Andare in montagna

Guerra e pace

Riporto un vecchio articolo, comparso sul mio sito quattro anni fa e disperso nella migrazione al nuovo dominio bepoglace.eu. Si tratta di un’analisi dei rapporti fra diversi frequentatori della montagna che tenta di prendere in considerazione il punto di vista della maggioranza delle persone, coloro cui non passa nemmeno per la mente l’idea di salire su un monte arrampicando o comunque seguendo percorsi che richiedano fatica e capacità tecniche. Tengo a premettere che, essendo nato in un ambiente sociale di alpinisti, sono affetto io stesso dal profondo disprezzo per i turisti culinari e nutro un profondo odio nei confronti della funivia che sale sulla Tofana de Meso.

L’espressione è semplice e di per sé poco precisa. Andare in montagna significa poco, se non che si effettua uno spostamento dal proprio abituale luogo di residenza ad una regione montuosa. La stessa espressione viene usata però da chi vive nelle valli alpine per indicare lo spostamento dal centro abitato alle zone disabitate sui monti. Nulla di più, in ogni caso. Potremmo dire, legittimamente, di essere andati in montagna sia nel caso in cui avessimo passato una giornata a far legna nel bosco, sia che avessimo raggiunto la cima di un monte per la via più difficile. Questa mancanza di precisione, mancanza puramente semantica, genera divertenti equivoci.

Immaginiamo che due persone affermino di essere state “sulle Tre Cime di Lavaredo”. Uno dei due, con una simile espressione, intende dire di aver fatto una traversata che tocca le vette della Cima Ovest e della Cima Grande di Lavaredo, con dislivelli positivi di un migliaio di metri e difficoltà massime pari al III grado (scala internazionale UIAA), seguendo sentieri e tracce, arrampicando su roccia, qualche volta con un po’ di esposizione (situazione in cui si ha il “vuoto” sotto). Dopo l’ultima cima è sceso precipotosamente, ma non precipitando, verso il rifugio Auronzo, dove si è concesso una meritata birra fresca per concludere in gloria una giornata stupenda.
L’altro invece vuole dire che ha raggiunto in auto il Rifugio Auronzo, su una ampia e ben tenuta strada asfaltata, dove è sceso a mangiare un piatto di knödel con il goulasch, annaffiato da una buona birra e seguito da una fetta di strudel. Dopo una breve passeggiata fino al rifugio Lavaredo, con dislivello positivo di 24 metri su una strada sterrata, si è fermato a guardare il panorama, spaziando sulle vette delle Dolomiti. Poi è tornato indietro soddisfatto per l’ottimo pranzo, la buona digestione e lo splendido panorama.

Esistono, in effetti, degli elementi in comune fra le giornate che vengono impietosamente riassunte con “sono stato sulle Tre Cime di Lavaredo”. Innanzitutto la localizzazione geografica, nel massiccio delle Tre Cime. Parte del percorso effettuato è identico, per lo meno quello fra Misurina ed il parcheggio presso il Rifugio Auronzo; questo a meno che l’alpinista non si accolli altri 500 m di dislivello perché è duro, puro o povero (il pedaggio per l’Auronzo è quanto meno scandaloso per esosità). La soddisfazione che i due traggono dalla giornata è in ogni caso elevata ed è ragionevole ritenere che entrambi la ricorderanno con piacere in futuro. Probabilmente, se dotati di macchina fotografica o analogo strumento, avranno anche scattato qualche foto identica.

In sostanza, diventa difficile stabilire, in termini assoluti ed universalmente accettabili, chi fra i due personaggi abbia passato la giornata migliore. Soggettivamente tutti due sono convinti di avere fatto del loro meglio per trarre soddisfazione dalla gita e tanto basta per dire che hanno fatto bene. Immaginiamo che tragedia sarebbe, per chi aspira ad arrampicare sulle crode, passare una giornata al pascolo sotto di esse, in mezzo ad una folla di gitanti rumorosi; ma altrettanto terribili sarebbero le ore passate da chi non è alpinista, abbarbicandosi alle rocce nel tentativo disperato di non precipitare, mentre una fifa terribile aggiunge battiti ad un cuore già accelerato per lo sforzo a cui non è allenato. In definitiva, i nostri personaggi hanno del tempo libero ed è bello che lo passino in modo tale da divertirsi, rilassarsi, trarre soddisfazione ognuno a modo proprio.

