Tempi bei

Anche oggi il mare lo guardo attraverso le webcam. D’altronde per andare al mare bisogna avere il gasolio e il gasolio si compra con gli €, che si guadagnano lavorando. Al ûl lavorà almancul dodis oris in dì!

Poi mi fermo un attimo a pensare: se invece di lavorare tanto andassi a buttare due togne in mare e mi procurassi la cena?

Eh si, tempi bei, siora Nina, quando vivevo in una città di mare, la più bela che ve xe, e a pescare ci andavo in bicicletta.

L’esca erano tochi di sardela sotto sale. Per procurarmeli facevo salvadanaio, oppure li rubavo ai gatti. Si, lo confesso, ho rubato sardele ai gatti, perché non avevo soldi per comprarle e le gattare triestine sono sempre state esagerate nel rifornimento dei mici.
Così, cò me zirava, prendevo la mia bicicletta che tenevo in terrazza, mi fiondavo giù per il Vicolo (del Castagneto) e via a Barcola o a Santa Crose a pescare. O se si combinava rivava Nicola co i auti, che jera meo ancora.

Se c’era ondina mi dedicavo ai testoni fra gli scogli. Togna a man, un piombino da 10 g, amo numero 3 per prendere solo quelli grossi, toco di sardela e tac tac li tiravi su a bizzeffe. Ma non ne ho mai tirati su tanti, era giusto per avere di che fare un risotto o una fritta. Se andava bene si poteva andare a angusigoli. Il sogno era il branzin, ma il branzin non è bestia facile da riva in quei posti. Le orade mejo, ma anche quelle, beata l’ora quando arrivano. Quella volta in cui, preso da follia, provai a vivere con quello che pescavo, pesavo meno di 90 chili, ma persi lo stesso un bel po’ di chili in un mese, alla fine ero stremato.

E poi il mitico “branzin a stramusoni”. Perché solo un furlan può prendere a pugni un branzino di un chilo e mezzo (esclusa testa) inseguendolo per due ore. Si, bon, insieme a un istrian, quindi ci si divide le responsabilità. De no creder. Specie quando in osteria sull’altopiano abbiamo sentito due veci contarsi la storia di “un furlan che gà ciapà un branzin a stramusoni”.

Tempi bei: andavimo zò a Santa Crose e capitava de intivar el capitan Bussani, che ne contava meraviglie su no so che esperimenti che ‘l fazzeva con scovazze varie affondade e ‘l ne menava a veder con la sua tenuta de sub professionale: mocassini, braghe curte e maschera. Dopo se sentavimo fora de la sua cheba al porticciolo e ne contava ancora maraviglie, concludendo “muli, se sé qua che ve ciapa stratempo, le ciave de la taconera le xe sconte qua” e ci invitava a profitar della baracca in caso di maltempo.

Tempi bei, cò se fazzeva el rilievo dei fondali con Paolo che a un zerto momento ne gà cronometrà perché ghe jera vignù el sospeto che jerimo massa ciapai a tirar su canestrei, e ne gà dito che stavimo soto più de quel che stavimo fora a respirar, ma el pH del sangue basso no ne fazzeva imbriagar perché jerimo usai a bever Teran.

Tempi che po’ rivava setembre e andavimo a Salvor col prof e a Valdepian te andavi zò e suso ventizinque volte a tirar su busuloti de sabbia par i studenti e apena che te finivi, cò che quei i netava i campioni con la rede in riva fra i muleti s’ciavi coi maestri rompibale, jerimo zà de novo fora a vardar, zercar dondoli, pessi, granzi e quel che ve xe par far brodeto e gnanca te finivi che zà te se trovavi con una pivo in man, sentà fora de la casa a spetar l’ora de far “sorting” e po’ via a zogar de beach volley balcanica.

Tempi bei. Ara ciò, metessi firma.
Bon, andemo deh che gò de meter firma su ste fature che xe rivà el momento de scoder. E i tempi bei tornarà, magari doman.

Ale ale doneee, che il sol magna le oreeeeeee!

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