Meditazioni dopo il voto europeo

Le elezioni che si sono svolte il 25 maggio erano destinate a eleggere i rappresentanti italiani al Parlamento Europeo. L’affluenza non è stata esaltante, ma tutto sommato buone. Il risultato netto: il Partito Democratico ha ottenuto il 40,81% dei voti a livello nazionale. Il secondo partito italiano è il Movimento 5 Stelle, con il 21,16%.

Le elezioni erano europee e avrebbero dovuto riguardare temi europei, ma in Italia sono state intepretate, come al solito, come una sfida interna, a volte locale. Di europeo c’era solamente la contrapposizione fra una posizione pro-Europa e una euroscettica. Gli euroscettici, fra cui Lega e M5S sono stati evidentemente sconfitti da un partito pro-Europa. Dato su cui non avrei scommesso, sinceramente.

Ne sono soddisfatto, da convinto sostenitore della necessità dell’Unione Europea. L’importante era frenare in Italia la spinta verso l’autodistruzione.

Ora bisogna capire cosa fare in Europa, perché l’Italia sarà uno dei paesi più grandi dell’Unione, ma rimane pur sempre un paese solo. In particolare è preoccupante il fatto che in Francia abbia vinto il Fronte Nazionale, partito decisamente antiunione. Il movimento guidato da Marine Le Pen ha ottenuto il 24,95% dei voti ed è il primo partito nel paese, dovrebbe mandare 24 rappresentanti al Parlamento Europeo.

Bene, cosa facciamo?

In Germania la CDU ha vinto e in generale il Partito Popolare Europeo è il primo partito nel nuovo Parlamento, con 213 seggi, contro i 191 dei Social Democraciti europei. Il problema non è tanto, o solo, quello dei popolari alla guida dell’Unione, ma di chi imposterà la politica dell’unione e come.

Il PPE vorrebbe come Presidente della Commissione il lussemburghese Juncker. La sua capacità di destreggiarsi fra le divisioni dei popolari europei lo ha premiato e in linea di massima sembra essere un moderato sulla linea del “rigore sui conti”, fermo restando che pare convinto della necessità di mantenere un certo rigore, che definisce serietà.

In sostanza Juncker potrebbe essere un mediatore. Ma il problema non è solo quello macroscopico del debito pubblico, della stabilità e del pareggio di bilancio. Importanti, ma forse più per i così detti mercati che per i cittadini.

Il problema della UE oggi è che continua a svolgersi al suo interno una lotta fra paesi per sostenere le proprie economie nazionali: manca una vera visione europea del problema.

Un esempio evidente viene dalla politica in agricoltura e pesca, dove l’Italia finisce regolarmente per fare da fanalino di coda, subendo regole definite da paesi dove il prodotto agroalimentare e della pesca è industriale, sia per metodo di produzione che per qualità.

Ed ecco che le “eccellenze” locali italiane perdono. La UE favorisce il formaggio che sa di plastica fatto in Germania mentre induce l’Italia a rendere impossibile produzione e commercializzazione di prodotti locali tradizionali di alta qualità, semplicemente perché tedeschi e altri vogliono imporre i loro standard di plastica e tenere l’intero mercato europeo.

E questo è un problema non da poco in un paese dove l’agricoluta, soprattutto quella su piccola scala, ha ancora un peso enorme. Anzi, dovrebbe avere un peso ancora maggiore.

Ma quello che ho fatto è solo un esempio. In sostanza, se posso riassumere il mio pensiero in modo colorito, credo che la UE debba smettere di essere lasciata in mano a burocrati e finanzieri. Creiamo un quadro comune entro cui ogni europeo possa vivere senza sentirsi penalizzato o avere motivo per desiderare divisioni.

Insomma, dobbiamo ragionare in Europa come fanno negli USA. Così potremo affrontare le sfide di un mondo che è cambiato. In caso contrario, diventeremo paesi divisi e orgogliosmente del secondo mondo quasi terzo.

Europa agli europei!

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