A questo punto risulta interessante fare una piccola divagazione. Quando si parla di un altro ambiente, il mare, la confusione viene limitata dal fatto che si usano due espressioni differenti, per indicare tipi diversi di frequentazione. Si è soliti dire di essere “andati al mare” quando si è passata una giornata in spiaggia a prendere il sole e fare qualche breve nuotata, mentre si afferma di essere “stati in mare” quando si è navigato in barca, pescato, fatto un’immersione subacquea. Chi frequenta abitualmente il mare sembra avere una maggiore proprietà di linguaggio e capacità espressiva. Notiamo che effettivamente andare al mare è un complemento di moto a luogo, indica che ci siamo spostati dalla città alla riva. Stare in mare è uno stato in luogo, l’attenzione non è posta sullo spostamento dalla città al nuovo ambiente, ma a ciò che in esso abbiamo fatto. Questa considerazione non è priva di significato se riflessa sul caso della montagna.

I problemi nascono quando, inevitabilmente, i nostri personaggi si sentono in dovere di stabilire la supremazia di un modello rispetto ad un altro. É probabile che l’alpinista disprezzi più o meno velatamente l’altro, che candidamente ricambia considerandolo un idiota. È ovvio che il miglior stile di vita per ciascuno di noi è nient’altro che il nostro. I due personaggi hanno seguito le proprie aspirazioni ed inclinazioni e, senza fare classifiche di merito o nobiltà, il risultato è stato identico: sono contenti di come hanno passato la giornata.
L’alpinista tenterà di affermare la sua superiorità sul piano fisico e morale, mentre l’altro risponderà deprecando lo spreco di energia fisica e l’esposizione a rischi inutili. In verità la radice del problema risiede nel fatto che entrambi si sarebbero annoiati mortalmente a passare la giornata nel modo che ha dato tanta soddisfazione all’altro. Da questo punto di vista è esemplare un’espressione usata dai giovani: non gli passa.
Il significato di questa frase è più o meno: dato che la sua vita è vuota e noiosa, dato che non sa divertirsi, non sa scegliere le compagnie giuste per farlo ed in generale è una persona triste e di scarse capacità intellettive, sceglie come passatempo qualunque cosa, anche se terribilmente noiosa. La relatività di questa posizione è lampante. Si vuole rivestire di valore assoluto qualcosa di soggettivo, come le aspirazioni ed i gusti di un individuo.

È certo che non stiamo affrontando un problema di esasperata individualità, non discutiamo il diritto di ogni essere umano all’autodeterminazione, né stiamo centrando la nostra attenzione su casi disperati di autismo. Gli alpinisti non sono individui isolati ed avulsi alla società, ma membri di una precisa categoria di persone che di quella società fanno parte a pieno titolo, esattamente come coloro che amano fare la gita della domenica con l’obiettivo di mangiare un buon piatto di knödel in un bel posto.

A dire il vero individuiamo qui un piccolo problema linguistico. Se è facile attribuire il nome “alpinisti” ad una categoria, è fuori dall’uso comune individuare un termine per descrivere i gitanti con interessi culinario paesaggistici. In genere li definiamo “turisti” tout court, sebbene il termine in origine fosse comprensivo di tutti coloro che frequentano per svago luoghi diversi da quelli di residenza. Fra i turisti annoverano in teoria anche gli alpinisti, i ciclisti, gli appassionati d’arte che si recano alla Gare d’Orsay, i fanatici dell’archeologia che si accalcano sulle strade di Pompei. Vediamo però che, nell’uso corrente della lingua italiana, il termine “turista” viene riservato a chi si sposta per diletto e svolge attività prive di una componente atletica od esplorativa.
Ecco infatti che chi solca l’oceano Atlantico in barca a vela è un velista, mentre chi lo attraversa su una nave da crociera è un turista. Chi sale al Rifugio Auronzo in auto per mangiare un piatto è un turista, chi lo raggiunge a piedi è un escursionista. Gli europei che percorsero per la prima volta il ghiacciaio del Baltoro vennero chiamati esploratori, mentre chi lo risale oggi fino al campo base del K2 viene considerato un escursionista.
A breve distanza dalle Tre Cime, ancora nell’affollato mondo delle Dolomiti, possiamo trovare turisti accanto ad alpinisti su un fazzoletto di roccia: la vetta della Tofana di Mezzo. Servita da una funivia permette l’accesso a chiunque sia in grado di pagare un biglietto (per il vero piuttosto salato). In cima alla Tofana di Mezzo potremmo trovarci di fronte un’umanità composta da turisti ed alpinisti, distinti solamente dal modo in cui hanno raggiunto il loro comune obiettivo.

