Seconda generazione

Stamattina, mentre andavo al lavoro, ho incrociato lungo la strada un padre che stava accompagnando a scuola il proprio figlio. Una scena del tutto analoga a quelle di cui sono stato parte alcuni decenni or sono, se non fosse che questi due avevano la pelle di un colore diverso rispetto a quello di mio padre e mio, erano neri.

Mentre guardavo il bimbo, col suo zainetto sulle spalle, vestito di tutto punto ma con una nota di colore molto africana, che incedeva con aria estremamente marziale, devo dire piuttosto buffa, ho pensato alla questione “immigrazione”.
Il padre è verosimilmente nato in Africa, in qualche paese da dove è partito per venire a cercare lavoro e una vita “migliore” in Friuli. Il bimbo probabilmente è nato qui a Udine e frequenta la scuola elementare (primaria o come si chiama adesso, non-lo-so) qui.

Ora mi sono immaginato la realizzazione dei desideri di tutti coloro che sarebbero felici di cacciare tutti gli immigrati e ho immaginato l’ipotesi di rispedire in Africa quel bambino, magari fra cinque o sei anni.
Rispedire? Ma se non c’è mai stato! Come si fa a “rimandare a casa” uno che è nato a Udine e con la terra d’origine dei suoi genitori ha probabilmente un legame pari a quello che ha un figlio di siciliani nato in Friuli?
Già, ma fino a pochi anni fa il sogno degli stessi era rispedire a calci in culo i “terroni” al loro paese, che poi in termini politici è lo stesso in cui siamo nati tutti noi.

Il discorso comunque è che il bimbo ha la pelle nera e questo dà certamente più fastidio, perché il figlio di meridionali nato in Friuli a volte è indistinguibile dal figlio di friulani, mentre il nero è nero anche se ha lo stesso accento dell’orso Yoghi come noi friulani DOC.

Il problema però rimane. Se sto bimbo è nato qui e nonostante sia educato da una coppia di africani, frequenta la scuola qui, guarda la nostra televisione, si muove nella nostra città esattamente come tutti gli altri bambini, fondamentalmente diventerà un udinese. E come cavolo si troverebbe in Africa? Fondamentalmente come tutti gli altri esseri umani, bene se ricco, male se povero. E difficilmente sarebbe ricco, a meno che non si inventi qualche fantastica attività economica nel giro di una ventina di anni.

Già, lo so cosa state pensando: si metterà a spacciare. Si, come no, la probabilità che quel bambino, che cresce in una famiglia di gente che evidentemente lavora ed è in regola, che va a scuola con tutti gli altri, diventi uno spacciatore è pari a quella che lo diventi un friulano.

Il problema reale dell’immigrazione non è respingere tutti, ma capire chi è una persona perbene, una risorsa, e chi invece sia un delinquente. Ricordo benissimo un episodio molto educativo. Mi trovavo con amici in Grecia e stavamo chiacchierando con un ragazzo albanese che faceva il custode in un campeggio sull’isola di Paros. Lui, come gran parte degli albanesi, parlava bene italiano e ci raccontò del suo desiderio di venire a lavorare in Italia, dato che oltre tutto era laureato in agraria. Ma non aveva il coraggio di venire, disse abbassando gli occhi, perché si vergognava. Cercammo di capire il perché e lui ce lo spiegò in modo lampante.
Ci spiegò che al crollo de regime di Berixa avevano liberato un sacco di gente dalle carceri, gente reclusa per motivi politici ma anche delinquenti, senza stare a fare troppe distinzioni. Messi in circolazione un sacco di delinquenti si poneva il problema di che fare controllarli e così, in un modo che non seppe spiegarci, i delinquenti vennero invitati ad andarsene, o rischiare di tornare dentro.
Ovviamente i delinquenti andarono dove c’era del denaro da rubare e vennero a frotte in Italia. Secondo la nostra fonte in sostanza, ci fu una vera e propria ondata migratoria di delinquenti dal suo paese al nostro, cosa che a suo dire giustificava in modo assoluamente indiscutibile la pessima opinione degli italiani nei confronti degli albanesi, dato che di questa storia gli italiani non erano a conoscenza. Gli feci notare che tutto sommato l’Italia aveva spedito oltre mare la crema dei propri delinquenti e che la prima grande organizzazione criminale negli Stati Uniti era stata creata dagli italiani. Al Capone di dov’era originario?
Questo non lo consolava molto, disse che forse avrebbe provato a venire, già il fatto che degli italiani parlassero con lui senza trattarlo in modo schifoso come facevano i greci lo stava confortando, ma provava molta vergogna. Non so se abbia trovato il coraggio di venire qui e dimostrare di essere una persona diversa da quei delinquenti, ma ricordo che omisi in modo colpevole di dirgli che quegli italiani con cui stava parlando non erano proprio rappresentanti dell’italiano medio.

Questa storia mi ha insegnato che generalizzare sul conto dei popoli ci impedisce di trarre vantaggio dagli apporti positivi, mentre non ci impedisce di prendere in casa nuovi delinquenti. E’ una questione su cui meditare profondamente, prima di prendere provvedimenti a caso.

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