Io resto in Europa

Friûl Europe
Innanzitutto perché ci sono nato. In Europa.

Lasciamo per un attimo da parte le questioni politiche ed economiche, pensiamo piuttosto agli aspetti culturali e morali della cosa.

Capisco perfettamente quando un cittadino italiano fatica a sentirsi “europeo”. Chiaramente è difficile per coloro che vivono a centinaia di chilometri dai confini, perché l’Italia è un paese che fino a ieri era fatto di comuni, al massimo di province. Non provinciale, capiamoci, tutto il mondo è provinciale ed è un termine che personalmente detesto. I provinciali sono i cretini che danno dei provinciali agli altri.

Pensiamoci un attimo. Il concetto di appartenenza all’Europa come unità non solo geografica, ma culturale, è facilmente comprensibile a noi friulani, ma come può sentire questo concetto vicino a sé un siciliano? O un calabrese? O un abruzzese?

Ricordate il romanzo di Silone intitolato Fontamara. Spero di si.

Il mondo che ci presenta Silone è quello di questi contadini, che correttamente chiama “cafoni” nel senso bello e nobile del termine (lo spregiativo l’hanno inventato i signorotti napoletani).
Sti contadini nascono e vivono in un luogo dove il loro orizzonte è bloccato dai monti, dove la loro intera esistenza si può consumare più o meno serenamente senza bisogno di incontrare altri, diversi. Si, c’è un conttatto con il resto d’Italia, perché ci sono leggi che arrivano da fuori, funzionari dello Stato, ci sono le guerre, ma ciò che è fuori dalla comunità si ferma all’Italia, ed è già un viaggio.

Prendiamo ora un’altra opera letteraria, questa volta scomodiamo Mario Rigoni Stern con il suo Tönle Bintarn. Anche Tönle è un contadino, vive sull’Altipiano (di Asiago) ed il suo nome ha un suono strano. Strano perché non sembra per nulla italiano.
Lui vive al confine, fino all’ultimo giorno. Contrabbandiere da ragazzo, grazie proprio a quel confine che si era creato fra Italia ed Austria, poi fuggitivo attraverso l’Europa dove vive vendendo stampe. Infine profugo e prigioniero di guerra. I suoni “nemici” sono prima i finanzieri italiani, poi i soldati austriaci, ma è chiaro che i “nemici” sono i poteri che gli impediscono di vivere la sua vita in santa pace. Ad ogni modo Tönle vive immerso nell’Europa ed il suo orizzonte è vasto quanto il continente.

Ecco, immaginate ora persone come me, nate vicino al confine. Finite in uno Stato piuttosto che in un altro per un caso, per una battaglia vinta da un re lontano contro un altro re lontano. Per trattati internazionali scritti da gente che nemmeno si è mai degnata di conoscere coloro sulle cui teste stava decidendo.

Qui, nel giro di pochi chilometri si parlano quattro lingue diverse. Il friulano, lo sloveno, il tedesco, l’italiano. Basta fare qualche chilometro in più e si trovano anche quelli che parlano croato.

Nelle nostre famiglie il piatto tradizionale non è la pastasciutta, né la pizza, oppure la cassoela, o la bagnacauda, i tortellini, la ribollita, i culurgiones. Nelle nostre famiglie si fa il frico, ma si cucinano regolarmente anche le verze in padella, la wiener schnitzel, così come la brovada. I dolci di famiglia possono essere l’apfelstrudel oppure la gubana, la putizza, la pinza.

Riesce facile sentirsi europei, anche se proprio qui ci sono i resti, ben conservati, delle trincee della Prima Guerra Mondiale, quella guerra il cui scopo era fare a pezzi l’Europa, ribadire lo sminuzzamento del continente in stati che avevano la pretesa di essere “nazionali”. Crederli tali è facile da Roma, difficile da Udine, Trieste, Bolzano, Aosta.

Riesce difficile perché l’identità nazionale, la “liberazione”, ha significato cancellare la lingua dei nostri padri, sostituire persino i nomi dei nostri paesi con quelli stabiliti da funzionari dello Stato.

Tutto questo non è accaduto nell’Italia peninsulare, nell’Italia “vera” dal punto di vista culturale. Perché laggiù l’italiano si parla dai tempi in cui un certo Alighieri ci compose la Divina Comedia.

Ecco allora che qui riesce molto facile sentirsi europei, perché non esserlo vorrebbe dire non essere sé stessi, tornare ad alzare uno steccato fra noi e la gente che vive a 20 chilometri da casa nostra, parlando una lingua diversa, ma mangiando esattamente le stesse cose e rispettando tradizioni che sono quasi identiche alle nostre.

Significherebbe tornare a fomentare quell’odio insensato, pilotato ad arte dai grandi statisti e monarchi europei, che ci ha costretti a farci a pezzi in decine di guerre, tre solo nel secolo scorso.

Eppure non è difficile da capire. Basta prendere Google Earth e guardare dove si trova la piccola città da cui scrivo queste righe.

Sulla carta geografica dell’Italia che avevamo appesa in classe, quando frequentavo la scuola dell’obbligo, Udine era in un angolino in alto a destra. Ma sulla mappa del mondo, Udine è molto vicina al centro dell’Europa. Impiego meno tempo a raggiungere Monaco di Baviera che Roma. Praga è dietro l’angolo rispetto a Bari.

Non è una scelta, è un dato di fatto. La scelta, per quanto mi riguarda, è rimanere fedele a me stesso, anche se in questo momento sembra non convenga.

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2 Risposte to “Io resto in Europa”

  1. Andrea Says:

    Come al solito, non sono daccordo. Ma come fai a pensare che io non mi sento europeo come te, perchè abito in Umbria piuttosto che a Cormons?

  2. Giuseppe-Adriano Moro Says:

    Non ho scritto che tutti voi non vi sentiate europei, ma che capisco la difficoltà nel comprendere la realtà di noi abitanti di un punto di incontro fra popoli e culture.
    Ad ogni modo non c’è molto da dire, gran parte degli italiani non apprezza l’unione, anche perché si sente fuori da questa realtà.
    Per me è diverso, io non posso rinunciare all’unione senza tornare a perdere la mia cultura, quindi oltre che per scelta, devo cambiare le regole dell’unione per non perdere me stesso.
    Invece di dire “fuori dall’€uro” dico stiamoci, ma non secondo le regole delle finanziarie che influenzano i governi tedesco e francese.

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