Questa mescolanza ci pone di fronte ad un ulteriore problema, quello del metodo. Il mezzo che, pur in vista dello stesso fine, differenzia l’azione. Era questo uno dei maggiori crucci per i turisti alpinisti dell’800. Questi pionieri, spesso inglesi o comunque permeati dalla cultura britannica, totalmente immersi nella cultura romantica, erano ossessionati dalla necessità di raggiungere un obbiettivo, la vetta, ma di farlo attraverso mezzi leali. Un tale, giunto molto vicino al raggiungimento del suo obiettivo, abbandonò la salita al Dent du Geant (massiccio del Monte Bianco) lasciando un biglietto sotto un breve salto di roccia difficile, in cui spiegava che si ritirava poiché lo riteneva non superabile “by fair means”, con mezzi leali. Cosa avrebbe pensato di chi raggiunge la vetta di una montagna in pochi minuti con la funivia? Avrebbe certamente espresso il suo disprezzo per il mezzo e per la bassezza morale degli individui che ne fanno uso. Questo è, in un certo senso, un fattore unificante per chi affronta la montagna con mezzi atletici. Altrimenti, fra gli alpinisti, le polemiche sull’eticità e la validità delle ascensioni sono sempre accese, dimostrando che in fin dei conti l’umanità non potrebbe esistere senza i contrasti.

Se dovessimo limitare la nostra analisi a quanto detto potremmo concludere che, con un po’ di buona educazione, i turisti di ogni genere possano tranquillamente convivere. L’alpinista può continuare ad arrancare sulle rocce, lasciando al turista culinario il piacere della tavola imbandita alcune centinaia di metri più in basso. Quando si incontreranno in società poi, il loro successo dipenderà in larga misura dalla capacità di comunicare le emozioni.
Sfortunatamente queste categorie di persone frequentano gli stessi luoghi e questo, inevitabilmente, porta a fenomeni di competizione. Gli ecologi hanno compreso che due organismi entrano in competizione quando vivono nello stesso spazio fisico e le loro nicchie ecologiche si sovrappongono. Due animali con nicchie ecologiche identiche ma che vivano su continenti diversi, non entrano in competizione. Ecco perché il tilacino visse tranquillamente in Australia fin tanto che non venne messo di fronte ad un cane.
Se esistessero valli per turisti culinari e valli per turisti rocciatori, il problema non si dovrebbe presentare. Ma sanno bene, gli ecologi, che una specie tende ad espandersi tanto quanto può. Così i turisti rocciatori vorranno salire sui monti della valle frequentata dai turisti culinari e questi, a loro volta, desidereranno frequentare le GastHaus delle valli riservate ai rocciatori. Il problema sarebbe ancora tutto sommato limitato dal fatto che il culinario non salirebbe mai a piedi in cima alle Tofane in mancanza di un ristorante e di una funivia, il che lascerebbe libera una porzione di territorio per i rocciatori.
Tuttavia stiamo parlando di esseri umani, ovvero di animali capaci di adattarsi fino ad un certo punto, e di modificare l’ambiente dove questo non è consono alle loro esigenze.

