Il grande flop

… della democrazia

Ieri si è svolto un referendum abrogativo, strumento previsto dalla Costituzione della Repubblica, a cui non ha partecipato il numero minimo di votanti necessario per convalidare i risultati. E’ mancato il raggiungimento del così detto quorum del 50% + 1 votanti.

Non mi interessa parlare della materia su cui si votava, perché in questo momento la trovo indifferente, ma del fatto che alle urne si sia recato il 32,15% degli aventi diritto. Significa che poco meno di 1/3 dei cittadini italiani maggiorenni ha ritenuto utile esprimere la propria volontà. Mi interessa molto il fatto che ci sia stata una blanda campagna pre-referendaria con due posizioni che vedevano i promotori e sostenitori spingere per il si, la parte avversa spingere per l’astensione.
Il Presidente del Consiglio dei Ministri ha chiaramente invitato a non andare a votare, cosa che ha fatto anche il partito di cui è segretario, il Partito Democratico. Oggi lo stesso Presidente del Consiglio dei Ministri rilascia dichiarazioni di soddisfazione.

Leggo quanto è avvenuto in una chiave critica, intesa nel senso letterale della critica, ovvero un’analisi e non una diffamazione.
Innanzitutto partiamo da una bacchettata sulle dita di Matteo Renzi, perché una figura istituzionale come il Presidente del Consiglio dei Ministri, per quanto abbia il diritto di avere delle idee proprie, non può invitare i cittadini a rifiutare l’uso di uno strumento democratico previsto dalla Costituzione. Al posto suo io non lo avrei fatto e non ho per nulla apprezzato la sua azione.

Badate, io a questo referendum non avrei voluto votare, ma ci sono andato e ho votato come ho potuto. Le mie motivazioni sono di ordine tecnico politico: non ho capito ancora quali sarebbero state le conseguenze dell’abrogazione di quel capoverso di quel comma di quell’art. 6 del D.lgs. 152/2006. Non l’ho capito perché i sostenitori del “si” non sono stati capaci di fare altro che infilare una serie di slogan e informazioni confuse, spesso contraddittorie, non voglio dire che fossero false, ma il tutto era molto fumoso. Non ci ho capito nulla. Voi direte: sei un ignorante caprone, se non hai capito sono affari tuoi.

Il problema è questo, sarò un caprone, ma nella vita faccio il biologo ambientale, quel 152/06 è il mio pane quotidiano, non mi sono mai occupato di pozzi di gas e petrolio, ma mi occupo di valutazione di impatto ambientale, di monitoraggio ambientale, di autorizzazioni conseguenti, di concessioni e progetti, ogni santo giorno. Quindi per me è normale valutare gli effetti di una norma o di un progetto. Ebbene, non ci ho capito nulla. Per questo avrei voluto scrivere una lettera a tutti i promotori del referendum dicendo loro che stavano sbagliando nella comunicazione.

Prutroppo questo referendum ha segnato una decisa sconfitta del regime democratico. So di attirarmi le ire della parte sinistra del quadro politico, ma per me è più grave un referendum semideserto che una raffica di manganellate al G8.

I motivi per cui è andata così male risiedono in una serie di motivazioni. La prima, ribadisco il mio pensiero, è che gran parte degli italiani non hanno capito quali fossero le conseguenze pratiche del si o del no. Ho parlato con molte persone per nulla stupide e disinformate, ma tutti avevano gli stessi dubbi.

Un ulteriore motivo è la disaffezione italiana per gli strumenti democratici. Abbiamo la netta sensazione che qualunque cosa si faccia, si sbagli. Non si ottenga il risultato voluto. Ma qual’è il risultato voluto? Nella lenta degenerazione della democrazia il risultato è divenuto “riempire la propria pancia”, fregandosene del resto del paese.

Per quanto riguarda i referendum, la loro popolarità è scemata nel tempo. Dopo le gloriose battaglie su aborto e divorzio, ci siamo trovati a esprimere la volontà del popolo sovrano sugli argomenti più disparati, talvolta marginali. Evidentemente è troppo facile riuscire a promuovere un referendum, dato che i temi importanti non mancano per nulla!

In Italia si legifera a suon di decreti, di leggi delega, di mozioni di fiducia. Quest’ultimo meccanismo in particolare è divenuto un modo semplice ed efficace per annullare il potere del Parlamento, usato con disinvoltura a destra e sinistra. Basta parlare di fiducia per mettere sul tavolo non una norma, ma la sopravvivenza del Governo, ovvero quella della legislatura. Un Governo sfiduciato salta e non è detto che il Presidente della Repubblica non sciolga le Camere, costringendo tutti gli eletti a rimettersi in gioco anzitempo.

Sarebbe un po’ come se veniste licenziati e riassunti ogni due o tre anni, o se la vostra concessione di estrazione di gas durasse meno della vita del giacimento. Il futuro incerto non piace a nessuno.

Gli italiani si sono stancati, pur essendo coloro che eleggono i parlamentari, pur essendo questi parlamentari null’altro che un estratto del popolo stesso, gli italiani si sono stufati. E se ne tirano fuori. Dato che il gioco sembra essere comunque con un finale già scritto, dove poteri forti spesso chiamati in causa ma mai chiaramente individuati influenzano le scelte legislative e di governo, il singolo cittadino come me si preoccupa più che altro di salvaguardare sé stesso, la pagnotta per la famiglia e magari cavarci qualche decina di Euro in più per perettersi lo smartphone ultimo modello senza fare finanziamenti a 10 anni per un oggetto che ha una vita probabile di due.

Questo referendum è stato decisamente un flop per la democrazia, un sintomo della mancanza di voglia di vera democrazia collettiva e partecipativa. In sostanza, quello che stiamo osservando potrebbe essere un processo di dissoluzione del sistema e degli ideali che avevano ispirato la fondazione della Repubblica stessa. I miei nonni ne sarebbero alquanto dispiaciuti.

PS: il fatto di leggere le parole “ideali” e “Repubblica” nella stessa frase continua a commuovermi. Purtroppo temo di essere uno dei pochi rimasti.

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