Fine anno 2017, non è tempo di bilanci

Credo dovrebbe essere più che altro tempo di progetti, anche se qualunque progetto si basa su uno stato di fatto.

Se devo riconoscere per forza la mezzanotte fra il 31 dicembre 2017 e il 1 gennaio 2018 come uno spartiacque, il mio “buon proposito” per l’anno nuovo è sicuramente questo: fare cose difficili.

Il 2017 per me è stato un anno difficile, non per scelta. Sicuramente uno degli anni più difficili dei 46 che ho vissuto finora. E’ banale dirlo, ma ovviamente l’evento che ha segnato di più questo anno è stata la morte di mio padre, o meglio la malattia che si è conclusa con la sua morte. E’ stato un periodo fortunatamente breve (meno di sei mesi) ma in qualche modo esaltante. Ho sempre riconosciuto in mio padre una forza fisica, morale e d’animo non comuni, ma sono rimasto comunque stupito quando, proprio dove molti altri si sciolgono di fronte alla paura della morte, lui ha reagito coerentemente con il suo modo di essere.

La morte è un attimo, un punto nello spazio. Esistono un prima e un dopo, ma il morire è un istante. Non so esattamente quando collocare quel punto fra le 12:43 e le 12:45 del 13 settembre 2017. So che in questo intervallo, mentre io cronometravo il tempo che intercorreva fra un respiro e l’altro, il cuore ha cessato di battere. Ma mio padre aveva un’idea, che ha lasciato espressa in un breve scritto, secondo cui la vita di una persona termina nel momento in cui non può più scegliere e decidere per sé stessa. Quel momento per lui si colloca nelle 24 ore precedenti e quando mi ha salutato, la sera del 12 settembre, di fatto la sua vita era già terminata, la mente stava lasciando questo mondo e tutto sembrava confuso.

Mentre accompagnavo mio padre verso questo importante traguardo un amico stava percorrendo la stessa strada. Se n’è andato un mese e mezzo più tardi. Molto più giovane e con immense possibilità ancora davanti a sé. Questo è stato molto più difficile da accettare, tant’è che nell’incontrarci tutti nel reparto di oncologia dell’ospedale di Udine mi ha dato molto più dolore guardare Stefano, che mio padre.
Ma non era tutto, nello stesso momento un altro amico scopriva di avere una grave malattia e terminava il percorso di uno dei miei maestri. Il primo ad andarsene è stato proprio lui, Giovanni, lo Speleologo maiuscolo.

Questi eventi, il distacco da persone importanti, mi ha costretto a meditare molto. Per un certo tempo, durante la malattia di mio padre, ho pianto non per lui, ma per me stesso. Mio padre ha vissuto, veramente, coltivando i propri interessi e passioni, costruendo una famiglia, crescendo un figlio, esercitando una professione che amava infinitamente, respingendo ogni compromesso inaccettabile per la sua morale. Nel momento in cui ha esalato l’ultimo respiro, ho percepito la stessa sensazione che provo quando vedo un atleta tagliare il filo di lana, al traguardo di una maratona: successo!

Lo stato di fatto per me è che mi sono quasi ritirato. E’ come se mi stessero per portare al traguardo con l’ambulanza. Ovviamente ci arriverò, in quel posto, al giorno della mia morte, ma non da atleta. La sensazione che provo è di frustrazione, quella del maratoneta che si è ellenato tantissimo ma gli è partita una tendinite spaventosa al ventesimo chilometro, mentre era fra i primi dieci in testa alla corsa.

Esiste tuttavia una fondamentale differenza fra quel maratoneta sfortunato e me: io posso scegliere. Non si decide di avere una forte infiammazione ai tendini, ma si può decidere come vivere. La vita di una persona termina nel momento in cui non può più scegliere, concordo con mio padre, assolutamente.

Molti dicono di no, in sostanza, o meglio negano a sé stessi la possibilità di scelta, appiattendosi sul fatto che il mondo è fatto così e o ti adatti o crepi. Mio padre mi ha dimostrato che il mondo è fatto così, ma si può correre a modo proprio e arrivare al traguardo levando le braccia al cielo.

Sono circondato da persone che accettano compromessi per me inaccettabili, che nel nome del “devo portare a casa la minestra” o del “quieto vivere” si comportano in modi che per me sono errati. Io per lungo tempo non ho seguito l’esempio di mio padre e per qualche anno me ne sono persino vantato. Non sono mica ottuso come lui! Dicevo. Ma da molto tempo però la mia qualità della vita è peggiorata moltissimo, più o meno da sette o otto anni direi. Ovvero dal momento in cui per non essere “come mio padre” ho iniziato a guadagnarmi da vivere facendo un lavoro che non è il mio, non mi dà alcuna soddisfazione e spesso mi fa sentire persino in colpa verso il resto dell’umanità. Nello stesso tempo ho ridotto sempre più il tempo dedicato alle mie passioni, alla montagna, alla speleologia, alle immersioni, alla pesca, alla fotografia, persino alla lettura.