Inevitabilmente i turisti sciatori, che sono atletici a metà, richiederanno la costruzione di impianti di risalita, che raggiungeranno quote elevate, prima esclusivo territorio dei rocciatori. Di fronte alla necessità di ospitare i turisti sciatori qualcuno aprirà un piccolo ristorante panoramico in alta quota, vicino all’arrivo di una funivia, creando così l’habitat idoneo al turista culinario. Ecco realizzato l’overlapping territoriale, che infastidisce fortemente i turisti rocciatori.
Va subito detto che, a prima vista, i turisti culinari sono decisamente superiori agli alpinisti sotto il profilo etico. Il culinario non si infastidisce se nel suo ristorante siede un alpinista, né trova spiacevole condividere la terrazza sulla Tofana di Mezzo con coloro che vi sono giunti arrancando per 1161 metri di dislivello lungo le rocce. Al contrario il rocciatore prova un senso di fastidio fortissimo, anzi di decisa repulsione, per quegli individui che sono giunti sulla vetta comodamente dentro una cabina su cavo.
A difesa del rocciatore è necessario esaminare le motivazioni che lo spingono alle sue imprese. L’analisi è complessa ed è stata affrontata spesso negli ultimi quarant’anni, senza per altro giungere a conclusioni definitive. In via del tutto generale si può affermare che il rocciatore trae soddisfazione dall’atto dell’ascensione, che ha come compimento il raggiungimento della vetta. In quest’ottica non è possibile affermare che il vero fine dell’azione sia la cima. In effetti la sommità del monte ha un puro valore simbolico, è il necessario sigillo del percorso seguito. La necessità della vetta dipende dall’umana esigenza di individuare i capisaldi di ogni processo, stabilire un inizio ed una fine per ogni cosa. Se il percorso, l’atto dell’ascensione, sono il vero scopo del rocciatore, è evidente che egli non può condividere il premio dei suoi sforzi, ovvero la vetta, con chi non ha impegnato sé stesso nella salita.

Ecco allora che il turista alpinista che giunge in vetta al monte Coglians tiene a precisare che via ha seguito; chi è salito per il severo versante settentrionale si sentirà in qualche modo superiore a coloro che hanno calcato i sentieri a Sud. Ancora, chi avrà arrampicato lungo una via alpinistica priva di protezioni avrà ottenuto un risultato migliore rispetto a chi ha percorso la via ferrata attrezzata. I tre turisti alpinisti si troveranno insieme sulla vetta, raggiungeranno lo stesso obiettivo materiale, ma dal punto di vista morale sentiranno di avere fatto tre cose completamente diverse.
Questo modo di pensare è estraneo al nostro turista culinario. Il suo obiettivo è raggiungere una bella località, mangiare un buon piatto ben cucinato e godere di un bel panorama. Al culinario la vetta interessa perché è un preciso luogo da cui è possibile godere il miglior panorama su una data montagna. Non gli interessa il percorso, il mezzo, poiché ha ben chiaro un fine. Possiamo affermare, esponendoci all’accusa di assurdità, che l’unico veramente interessato alla vetta sia il turista culinario.

A difesa del turista alpinista e dei suoi metodi bisogna ammettere che la sua etica si basa su principi differenti rispetto a quelli del turista culinario. L’alpinista si indigna di fronte alla funivia che raggiunge il ristorante di vetta perché ritiene che sia un mezzo sleale, il suo uso è pertanto disonesto. Raggiungere la cima di una montagna in funivia è, per l’alpinista, esattamente come acquisire il possesso di un bene attraverso un furto. Il culinario che arriva in vetta, per l’alpinista, è un ladro e come tale va disprezzato, additato, combattuto e possibilmente incarcerato. Per contro il povero culinario è del tutto ignaro, non si rende minimamente conto del problema ma ritiene, non senza ragione, che l’alpinista sia deprecabile nella sua ostinazione ad affrontare fatica e pericoli, mentre potrebbe benissimo arrivare in cima con la funivia. Alcuni turisti ibridi fra il culinario e l’alpinista, che usano la funivia per raggiungere la cima e quindi passeggiare in quota anche per lunghi tratti, si spingono oltre. Pur usando del mezzo proprio dei culinari non ne posseggono la tolleranza e si premurano di additare i turisti alpinisti come “scemi”; ovviamente questo giudizio deriva dall’abitudine di questi ultimi di complicare le cose con percorsi scomodi.

