Jobs Act?

Permettetemi di dire che, pur non condividento l’isteria dei tempi del fascismo, l’uso di termini estranei alla lingua italiana per definire provvedimenti sulla vita di casa nostra mi fa sinceramente ribrezzo (nonostante sia un americanofilo in molte cose).

Ad ogni modo, il Governo sta lavorando per attuare questo benedetto Jobs Act, ovvero una nuova politica del lavoro, dipendente ovviamente. La cosa non mi tocca direttamente, dato che non sono mai stato lavoratore dipendente e non ho lavoratori alle mie dipendenze.

Certo è che, in questo momento, in Italia siamo di fronte a una situazione sempre peggiore, per quanto riguarda il lavoro. Chi non se l’è creato da sé (come me e molti altri sfigati con partita IVA fin dalla nascita) si trova spesso per strada e senza grandi prospettive.

Indubbiamente in Italia si sentono gli effetti di una crisi strutturale. Non è questione di contratti, è questione di mancanza di aziende attive, di posti di lavoro. Chi ha attività produttive se ha ancora la forza fugge, se non ha la forza finanziaria, tenta di chiudere salvando il salvabile. Chi non è abbastanza veloce, fallisce e basta.

Gli ammortizzatori sociali al momento sono l’unica misura possibile per dare da mangiare a decine di migliaia di nuovi disoccupati, spesso persone con un’età che lascia poca speranza per una ricollocazione. Ma esistono quelli che del lavoro da offrire ce l’hanno. Li vogliamo aiutare?

A volte mi pongo il problema. Crescere nella mia attività professionale richiederebbe sicuramente di avere collaboratori. Quelli che lavorano a pIVA come me sono piuttosto rari e comunque la creazione di entità organizzate sembra sfavorita dal punto di vista fiscale. In Italia quando metti su una società ti trovi a pagare tasse anche se non hai utili. I commercialisti ti scoraggiano, le banche ti pregano di non chiedergli prestiti, evidentemente non è un mondo fatto per chi dalla propria attività vuole cavare un reddito.

Sono sinceramente ansioso di leggere i provvedimenti legati a questo benedetto Jobs Act per capire se ci siano spiragli. L’ideale sarebbe potere iniziare ad avere collaboratori che costino relativamente poco. Non per cattiveria, ma se costano tanto all’inizio è un disastro: gli effetti del loro lavoro si iniziano a vedere dopo un anno, mica subito.

Immaginiamo che mi capiti l’occasione di un incarico professionale piuttosto grosso, che richieda però la collaborazione di almeno una persona. Per prendere quell’incarico, devo avere la persona. Per avere la persona, devo pagarla. Se in un regime di lavoro subordinato, devo pagarla con una certa regolarità. Il punto è che il lavoro a me verrà pagato alla fine, probabilmente qualche mese dopo la fine. Quindi, per avere un collaboratore inquadrato come il classico dipendente, dovrei disporre da subito del denaro necessario per pagarlo, che è molto più di quello che il dipendente intasca, perché fra tasse e contributi il costo del lavoro è decisametne più elevato del netto in busta paga del lavoratore.

Morale della favola, con questo sistema, non prendo il collaboratore, non prendo il lavoro e continuo così come adesso. Io ci campo come ora, ma il potenziale collaboratore resta disoccupato.

Direi che questa situazione debba essere risolta in qualche modo a livello normativo. Di certo non con sgravi fiscali. Quelli sono una bella frottola: lo sgravio fiscale arriva quando devi pagare le tasse, va bene, ma nel frattempo, tu non paghi spese e dipendente con i soldi che non hai. La soluzione deve essere un’altra. Non so quale, ma decisamente penso che il Governo ci debba pensare e molto velocemente. Non solo per quelli come me, impossibilitati a crescere, ma per i disoccupati. E’ un circolo vizioso che impedisce all’Italia di decollare nuovamente!

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