Meglio preparati o improvvisati?

L’estate sta finendo. Non è il verso della celebre canzone dei Righeira, è un dato di fatto. Il periodo di massimo irraggiamento solare è passato, il Mediterraneo è carico di energia, l’aria fredda preme da Nord e correnti umide si infiltrano da Ovest. Tutto pronto per scatenare il “maltempo” tipico della fine estate.

Il problema è che questo “maltempo” sta diventando sempre più estremo. Quelle che una volta venivano considerate condizioni eccezionali, stanno divenendo frequenti. Eventi meteorologici molto intensi, talvolta estremi. Piogge intesissime su aree relativamente ristrette, che mettono a dura prova il territorio.

Ho scritto più di una volta denunciando, uno fra i molti, l’inadeguatezza della gestione del rischio idrogeologico in Italia, ma oggi non voglio discutere tanto sulle probabili alluvioni delle prossime settimane, non voglio parlare di ciò che avremmo dovuto fare nell’ultimo decennio e non abbiamo fatto come Stato, come Regioni, come Comuni. Voglio ragionare su ciò che riguarda noi come individui.

Di fronte a quello che può accadere, siamo preparati? O improvviseremo come al solito?

Quanti di noi sono in grado di valutare le previsioni meteo, le allerte meteo, quanti sanno interpretare ad esempio i dati dei radar meteorologici, che pure sono facilmente consultabili via web, comodamente dal proprio smartphone?

Quanti di noi sanno cosa fare se si verifica un evento alluvionale? Una frana? Una tromba d’aria?

Ragionavo qualche giorno fa sull’ammirevole preparazione dei giapponesi di fronte ai terremoti. L’Italia è uno stato con ampie zone a elevata sismicità, non come il Giappone chiaramente, ma non ci facciamo mancare i terremoti. I giapponesi fin da bambini vengono addestrati a reagire ai terremoti in modo da ridurre il rischio per la loro vita. Gli italiani no.

Va bene, mi ha fatto notare mia moglie, non abbiamo mica un terremoto al mese qui. Vero, però ogni anno abbiamo frane e alluvioni. Ogni anno qualcuno muore perché viene travolto da una colata di fango, da un’ondata, da una frana. Molte di queste morti sarebbero evitabili se sapessimo cosa fare, soprattutto cosa non fare, quando ci troviamo in situazioni di emergenza.

Lasciamo stare gli interventi sul territorio, lasciamo perdere l’utopia di una pianificazione territoriale che salvaguardi la vita e i beni delle persone e non gli interessi di impresari e sindaci in campagna elettorale. Parliamo di ciò che si potrebbe, anzi si può fare, per insegnare ai cittadini italiani a reagire per salvarsi quando si verifica qualche calamità naturale.

In questo campo c’è molto, anzi c’è sostanzialmente tutto da fare. Perché siamo diventati bravi a gestire il dopo, la fase dei soccorsi, ma siamo decisamente all’età della pietra per il mentre.

Butto là questa idea come spunto di riflessione. Credo che qualcuno fra Governo e Regioni dovrebbe prenderla in seria considerazione.

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