Trema

Ritorno all’infanzia

30 ottobre 2016, ore 07:40, sono fra sonno e veglia in una tenda, a Lettomanoppello in Abruzzo. Il tempo necessario perché l’onda sismica si diffonda e inizio a sentire un forte rumore di tavole di legno che battono l’una contro l’altra, poi il mio corpo con tutto il sacco a pelo inizia a spostarsi a destra e sinistra sopra il materassino. Il tintinnio di recinzioni e cancelli. Non dura tanto, ma quello che basta.

Mentre vengo sballottato dalla terra automaticamente inizio a ripensare a ciò che ci circonda: nulla può crollarci addosso. E poi non mi sembra forte. Sono già in tenda, nessun problema. Ughetta sembra tranquilla. Non mi stupisco nemmeno della freddezza dei ragionamenti che faccio mentre tutto si muove, il terremoto è qualcosa che fa parte di noi friulani, almeno di quelli di una certa età. Vociare attorno, tutti (o quasi) hanno percepito la botta, che ha sconvolto ancora una volta quella zona d’Italia centrale fra Umbria e Marche, dove la tettonica sembra piuttosto attiva di recente. Per gli amici sardi è una brutta novità, loro vengono da una terra apparentemente “immobile”.

Torno indietro di 40 anni e ricordo quell’interminabile scossa delle nove di sera (6.4 o 6.5 Richter a seconda delle stime) in Friuli.

Oggi compio 45 anni, il mio primo ricordo nitido disale alle 21:02 del 6 maggio 1976, quando l’Orcolat fece tremare la terra.

Non ho sentito il rumore di crolli attorno a noi, inoltre siamo al raduno speleo, c’è mezzo Soccorso qua, non è il caso di schizzare fuori a vedere se c’è qualcosa da fare subito. Se c’è emergenza reagiremo con ordine, se necessario, anche noi comuni mortali.

Poi le notizia arrivano presto, pure troppo, del genere concitato della prima ora. “Epicentro a Norcia”, dicono. Merda, è vicino a Terni e Narni, e penso ad Andrea che è qua, mentre la famiglia e la casa sono là in Umbria a un tiro di sasso dall’epicentro.

“Castelluccio rasa al suolo”, arriva poco dopo. Che cosa terribile. La mente vaga verso le immagini idilliache del borgo di Castelluccio e la sua splendida piana coperta di fiori. Avevo programmato di andarci l’estate scorsa, per fare foto durante la fioritura. Ora non potrò più inserire il borgo nelle mie foto. Che disastro, un luogo magico distrutto così. Si, ma sono case, c’è gente, non è mica un quadro!

Poi freno l’emozione e ricordo quella immensa distesa bianca, fatta di macerie, che vidi dal finestrino dell’auto 40 anni fa. L’unica immagine che ho di Gemona prima che aprissero i cantieri. Ero piccolo, troppo piccolo. Penso a come vidi ridotta Venzone, la città medievale, le sue mura, il duomo distrutto. Venzone, l’orgoglio di noi friulani, il duomo ricostruito pietra su pietra identico a prima del 1976.

Si sa fare, si può fare, bisogna solo deciderlo, volerlo, permetterlo. Certo nel 1976 a occuparsi della nostra terra furono quei politici democristiani (oggi troppo vituperati) che sapevano come ricostruire un paese dalla guerra e dal terremoto, con tanti difetti, ma con successo. Oggi vedo tanti che desiderano apparire, dichiarazioni immediata a voce alta, proclami frettolosi.

Bisogna ricostruire, come e dove era, il più grande patrimonio d’Italia. Quell’insieme di piccoli centri distribuiti fra i monti, ciascuno dei quali è di per sé un gioiello, un’opera d’arte anche se nato in modo spontaneo attraverso secoli di edificazioni disordinate. Proprio ciò che genera un mosaico bellissimo e unico al mondo.

Gestire piccoli centri dispersi è difficile. Avere 15 – 20 terremotati qua e altri 50 a chilometri di distanza, con strade danneggiate o interrotte, è difficilissimo. L’inverno è alle porte, questa è la grande sfortuna nella tragedia. Ma capisco chi non accetta di andarsene. Il pericolo di essere inurbati è forte, e l’abbandono è dietro l’angolo. I borghi d’Italia sono belli anche perché sono luoghi abitati, non cartoline, non ammassi di B&B per i turisti d’estate e desolazione d’inverno.

Bisogna pensarci. Bisogna conservare sia il tessuto architettonico che quello sociale dell’Italia così com’è.

Mi sento piccolo e inutile, mentre l’Orcolat è sempre grande e ha voglia di ballare.

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