In fondo è solo una puntata

Di quel grande “reality show” chiamato Italia. Mi riferisco all’alluvione in Sardegna. Anche se molti sardi dissentirebbero (quanto noi friulani) dall’associazione agli altri cittadini della Repubblica.

Eppure in questo paese su alcuni argomenti potremmo fare tranquillamente di tutta l’erba un fascio (non littorio). Oh, il dramma del dissesto idrogeologico.

Intanto vorrei capire quale sia il concetto di “dissesto”. Sul dizionario trovo “condizione di squilibrio, di instabilità; stato di grave decadimento”. Quindi, c’era uno stato di equilibrio e si è rotto, tutto crolla, tutto va a rotoli.

E qui c’è qualcosa che non funziona. Perché una parte dei “dissesti” in Italia non è altro che la manifestazione della naturale dinamica dei rilievi, che sono destinati ed essere erosi, a crollare, a venire spianati il più possibile. E’ il destino delle montagne, prima o poi anche l’Everest diventerà una collinetta e poi nulla. Ovviamente, finché le placche continentali ed oceaniche continueranno a muoversi ed il magma a risalire attraverso la crosta, ci saranno montagne su questo pianeta.

Il “dissesto” che mi interessa è un altro, quello provocato dall’uomo, estraneo alla dinamica naturale.

E’ naturale che piova. E’ naturale che quando piove tanto in un posto dove non piove molto si metta in moto tutto ciò che è stato fermo per secoli. Meno naturale è che lungo il percorso dell’acqua si piazzino strade, ponti con luci troppo strette, case.

Quello è proprio un modo di agire da imbecilli. Purtroppo accomuna gran parte degli esseri umani. Ci illudiamo di potere gestire la cosa, mentre stiamo solo giocando con la probabilità.

Ho sentito dire che l’evento meteo sardo aveva un tempo di ritorno millenario. Ma ho sentito anche dire che eventi estremi c’erano stati negli ultimi vent’anni.

Innanzitutto, tempo di ritorno non è un calendario, è una probabilità. Dire che una pioggia ha TR pari a 1 anno, significa che c’è un’elevata probabilità che si verifichi ogni anno. Dire che ha un TR10, significa che è molto probabile che si verifichi almeno una volta per decennio. Almeno una volta, non solo una volta. Capiamoci!

E’ ovvio che se una certa precipitazione finisce per verificarsi sempre 2 volte ogni decennio, abbiamo sbagliato i calcoli. Ma lo possiamo dire solo dopo avere esaminato un po’ di decenni, direi almeno 10. Il che significa che i calcoli è meglio farli su serie storiche di un secolo.

Beh, frequento molti ingegneri idraulici che fanno i calcoli sulla base di dati dell’ultimo secolo, per le zone dove sono disponibili, ma capita che a volte si accontentino di 10 anni di dati, o addirittura che azzardino un’ipotesi in assenza di dati.

Questo è un grosso problema. Grosso perché quando si progetta un’opera qualunque, bisogna calarla nel contesto del territorio e fare delle congetture su cosa succederà nella peggiore delle ipotesi.

Lo facciamo?

No, perché innanzitutto nella peggiore delle ipotesi plausibili ci sono enormi aree che non dovrebbero essere edificate in nessun caso. Ho sentito alla tv un intervento di Mario Tozzi, che spesso esagera, ma sta volta è stato preciso: ci sono posti dove non puoi fare niente, te ne devi andare e basta, altrimenti muori!

Questo è inaccettabile per la maggior parte dei progettisti e degli amministratori. Anche per i cittadini che poi frignano dopo le “disgrazie”. Possiamo chiamarle disgrazie?

Per fare un esempio: se attraversate passeggiando l’autostrada A4, è estremamente probabile che un TIR bulgaro vi stiri. Non è una disgrazia, siete stati un po’ scemi.

Se costruite la casa sull’alveo di un torrente, che non è mai andato in piena da quando siete nati, nemmeno da quando è nato vostro padre, vi sentite sicuri. Ma non lo siete. Le piene passano con frequenza minore rispetto ai TIR bulgari sulla A4, ma passano. Passano altrimenti non ci sarebbe quell’avvallamento, non ci sarebbe quell’area pianeggiante allo sbocco di un valloncello! La pianura non è nata così per caso, è generata dalle alluvioni. Se c’è la pianura, ci sono le alluvioni.

In Friuli si ragiona esattamente come in Sardegna. Sia qua che là la gente si rimbocca le maniche e spala, a differenza di ciò che fanno normalmente i foresc’ o gli istranzos. Ma la cavolo di testa dura è comune. Guai a mettere vincoli che vietino di edificare in un posto pericoloso!

Deprimente è sapere che la lezione non giova, mai. Dopo l’alluvione 2003 in Valcanale ho visto eseguire opere che sono capaci di trasformare i torrenti in bombe ancora più potenti, alla prossima pioggia estrema. Che potrebbe arrivare anche domani, perché la probabilità è una cosa diversa da un programma sul calendario.

Invece bisogna studiare il territorio, conoscerlo, stabilire quali siano le zone “buone” e quelle “pericolose”. Quindi pianificare.
Cosa che non si fa, perché studiare costa e sembra inutile. Perché le zone “pericolose” spesso interessano agli speculatori e la gente comune, che ha una cultura scientifica pari a quella di un’ostrica, la pensa come loro. E quindi si pianifica con politici, professionisti, speculatori e popolazione che hanno in mente una sola cosa: fare ciò che sembra più conveniente sul piano economico.

Provate a lavorare dicendo le cose come stanno invece di assecondare gli interessi degli imprenditori. Che poi, chiamare imprenditori certi imbecilli spillasoldi non è neppure corretto. C’è una certa selezione. Un giovane laureato competente in Italia deve imparare subito a fare finta di non sapere, non vedere, non pensare, altrimenti finirà per dispiacere a qualche imprenditore, qualche politico, qualche funzionario sensibile al pensiero dei primi due.

Ciò che più fa rabbia è che non c’è nemmeno corruzione in tutto questo. C’è una profonda convinzione, una cultura errata. Fanno cazzate e ci credono quando dicono “ma non succede niente”!

Poi arriva l’alluvione, distrugge, uccide, costa molti milioni se non miliardi. Però chi studia e identifica i rischi viene trattato come Cassandra.

La storia è storia, è testarda, vuole insegnare, si ripete finché gli allievi più testoni non avranno capito. Presumo fra qualche millennio ancora.

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Una Risposta to “In fondo è solo una puntata”

  1. fausto Says:

    Molto bello e molto lucido. Sono cose che penso anch’io da molti anni: dalle mie parti le sciocchezze le facciamo soprattutto costruendo sopra alle frane.

    Sono arrivato alla conclusione che il nostro approccio alle calamità ad alto tempo di ritorno è identico a quello tenuto con le malattie gravi: negazione ad oltranza. Fingiamo di non vedere, e ci facciamo sommergere ciclicamente.

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