e mezza significa 57 – 58 cm. La guardo. Bel pesce, anche se la marmorizzazione sui fianchi è rossastra, un ibrido fra trota marmorata e fario. Va bene, cosa ne faccio? Sono partito per la cena, questa basterà per me ed i miei genitori ad occhio. Chiedo scusa al pesce ed al fiume, quindi la uccido rapidamente.
Alla fine mi ritrovo con la canna spezzata (l’ho calpestata io quando ho dovuto appoggiarla per prendere il pesce) e la mano sinistra che gronda di sangue. Non è sangue della trota. L’idea di usare i suoi denti per trattenerla è stata buona, ma il pesce non era congelato, mi ha lasciato due bei tagli su indice e medio della mano sinistra. È giusto così. A casa scopro che pesava 1760 grammi. Finisce in forno e fornisce ben due cene alla famiglia. Buona e con la carne leggermente “salmonata”.

Erano sette anni che non portavo a casa un pesce dal fiume o dal mare. Molti pescatori “sportivi” non saranno d’accordo con me, anzi immagino la disapprovazione della schiera di coloro che rilasciano tutto ciò che catturano (il così detto no kill), ma io mangio carne e pesce regolarmente.
Il problema è quello del rapporto uomo – natura – risorse

La mia visione della pesca è forse arcaica, ma molto chiara. Viviamo in un mondo dove tutto è industrializzato. Compresa la produzione del cibo. Se mangiamo un pesce, sempre più spesso proviene da un allevamento. Costano meno di quelli selvatici. Una trota allevata la puoi portare a casa per 5 €/kg, selvatica non la trovi neppure al mercato. Un branzino proveniente da allevamento in gabbie flottanti lo porti a casa per 8 – 9 €/kg, uno selvatico non lo paghi meno di 22 – 24 €/kg. Capiamoci, la qualità è differente, ma solo se il nostro palato è stato educato ce ne accorgiamo. Nella mia famiglia nessuno, a parte me, è in grado di distinguere un “branzin de cheba” (allevato in gabbie) da uno selvatico. Dunque è ovvio che si guardi al prezzo.
La stessa cosa accade con la carne. Abbiamo allevamenti sterminati di polli e manzi, mantenuti in condizioni che sono ovviamente inumane (sono animali, non umani) ma indecenti persino per una “bestia”. Li troviamo poi al supermercato sotto forma di fettine, dentro le vaschette di plastica. Quello è il nostro rapporto con gli animali che mangiamo. Disumano, questo si, perché la gran parte di noi non si rende conto di mangiare un essere vivente, che un animale è stato fatto crescere in condizioni schifose ed ucciso per fornire la fettina nella vaschetta di plastica.
La gente ama gli animali ed odia caccia e pesca, ma non odiano gli allevamenti intensivi.

Tutti hanno una visione della caccia che discende dall’emotività indotta dalla letteratura e dai mezzi di comunicazione. Il cacciatore cattivo che uccide la mamma di Bambi, tanto per capirci.

Oh, ma non hai bisogno di andare a caccia oggi! Siamo nel 2011: vai al supermercato e compri la carne!

Li porterei in un allevamento di polli, questi animalisti da salotto, anime sensibili. Capiamoci: è più schifoso uccidere un animale nato nel suo ambiente e vissuto libero e sereno fino a quel momento, o è più indecente sostenere il mercato di milioni di animali fatti nascere in scatole di plastica e fatti crescere in condizioni che nessuna mente sana concepirebbe come accettabili?

Il gioco è semplice, facciamo finta di non sapere cosa ci sia dietro al banco del supermercato, a quella carne e pesce in vaschetta, perché semplicemente trattiamo quel cibo come fosse un oggetto a-biologico. Non è parte del corpo di un animale, è una bistecca. Non ha il pelo morbido, gli occhi dolci, non assomiglia al peluche che avevamo da piccoli. È un pezzo di roba di colore fra il giallino ed il rossiccio, che si mette sul fuoco e diventa mangiabile. Alla fine questi amanti degli animali divengono i peggiori nemici della natura, giustificando un sistema fatto di agricoltura industrializzata, di allevamenti intensivi, di mercato.

Io sono invece consapevole del fatto che ogni grammo di carne o di vegetali che ingerisco derivano dall’uccisione di un essere vivente. Estendo la cosa anche ai vegetali perché non sono riuscito a trovare significative differenze fra i due regni. Forse la lattuga non avrà un sistema nervoso, ma non penso che per questo abbia meno diritto di vivere.
Lasciamo stare le considerazioni di tipo filosofico-religioso. Nulla di ciò che facciamo per vivere è privo di conseguenze su altri esseri viventi. Questo è facilmente dimostrabile. Possiamo fare finta di non saperlo, come l’amico degli animali che compra il petto di pollo al supermercato, ma non cambia le cose. La realtà dei fatti è che quella trota, uccisa da me sul fiume, vale come la trota uccisa dall’allevatore prima di passarla al reparto di trasformazione. La differenza sta nel fatto che io sono consapevole di avere ucciso una delle quindici – venti trote che vivono in quel tratto di Natisone, so quanto tempo ha impiegato per crescere, so dove è nata, probabilmente ho anche visto il nido dove i suoi genitori avevano deposto le uova (da molti anni ne faccio la conta su quel fiume). Forse l’avevo già vista quella trota, durante un censimento ittico, magari l’ho pesata e misurata quando aveva due anni. Di certo molte volte sono stato a guardarla dalla riva, mentre cacciava al crepuscolo. Per ciò sapevo che era lì. Per questo motivo le ho chiesto scusa, se ho preso la sua carne per sfamarmi, mentre voi, amanti degli animali, quando pagate il filetto al supermercato, al massimo imprecate perché quel prezzo vi sembra eccessivo. Chi è il peggiore fra noi?

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2 Risposte to “Stomaco e coscienza”

  1. scintilenaScat Says:

    Bravo Mayo. Domenica scorsa sono andato in un laghetto dove in 5 minuti ti porti via una trota pescata da te, per dare l’illusione a mio figlio di aver pescato una trota (non ho tempo ne voglia di rifare la licenza, ricomprare la roba e mettermi a pescare davvero, che poi è anche frustrante non riportare niente)
    Ho considerato il fatto che ho ucciso un pesce per divertimento, anche se l’ho mangiato martedì, ma le tue considerazioni mi tirano su il morale.

  2. Giuseppe-Adriano Moro Says:

    Quello che hai fatto è ciò che aveva fatto mio padre trent’anni fa. Personalmente non lo farei, perché credo che sia importante capire che catturare un animale per mangiarlo non è “vado, pago, prendo di sicuro”. La mia visione della vita è più “mi guadagno con fatica le soddisfazioni”. Dall’altro lato, io che sono cresciuto fra laghetti e gare di pesca, alla fine ho definito una mia “etica”, che si allontana di molto da quel mondo. Considera che sono diventato speleologo perché mio padre mi ha parlato di speleologia, non perché mi abbia portato in grotta. Non l’ha mai fatto, ci siamo andati insieme quando io ero già in grado di insegnare ad altri. Insomma, lasciamo giocare i ragazzini, che tanto si evolvono con o senza le nostre direzioni.

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