Il problema è che tutto questo mi ha reso progressivamente sempre più infelice, proprio nel momento in cui nella mia vita stava entrando la donna che ho sposato, ovvero quando tutto avrebbe dovuto diventare più difficile ma più bello.

Detto di me, voglio dirvi che non sono per nulla soddisfatto neppure di voi. In Italia e nel mondo le cose non vanno bene, non è una novità, ma a differenza di quanto accadeva in passato sento mancare la scintilla della speranza, quella che scaturisce da un’idea. Le ideologie sono morte, gridava soddisfatto qualcuno negli anni ’90. Come se l’ideologia fosse semplicemente la tomba del pensiero e della libertà individuale. Le idee non sono morte, ma sono divenute individuali.
Una società è per sua natura un sistema, in cui le parti interagiscono fra loro. Possono interagire in molti modi, al momento trovo che tutti noi siamo semplicemente in competizione. Il che è piuttosto bizzarro, se consideriamo che la nostra specie è caratterizzata dalla capacità di cooperazione fra individui, cosa che ci ha permesso con mezzi tutto sommato esigui di cambiare il mondo. Letteralmente, intendo cambiarlo morfologicamente.

In questo momento percepisco di essere infantile e circondato da altri immaturi quanto me. Ognuno di noi pensa a sé, al proprio punto di vista, al proprio tornaconto, senza mai considerare quanto questo modo di pensare e agire danneggi non solo gli altri a proprio vantaggio, ma in ultima analisi sé stessi.
Professionalmente sono a contatto con imprenditori, altri professionisti, amministratori e funzionari pubblici. Credetemi, ognuno di noi pensa e agisce per sé stesso per la maggior parte del tempo. Non per nulla in politica, o meglio nel concorso per essere eletti che chiamiamo oggi politica, dominano le personalità e l’egocentrismo. Guardate i leader degli schieramenti politici e vi renderete conto che, a parte il pronome Io e qualche Noi, che è più che altro plurale majestatis, non c’è nulla. L’idea manca, votami perché … in genere i candidati di oggi si limitano a indicare, sotto forma di slogan, dei temi. Per noi sono prioritari Lavoro, Famiglia, Sicurezza! Grazie, vorrei vedervi chiedere di essere eletti promettendo un’azione di governo basata su Vino, Figa e HardRock!
Va bene, come battuta è bellissimo dire che un governo così ci piacerebbe, più o meno esplicitamente, ma parlando di cose serie, non mi sembra un grande programma.

Personalmente, di fronte a queste dichiarazioni faccio delle domande:

  • Che obiettivi hai per Lavoro, Famiglia e Sicurezza?
  • Come intendi perseguire questi obiettivi, cosa vuoi fare?

Sono due splendide domande a cui tutti i politici dicono di dare risposte, ma non lo fanno. Leggete i loro programmi, vi esorto. Nella migliore delle ipotesi vi rendete conto che propongono soluzioni irrealistiche, come se non avessero bene in mente la situazione attuale e gli strumenti disponibili o da costruire. Le azioni politiche sono, in effetti, una sequenza di misure una tantum, che sembrano risolvere un problema ma ne aprono altri tre, generando spese insostenibili e spesso creando enormi problemi organizzativi, sia all’apparato pubblico che alle imprese.

In tutto questo prosperano i furbi. O meglio, coloro che usano la propria intelligenza per trovare il trucchetto che consenta loro di guadagnare da una situazione di disordine, incertezza e progressivo impoverimento. Quando una società scivola in questo modo, gli opportunisti hanno successo.
E’ straordinario osservare come questo accada anche in natura, o meglio negli ecosistemi. Dove l’uomo o eventi naturali rompono gli equilibri continuamente, dove un eco-sistema ha difficoltà a mantenere nel tempo struttura e relazioni, le specie opportuniste hanno grande successo. Esistono specie che hanno trovato il proprio spazio sulla Terra proprio grazie alla capacità di adattarsi a situazioni sfavorevoli di continuo disturbo e disordine. Pensate a quelle piante che prosperano al margine dell’alveo di un fiume, costrette a subire gli effetti periodici delle piene. Queste piante non riescono a competere in un ecosistema stabile, per cui non le troveremo altrove, mentre lì, nel luogo peggiore del mondo per una povera pianta, vincono.

Siamo sicuri di volere che le cose vadano così? Direi di no. Il problema risiede nell’abbandonare almeno in parte il punto di vista esclusivamente individuale. Se iniziassimo ad agire come società, tenendo conto degli altri, alla fine trarremmo enormi vantaggi. Di gran lunga superiori rispetto ai piccoli sacrifici che dovremmo fare per essere corretti verso gli altri e rinunciare all’individualismo.

Tutto molto difficile, quindi un buon progetto per il 2018.

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