Olio d’oliva

C’è un grido d’allarme per la decisione UE di permettere l’importazione “senza dazio” di un contingente di olio d’oliva dalla Tunisia

olea

Dato che l’olio d’oliva è uno dei tesori alimentari dell’Italia che più apprezzo (alla pari di vino e formaggio) mi sono documentato, cosa che non fa mai male.

Sul sito della Commissione Europea leggo (leggi qui) che è stato autorizzato un ulteriore contingente annuale di 35.000 tonnellate di olio d’oliva tunisino per l’entrata in EU senza dazio. Ulteriore perché esiste già un accordo che consente ai produttori tunisini di esportare senza dazio nella UE 56.700 tonnellate di olio d’oliva. Questi contingenti sono annuali. Quindi al momento i tunisini hanno a disposizione 56.000 tonnellate “franche” verso la UE, appena esaurite quelle si aggiungeranno altre 35.000 tonnellate.

A questo punto i produttori di olio italiani si incazzano, perché l’olio tunisino ha un costo di produzione minore, dovuto al fatto che la vita in Tunisia costa meno, che le retribuzioni sono più basse e anche al fatto che le regole per produrre quell’olio sono diverse. La Tunisia in realtà non deve rispettare le regole europee per produrre olio con pratiche che tutelano la salute dei consumatori e l’ambiente. Il che abbassa i costi di produzione.

Allora ho cercato di capire perché ci abbiano giocato questo brutto scherzo. Ho scoperto, leggendo il comunicato stampa della Commissione Europea (leggi qui), fra cui compaiono queste righe:

Nel commentare la proposta, l’Alta rappresentante/Vicepresidente Federica Mogherini ha dichiarato:

“Circostanze eccezionali richiedono misure eccezionali. La proposta odierna è un segnale forte della solidarietà dell’UE con la Tunisia, e fa seguito all’impegno che ho assunto lo scorso luglio nei confronti del primo ministro Essid e del ministro degli Affari esteri Baccouche. In questo periodo difficile la Tunisia può contare sul sostegno dell’UE.”

Le motivazioni rimangono fumose, perché non si capisce cosa ce ne freghi a noi della Tunisia e della sua crisi, quando la crisi c’è anche qua e nel campo oleario c’è stato un 2014 terribile, con perdite di produzione dal 20% al 80%, addirittura aziende che non hanno raccolto perché l’oliva faceva schifo, causa pioggia e mosca olearia.

Leggo oltre e trovo:

Il Commissario per l’Agricoltura e lo sviluppo rurale, Phil Hogan, e la Commissaria per il Commercio, Cecilia Malmström, hanno aggiunto:

“Questa iniziativa è il risultato dell’impegno assunto dall’UE per aiutare l’economia tunisina dopo i recenti eventi drammatici. È uno sforzo concreto a favore di uno dei settori economici più importanti del paese e mira a creare più posti di lavoro per i cittadini tunisini.”

Capisco, stiamo parlando della questione terrorismo. Un popolo che sta male economicamente è più portato alla violenza, un popolo pasciuto è pacifico. Guardate cosa succede in Giordania, dove i dollari tengono calma una polveriera nella zona più calda del Vicino Oriente.

In ogni caso, i Commissari Hogan e Malmström non sembrano originari di paesi con una vocazione olearia, a pensare male talvolta si scoprono mezze verità.

Ma non mi sono fermato qui, perché a questo punto voglio capire quale sia l’impatto della misura sulla nostra economia, sulle aziende italiane che fanno olio.

Ho scoperto un articolo dove si dice che in Italia il consumo totale di olio d’oliva è pari a 650.000 tonnellate all’anno. Altre stime che ho trovato parlano di 700.000 tonnellate. Qual’è la produzione italiana di olio?

Ho visitato il sito del Consorzio Olivicolo Italiano, dove trovo una stima di produzione per l’annata 2015/16 pari a circa 299.000 tonnellate (leggi qui). Dunque, l’Italia produrrebbe da sola quest’anno il 46% dell’olio che verrà consumato dagli italiani. Il 54% dell’olio consumato in Italia dovrà essere necessariamente importato.

Questo dato, grezzo e da discutere finché volete, accende una riflessione. Se l’Italia deve comunque importare olio, l’entrata in EU di 92.000 tonnellate di olio tunisino senza dazio, toglierà mercato a quello italiano? Eccellente domanda.

Non lo so, così di primo acchito potrei pensare di no, semplicemente perché la domanda interna è già molto superiore all’offerta, quindi portare in casa ancora un po’ di olio non saturerebbe il mercato. Il problema però è più complesso, ovvero ci sono alcune domande:

– la produzione olearia italiana è al massimo o incrementabile?
– se è incrementabile, non viene incrementata a causa della concorrenza di spagnoli, greci e nordafricani o per altri motivi?
– se sono altri motivi, questi sono di ordine agronomico, economico, politico o culturale?
– la qualità dell’olio italiano è superiore a quella dell’olio tunisino?

Riguardo all’ultimo punto devo dire che c’è da fare una riflessione ulteriore. In Italia si fa olio (poco dicono i numeri rispetto alla domanda), ma non è tutto olio buono. Per i politici e i rappresentanti di categoria l’olio italiano deve essere “tutto buono”, ma io da appassionato vi posso dire che l’Italia produce dell’olio che pagherei a 20 €/l senza fiatare, mentre altro olio non lo pagherei nemmeno 3 €/l, se lo tengano!

E’ un po’ come la questione del vino. Il vino in tetrapack non lo vorrei se non quando uso il bianco per farlo sfumare cucinando il pesce. Il motivo non è tanto che non sia capace di comprendere l’eccellenza di un bianco del Collio anche nella cucina del pesce, ma semplicemente dipende dal fatto che a me il bianco non piace e quindi poco mi interessa di avere buoni bianchi a disposizione. Mia moglie invece è una cultrice del vino e quindi ha la capacità di comprendere le differenze abissali fra vino e vino. In ogni caso, i produttori di vino da tetrapack non stanno togliendo mercato ai produttori del Collio, o del Chianti.

Il problema dell’olio tunisino potrebbe riguardare chi fa olio di bassa qualità e lo vende a un prezzo troppo alto rispetto al suo valore. Per quanto riguarda l’Italia, credo che sarebbe molto intelligente e furbo lavorare per produrre più olio di media ed elevata qualità, vendibile a prezzi ragionevoli. Ragionevole non vuole dire “basso”, vuole dire a un prezzo che sia corrispondente al valore del bene, non eccessivo, ma nemmeno ribassato. Vendiamo l’oro al prezzo dell’oro e l’ottone al prezzo dell’ottone.

Insomma, mi sono informato e ho più domande di prima, ma anche diversi buoni spunti di riflessione. Avrei fatto meglio a sbraitare contro la Commissione Europea senza stare tanto a pensare, come fanno quasi tutti gli altri?

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