Un quarto di secolo ti dà da pensare

Una delle battute più celebri di Marilyn Monroe nel film “A qualcuno piace caldo”. Ma in questo caso non ho pensieri leggeri di gioventù. Sono passati 25 anni, un quarto di secolo, dall’assassinio del dottor Paolo Borsellino. Poche settimane in più da quello del dottor Giovanni Falcone. E dal massacro di chi era con loro.

Ieri abbiamo tutti ascoltato alla televisione le dichiarazioni imbarazzanti, a volte imbarazzate, di chi ancora oggi parla di necessità di giustizia, di verità, di unità nella lotta alla mafia. Sono dichiarazioni dovute, di protocollo, ma forse imbarazzanti per chi rappresenta uno Stato che dopo 25 anni continua a brancolare nel buio, o nella penombra, incapace di delineare in modo chiaro i contorni di una vicenda che, nonostante la sua esplosiva manifestazione, è ancora piena di misteri.

Si, perché continuiamo a grattarci la schiena l’un l’altro e a volte a dirci “bravo” da soli. Ma che dopo 25 anni ci siano ancora delle incertezze e dei misteri sulla morte dei due più importanti magistrati antimafia di inizio anni ’90, non è più uno scalndalo, è una triste constatazione.

Siamo stati riempiti per un quarto di secolo da queste parole di circostanza, mentre si susseguivano giunte comunali, regionali e governi sospettati di influenze da parte della criminalità organizzata. Sono stati fatti arresti a centinaia, sequestri per miliardi (di Euro), processi a non finire, manifestazioni e monumenti, ma la mafia è sempre lì.

La mafia continua a esistere e noi siamo qui a discutere se sia il caso di concedere l’ospedale a Salvatore Riina o meno, dividendoci addirittura sull’argomento. Riina per i suoi è un eroe, lo abbiamo capito? E’ uno di quelli che non si pente, non collabora, non è correggibile, non è rieducabile. Centinaia sono come lui e traggono forza dal suo esempio, molto più della forza che noi traiamo dall’esempio di coloro che sono morti per combattere questa guerra dalla “nostra” parte. Dalla parte di quei cittadini che la mafia non la conoscono e la rifiutano, o ci vivono in mezzo ma non la vogliono. Dico cittadini, non Stato, perché per troppi di noi lo “stato” è qualcosa di terzo, esterno, un cattivo repressore succhiatore di tasse, ma non è “noi”.

Questo forse è uno dei motivi per cui, a un quarto di secolo, siamo ancora qui a ricordare Falcone e Borsellino con l’amaro in bocca, l’amaro dettato dalla orribile sensazione che questa guerra non solo non sia vinta, ma non possa nemmeno essere vinta.

In tempi di polemiche sui vaccini mi sovviene un paragone irriverente. La mafia è una malattia, che affligge molte comunità. Ma ogni malattia può essere sconfitta se c’è un buon sistema immunitario, meglio se aiutato da un po’ di robusti farmaci. Noi forse abbiamo continuato a usare i farmaci su un malato il cui sistema immunitario è compromesso. Forse abbiamo cercato di intervenire dall’esterno, con la forza della polizia e della magistratura, creando leggi che suonano benissimo a Roma, ma aliene a Corleone, per tentare di guarire un malato il cui sistema immunitario non riconosce il male.

Non capisco nulla di investigazione e di tecnica giudiziaria, ma l’impressione che ho avuto in questi anni è stata che Falcone e Borsellino operassero come i moderni farmaci che rafforzano il sistema immunitario. Non ragionavano da “funzionari piemontesi”, ma da siciliani. Capivano e cercavano di capire chi avevano di fronte, agivano in modo da colpire la mafia anche mettendo in moto meccanismi proprie della comunità in cui vivevano. Per questo erano terribilmente pericolosi per la mafia e dovevano essere eliminati.

Un quarto di secolo ti dà da pensare.

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