Dopo il terremoto

L’Orcolat ha ballato di nuovo, ora c’è da fare.

La terra ha tremato ancora. Lo fa continuamente nella parte centrale della penisola italiana e qui all’estremità orientale delle Alpi. Come lo fa lungo il Pacific Rim e in altre zone del pianeta. Ma non ci si abitua.

Quando la terra tremò in Friuli non avevo nemmeno compiuto cinque anni, ma il primo ricordo nitido della mia vita è stato quel minuto in cui nulla sembrava essere “a posto”.

Ero troppo piccolo per capire la scossa, ma la ricostruzione durò una decina di anni e quando i paesi erano tornati quasi uguali a prima, avevo circa quindici anni.
Poi fu l’Irpinia e la Lucania. E ancora la terra tremò tante volte qui in Friuli, senza fare danni. Tremò anche in Slovenia, nella valle dell’Isonzo, dietro le colline che vedo dalla finestra dai casa. Poi Umbria, Molise, Abruzzo, Emilia. Il 10 agosto scorso una scossa da 3,1 in Carnia. Robetta.

In Friuli, terra di terremoti, è l’Orcolat a fare tremare la terra. Un essere gigantesco che si muove, salta, balla. E quando lo fa è talmente grande che la terra trema. In Italia centrale ha colpito duro l’Orcolat. I numeri non saranno forse quelli del Friuli o dell’Irpinia, perché la zona colpita è piccola e la popolazione non numerosa, ma da quello che si vede il colpo è duro. Il rapporto fra numero di persone nell’area e persone ferite, sotto le macerie, decedute probabilmente è quello dei grandi eventi. È quello che conta.

Non si fanno classifiche in termini di centinaia di morti, migliaia, o decine. Una vittima è già troppo. Una casa crollata è già troppo. Una famiglia sfollata è già troppo. Non c’è un minimo. Forse la vivo ancora troppo emotivamente, non mi è mai uscito dal corpo quel tremore del maggio 1976 e poi del settembre successivo.

Ora l’importante è il dopo, perché il terremoto dura pochissimo. Tutto va in rovina in un minuto, o meno a volte. Le case sono costruite per sopportare il loro peso, quello della neve, al limite la pressione del vento. Ma le case di solito non sono fatte per essere sbatacchiata a destra e sinistra, si aprono come la cartina delle caramelle.

Ma sono case. La casa non è un edificio qualunque, è il luogo dove vive una famiglia. È la sede del focolare. Per i friulani è stato importante tornare nelle proprie case, la cjase è sacra. Lo è anche per gli altri, lo è certamente per questa gente che sta bivaccando.

Ho appena visto alla televisione la gente di una minuscola frazione che si rifiuta di raggiungere il campo, rimane al paese, arrangiandosi. Chiedono di non allontanarsi. È una cosa che capisco, eccome che lo capisco, farei lo stesso. La logica dice no, bisogna andare nei centri organizzati, perché questo migliora l’efficienza, rende più facile l’opera dei soccorritori.
Ma andarsene significa accettare che la loro casa è distrutta, che tutti i loro averi sono perduti, per sempre, perché la terra ha tremato. Sono persone, non macchine, il calcolo è una cosa, il cuore un’altra.

Bisogna ricostruire le case dove erano fino a un attimo prima della scossa principale. Bisogna restituire la vita anche alla più piccola frazione.

Alla televisione il Sindaco di Amatrice ha detto che desidera per la sua terra una ricostruzione come quella friulana, com’era e dov’era, per la necessità di identità e appartenenza. Fondamentale, in un’Italia fatta di piccole comunità.

Lo sappiamo, noi friulani, che questo sarà possibile a patto che la responsabilità venga lasciata alla popolazione locale, ai loro Sindaci, che sono cittadini di quei paesi, non ministri che vengono da città, grandi e lontane. Bisogna dare ai Sindaci gli strumenti per ricostruire, soldi, regole.