È comune, in ogni caso, che un turista culinario ascolti con sincera ammirazione i racconti di un turista alpinista, senza però percepire il disprezzo nelle sue parole; possiamo stare certi invece che i turisti escursionistico culinari ibridi non si abbasseranno mai ad ammirare gli alpinisti. I culinari talvolta guardano i rocciatori con espressione di stupore, ammettono di non capire il mondo di questi ultimi e nella peggiore delle ipotesi si limitano a commentare sconsolati “sono matti”. Le maggiori difficoltà insorgono quando i due tentano di comunicare, partendo dall’errato presupposto di avere in comune oltre al linguaggio anche l’etica ed i principi ad essa sottesi. In sostanza l’identità di linguaggio è solo formale: usano le stesse parole per esprimere concetti diversi. È uno dei più gravi casi di incomunicabilità. Capita che in un estremo tentativo di stabilire un contatto i culinari, sempre più volenterosi e sereni, raccontino ad un alpinista la loro ultima gita in territorio montano, ottenendo in cambio, nella migliore delle ipotesi, una diplomatica ed educata manifestazione di freddezza. Questa cela inevitabilmente un giudizio severo che in genere è di inettitudine. Se il culinario vuole spingersi oltre, con buona volontà lungo la strada di una amichevole riconciliazione, potrebbe commettere l’errore più grave: invitare l’alpinista ad una mangiata in un bellissimo rifugio alpino servito da una strada o peggio ancora da una seggiovia. In questo caso l’alpinista si sentirà talmente offeso, così ferito nella profondità dei suoi principi, da trattenere a stento l’indignazione. Il suo giudizio verso l’incolpevole culinario volenteroso sarà ancor più spietato, lo sdegno ed il disprezzo potrebbero superare gli argini della buona educazione e travolgere il poveretto, compromettendo irreparabilmente i rapporti fra i due.

È interessante osservare che il quadro descritto si applica facilmente a molti casi di interazione fra esseri umani. È probabile che alcune guerre siano scoppiate a causa di questi meccanismi, anche se è ovvio che la maggior parte di esse avranno tratto linfa da motivazioni di tipo economico. Molti storici, filosofi e psicologi hanno studiato i problemi che nascono nelle relazioni fra gruppi umani o fra individui, non appartenendo a queste qualificate categorie è difficile azzardare delle teorie, tuttavia l’esempio delle relazioni fra turisti in ambiente montano induce a ritenere che i conflitti non nascano tanto dalla competizione o dalla diversità di linguaggio in senso formale, quanto da diversi principi. Due italiani parlano la stessa lingua, sono cresciuti nella stessa società, hanno imparato ad accettare le stesse regole sociali e verosimilmente hanno molte basi culturali comuni, ma non hanno necessariamente gli stessi principi. L’etica, intesa come complesso di meccanismi che regolano il comportamento di un individuo, deriva necessariamente da processi che riguardano l’incontro fra principi e realtà sensibile. Se i principi sono differenti, l’etica che ne deriverà sarà per forza diversa.

Ecco spiegato perché il turista alpinista e quello culinario difficilmente potranno convivere in pace. Il primo colpirà l’altro col suo disprezzo, il secondo giustificherà con la sua esistenza terribili modificazioni del territorio. Incolpevoli entrambi non troveranno mai un modo per comunicare, se non decontestualizzando il confronto.

Insomma, se conoscete un alpinista, invitatelo a mangiare un bel piatto di ködel col goulash la sera, dopo che avrà fatto una bella ascensione, in un ristorante a fondovalle. Potrebbe essere addirittura simpatico.

Annunci

2 Risposte to “Andare in montagna”

  1. Luca Says:

    Giuseppe, ma sei tu che ti sei fatto male sul Monte Omene? Saluti

  2. Giuseppe-Adriano Moro Says:

    Purtroppo si: sono l’elicotterato di fine dicembre.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: