La tolleranza religiosa

E’ un lusso che si possono permettere solo gli atei.

Una cosa su cui ho meditato un bel po’ di recente, mentre mi sono trovato coinvolto nelle celebrazioni cattoliche del Natale. Ascoltavo attentamente il celebrante e, rilevando ciò che per la mia fede è un errore, provavo fastidio. Un fastidio crescente, rimanere lì ad ascoltare questa persona predicare cose che per me sono errate, farlo in silenzio e tollerare educatamente le convinzioni errate di coloro che mi circondavano.

Chiunque abbia una fede, non la mette in discussione. Una fede religiosa in particolare è ciò che definisce quali siano le convinzioni di una persona in un campo assoluto.

Se io credo che una certa persona sia l’incarnazione delle divinità e sia stata sulla terra, con forma d’uomo, abbia agito, predicato, ci abbia lasciato degli insegnamenti, non posso credere che dopo di lui sia arrivato un altro a predicare cose diverse nel nome dello stesso Dio incarnato nel primo. Viceversa, se io credessi nella predicazione del secondo venuto, che nega la divinità del primo, non potrei che negarla a mia volta.

Allo stesso modo, se per me esiste un solo Dio, non posso andare in alcun modo d’accordo con chi sostiene l’esistenza di più divinità. Se per me solo Dio è meritevole di lode e preghiere, non posso andare d’accordo con chi prega più dei o santi.

Ma fin qui, sembra che tutto sia nel campo delle convinzioni personali. Fingiamo di vivere in un mondo perfetto in cui la religione e la vita civile non si influenzano a vicenda. In quel mondo perfetto potrei trovare giustificazione alla tolleranza?

No, se sono un vero fedele. Se io credo in ciò che per me è fede, sacro, rapporto con il divino, non posso che affermare che gli altri stiano sbagliando. Una fede diversa dalla mia è esattamente equivalente a una bestemmia, tanto quanto la mancanza della fede degli atei.

Se io sono cristiano, non posso accettare che qualcuno indichi come via per la salvezza gli insegnamenti di Siddharta Gautama, ovvero il Buddha della nostra era secondo il buddhismo. Non è possibile, chi professa il buddhismo deve per forza sbagliare, oppure sbaglio io. E questo non lo posso ammettere, perché se lo ammettessi, non avrei fede.

Ora, direte voi, a me cosa cambia se l’altro sbaglia?

Cambia perché fin tanto che ci saranno coloro che diffondono una falsa fede, l’umanità non potrà essere liberata, non potremo reincontrare Dio e non saremo liberi, felici, nella pienezza della fusione con Dio stesso. Fintanto che rimarranno un solo ateo o un solo miscredente, non saremo salvati nemmeno noi, perché continuerà la lotta fra bene e male, verità e falsità.

Ecco allora che il credente non può in alcun modo tollerare chi ha una fede diversa dalla sua, per definizione. L’ateo può. Se il credente non gli rompe le scatole, all’ateo cambia poco se altri credono in qualcosa che per lui è superstizione. Non c’è per l’ateo un Dio con cui incontrarsi, non esiste una via per la salvezza, esiste solo un rapporto con questo mondo materiale, un rapporto a tempo determinato, che durerà qualche decina d’anni se va bene, poi il nulla. Allora si, l’ateo può permettersi di tollerare chi ha una fede religiosa, sorridere della sua “superstizione” e tirare avanti, fermo restando che anche l’ateo ha una morale e un’etica che ne deriva.

Se “avere fede” significa partecipare a riti particolari, andare in un tempio particolare, rispettare certe norme di comportamento che non ledono le libertà altrui, allora forse è possibile la tolleranza. Ma avere fede non è questo. Quella è la manifestazione esteriore della fede, la forma attraverso cui la morale dettata dalla fede diviene etica, comportamento. Non è possibile per il fedele limitarsi a pregare a modo suo e lasciare che gli altri continuino a farlo a modo loro.

Chi è credente, chi è religioso, per forza deve sostenere la sua fede sia in senso positivo che come contrapposizione alla fede errata altrui.

Il che è un bel problemaccio per il processo del così detto “ecumenismo”.

Penso di dovere manifestare un’intolleranza pacifica. Non userò la violenza o metodi coercitivi per convincere altri della giustezza della mia fede in contrasto con la loro, non userò i metodi dell’inquisizione, ma non posso in alcun modo tacere e permettere agli altri di predicare in errore di fronte a me, senza tentare nel modo più educato e pacifico possibile di spiegare loro quale sia la verità in base alla mia fede.

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