Certo c’è il tema del controllo, perché in Italia qualunque rivolo di denaro si muova attrae i parassiti. La criminalità organizzata e imprenditori cinici staranno già facendo i calcoli di quanto possano guadagnare. Qui in Friuli la criminalità non arrivò, era troppo fuori zona allora, e il meccanismo di responsabilità dei Comuni fece sì che ci fosse un reale controllo da parte della gente, di chi aveva interesse a ricostruire, non ad arricchire gente di fuori.

Venne molta gente “di fuori”. Prima di tutto ad aiutare, a scavare fra le macerie c’erano migliaia di ragazzi italiani e di altri paesi, soldati delle nostre caserme e soldati della NATO. Poi vennero imprese, progettisti, tutta gente, che ci guadagnò come noi, come si guadagna col lavoro. Io sono cresciuto con quei soldi, sono figlio di un architetto, ho mangiato, studiato e vissuto grazie alla ricostruzione. Proprio per questo quando c’è una scossa la prima cosa che penso è a come sdebitarmi. Perché le nostre case, i nestris fogolârs sono stati ricostruiti con una marea di denaro e di lavoro che è arrivato in gran parte dai talians, da “quelli di fuori”. I nostri padri sono stati bravi, veloci, onesti e hanno ricostruito rapidamente e bene, ma lo hanno fatto grazie a loro, a “quelli di fuori”. E oggi “quelli di fuori” sono stati colpiti. Io sento il bisogno di fare qualcosa.

Finora non ho potuto fare nulla di più che inviare un paio di sms per contribuire ai fondi della Protezione Civile. 4 Euro non sono nulla, per me, ma moltiplicati per milioni di italiani sono qualcosa. Per il resto, non credo che avrò il privilegio di potere ricambiare la solidarietà che “quelli di fuori” ebbero per i friulani.

Importante ricostruire il più possibile come prima. Sappiamo conservare la forma esteriore delle case e renderle strutturalmente antisismiche, i progettisti italiani e le imprese edili lo sanno fare molto bene. Credo che qua ci siano competenze pari o appena inferiori a quelle dei giapponesi, i maestri della convivenza col terremoto.
Quello che c’è da fare è prevenzione, perché il terremoto dell’Italia Centrale ora è da gestire, ma quelli del futuro arriveranno quando meno ce l’aspettiamo. La previsione non è possibile. Anche un cretino saprebbe dire che “verrà un terremoto”. È ovvio, la terra si muove tanto in Italia e al margine della Alpi. Ma quando e dove? Non si sa e non si può sapere.
Certo, fa impressione pensare che non sia prevedibile, ma se è difficile prevedere un’alluvione, azzeccandoci di solito solo poche ore prima che accada, per i terremoti la capacità di previsione è nulla. Chiunque sostenga il contrario sta inventando una frottola per tentare di guadagnarci qualcosa. L’Orcolat balla quando ne ha voglia e dove ha voglia, a noi resta solo una cosa da fare: essere preparati.

In Italia ci sono frane, terremoti, incendi, alluvioni in continuazione. La popolazione dovrebbe essere addestrata. I volontari della Protezione Civile sono tanti, e sono utilissimi quando il problema si è già manifestato, ma tutti gli altri, le potenziali vittime, devono essere informate e formate.

Lavorare per rendere più sicuri gli edifici, per risolvere le criticità sul territorio, ridurne la rigidità, e lavorare per preparare ogni cittadino a reagire correttamente a un evento catastrofico naturale o umano che sia. Questo potrebbe fare in modo che i costi, in termini di vite umane innanzi tutto, diminuiscano in futuro, mentre sappiamo che i terremoti non diminuiranno di numero ancora per un bel pezzo, probabilmente per ben più di un milione di anni.

La Terra ha ritmi lenti, ma quando accelera sono guai. Prepariamoci.

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