Il desiderio di infinito

vita di Giusto Gervasutti
E. Camanni, 2017. Il desiderio di infinito. Laterza
Ho appena terminato di leggere questo libro scritto da Enrico Camanni ed edito da Laterza. Pur appassionato di montagna e di storia, non mi sono mai considerato uno storico dell’alpinismo e pur essendo nato a 30 chilometri da Cervignano, non sapevo quasi nulla di Giusto Gervasutti.
Ne avevo letto nel saggio storico di Motti, pagine che trovai sognanti e idealistiche, un po’ troppo romantiche per i miei gusti e in definitiva leggermente fastidiose per il mio carattere. Mi avevano detto tutto sommato poco, mentre il lavoro di Camanni è illuminante e l’ho divorato rapidamente, nonostante una lettura meticolosa.

Camanni lo chiama “il friulano”, mentre per me è “torinese”. Dopo avere letto il libro, scritto in modo piacevole, ho imparato molto e comprendo meglio. Per me è “torinese” perché non fa parte di quel mondo di alpinisti che sento familiare. Mio padre non me ne ha mai parlato, forse perché mio nonno Antonino, alpinista attivo negli anni 30 e poco più vecchio di Gervasutti, non aveva mai avuto rapporti con lui. Gervasutti era un alpinista occidentale, non entrava nell’orbita dei friulani come Castiglioni, Cassin, Comici solo per citare i più noti.

Intuisco che la storia e la figura di Gervasutti è complessa, come quella di ogni essere umano, ma ancora più complicata perché sembrano esserci due vite parallele e distinte. Forse solo un’illusione determinata dalla scarsità di dati su una delle due vite. Gervasutti nacque e crebbe in Friuli, acquisendo una mentalità e un atteggiamento verso la vita che è profondamente friulano, intendo nel senso “tradizionale”, quello che oggi difficilmente si rintraccerebbe in un giovane coetaneo di Gervasutti che si trasferisse oggi in Piemonte.

Gervasutti scoprì le montagne immense, le Alpi Occidentali, e sentì che il suo desiderio non poteva essere ridotto alle Dolomiti. Non si legge il disprezzo dei colletti inamidati verso i “paracarri” dolomitici, ma è chiaro che una parete immensa di granito che si erge sopra ghiacciai scintillanti è cosa ben diversa da un’arditissima croda dolomitica al cui piede pascolano placidamente vacche e greggi. Lo capisco benissimo.

Il Gervasutti che ho scoperto attraverso l’opera di Camanni è moderno, non solo nelle ascensioni, ma anche nel suo intendere l’alpinismo come uno sport che richiede dedizione e allenamento, mentre molti suoi contemporanei erano meno rigorosi e si allenavano in modo sconclusionato per i nostri canoni. Lui no, programmava, sapeva che percorrere quelle linee immaginate e desiderate su dislivelli pazzeschi e difficoltà spesso poco oltre il limite degli altri esseri umani, richiede preparazione.
Solo a Torino e sulle Occidentali avrebbe potuto trovare il substrato alpinistico per le sue imprese, solo la sua mentalità friulana poteva permettergli di concepire una vita e un alpinismo in quel modo, anche se a volte ci appare lasciare la concretezza dei nostri avi a favore dell’eleganza, cosa che in qualche modo lo differenzia da Riccardo Cassin, nato a sua volta in Friuli di là da l’Aghe (a Ovest del Tagliamento). Purtroppo per noi, la mentalità friulana portò Gervasutti a essere riservato, a separare ciò che poteva e doveva essere pubblico (alpinismo) da ciò che era privato, la sua vita ai piedi delle pareti. Ecco che forse lo storico Camanni si trova in difficoltà a delineare i contorni della persona e ad evitare di fotografare solo il personaggio. Ma Camanni è molto attento e, anche se immagino che come molti piemontesi possa essere tentato di mitizzare il nume tutelare degli alpinisti subalpini, si fa strada nella storia di Gervasutti come questi fece sulla Est delle Grandes Jorasses. A dire il vero credo che le Grandes Jorasses siano più semplici da affrontare rispetto a una biografia di Gervasutti.
Devo dire che da friulano non ho incontrato difficoltà nel leggere l’ottimo saggio di Camanni, perché essendo “vecchio dentro”, friulano fino all’osso, amante della montagna e innamorato dell’immensità del Mont Blanc fin dalla tenera età, percepisco qualcosa che al piemontese sfugge per forza, ma che non so spiegare, forse perché è il privato, quel privato di cui Gervasutti non ha voluto lasciarci traccia scritta.

Ironia, la prima volta che ho arrampicato in vita mia è stato in Val Ferret su un masso di granito. Sfortunatamente non sono diventato mai un alpinista.

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