Crolli

Il 14 agosto scorso abbiamo preso coscienza, in modo brusco, di qualcosa che tanto ovvio non è. Le strutture costruite dall’uomo non sono eterne, crollano, prima o poi.

In questo caso a crollare è stato un ponte autostradale, su cui stavano passando dei veicoli, e il crollo ha provocato morti e feriti, oltre ad avere scatenato una (attesa) folle corsa collettiva a dire per forza qualcosa e cercare qualcuno da impiccare.

Per questa volta non voglio occuparmi di politica, non mi interessa chi abbia garantito concessioni vantaggiose a una società o ad un’altra, non mi interessa chi governasse allora e chi governi oggi. Il punto interessante è un altro: ora che facciamo?

La prima cosa da fare secondo me è lasciare che ciascuno operi in base alle proprie capacità e competenze. Quindi saranno ingegneri civili esperti in strutture a studiare i resti del ponte per capire quali siano state le cause del crollo, non i biologi ambientali, non i politici di qualunque colore e indipendentemente dalla formazione che avevano prima di assumere un incarico, non consumatori di vino all’osteria dietro casa mia.

Abbiamo investito miliardi per creare e mantenere un sistema di istruzione e formazione professionale, usiamolo! Se per decidere cosa è successo al ponte progettato dall’ing. Morandi bastasse la mia opinione di incompetente, che quel ponte l’ho visto due volte passandoci sopra, a che cavolo servirebbe avere università dove si tengono corsi di Ingegneria civile?

Partiamo da qui: la maggior parte di noi non sa nulla di strutture, di calcestruzzo armato e calcestruzzo armato precompresso. Eeh? Ecco, appunto. Il termime “precompresso” lo ascolto da quando ho le orecchie, perché sono figlio di un architetto col pallino della scienza delle costruzioni (laurea vecchissima, prima del 68 gli architetti studiavano “scienza” come gli ingegneri, mica si limitavano al design). Ben, dovete sapere che i ponti moderni, e per moderni intendo anche quelli anni ’60, non sono mica fatti con una colata di cemento, un paio di ferri e bon. Eh no, potrei anche spiegarvi perché una roba del genere non starebbe su, su campate così lunghe, ma sono biologo e non ingegnere. Quindi quel poco che so me lo tengo per me e lascio agli ingegneri il compito di spiegarvelo.

Dopo il crollo è partita un’ondata di cazzate, dette e scritte, che rappresenta molto bene i nostri tempi. I politici con la necessità di spararla grossa hanno fatto la parte del leone, ma nemmeno noi cittadini qualunque ci siamo risparmiati.
Il grande amplificatore delle cazzate è FaceBook, come sempre. Roba che ti verrebbe voglia di oscurarlo per 24 ore ogni volta che succede qualcosa, ma dato che succede sempre qualcosa, sarebbe necessario reprimere in modo grave la libertà di espressione, cosa che a me non piace.

Una delle grandi cazzate, partorita da qualche mente eccelsa, è stata mettere a confronto una foto del ponte Morandi crollato con ponti romani antichi in piedi. E migliaia di boccaloni hanno abboccato, cliccando like e condividendo, senza pensare.

Cari boccaloni, la rete di opere pubbliche romane era enorme, sterminata. Ne rimangono poche decine di chilometri, fra cui questi ammirevoli resti rappresentati da ponti su cui passano acquedotti. Si, acquedotti. Avete letto bene. I ponti mostrati dagli intelligentissimi esperti in rete erano ponti acquedottistici.
Come si capisce? Ma dai, pensaci! I romani non erano scemi, mica costruivano ponti altissimi a campate sovrapposte per fare attraversare alle strade degli avvallamenti. Non lo facevamo nemmeno noi fino a qualche decennio fa. E sai perché? Perché costa, ci sono dei problemi tecnici enormi e soprattutto una strada può scendere da una parte, attraversare un ponte non grande e risalire dall’altra. Un acquedotto no, se non è in pressione; e gli acquedotti romani erano a scorrimento a pelo libero, dei veri canali, con una pendenza ammirevolmente costante lungo il loro percorso per cui, incontrando un avvallamento, era necessario costruire per forza un ponte che permettesse di mantenere esattamente quella pendenza. Ogni variazione di pendenza crea casini inimmaginabili a noi tizi qualunque, ma un ingegnere ve li spiegherebbe per bene.

Dunque, i geniacci hanno postato tratti di acquedotti sopravvissuti per una quindicina di secoli senza manutenzione a confronto con un ponte autostradale. La differenza? Ad esempio il carico, in secondo luogo i principi della struttura.

Dai, anche se non siamo ingegneri, pensiamo al carico: in un acquedotto il carico dell’acqua che passa nel canale è piccolo, costante e distribuito uniformemente (se l’acquedotto è fatto bene come quelli romani) lungo tutto il tratto. Una situazione ideale per non scassare una struttura.
In un ponte stradale questo non succede, perché i camion e le auto che pesano tonnellate arrivano e vanno. Oltre tutto lo fanno velocemente, il che peggiora le cose. Vi siete mai chiesti quanto sollecitate un ponte quando ci passate sopra? Vi siete mai chiesti perché, quando un ponte non è molto robusto, c’è il limite di velocità? Mica perché degli ansiosi stradini abbiano paura che non riusciamo ad andare dritti sul ponte, no, il limite c’è perché più veloci passiamo e più “prendiamo a botte” il ponte!

Quei limiti li rispetto sempre e ho anche un po’ di fifa. Tanto per non sbagliare.

Sulla struttura non mi addentro, perché ribadisco di non essere ingegnere, ma noto solamente qualcosa di visibile: il ponte romano è ad archi, il ponte Morandi era a campate “quasi piane” con stralli. Ci sarà una differenza no? C’è eccome, ma non ve la posso spiegare, per il motivo di cui sopra. Che ne sa un biologo di strutture dove gli elementi lavorano tutti a pressione e altre in cui lavorano in parte a trazione? Su’pò, non ne so niente, lasciamo perdere.

Ora, quando gli esperti strutturisti avranno esaminato i resti del ponte, i filmati, le testimonianze dei presenti sopravvissuti, probabilmente trarranno delle conclusioni e diranno: il ponte è crollato perché questa cosa qua ha ceduto e ha ceduto perché a), b), c).

E qui viene la parte importante. Perché noi dovremmo ascoltare quello che ci diranno questi ingegneri e quelle informazioni serviranno per evitare che si ripetano gli eventi che hanno determinato il crollo e le morti.
Il problema sapete qual’è? Che in Italia non si impara quasi mai dagli errori, perché le relazioni tecniche che spiegano le cose vengono messe in un cassetto immediatamente dopo essere state consegnate, soprattutto quando quello che dicono non risulta comodo per il politico di turno, o per il suo sponsor, che fa lo stesso, in generale non piacerebbero a noi cittadini qualunque, incompetenti in fatto di tecnica, ma molto preoccupati e arrabbiati.

A noi basterà che qualcuno indichi un colpevole, un soggetto su cui scaricare il nostro odio e su cui vendicarci per sopravvivere alla terribile frustrazione che proviamo ogni volta che accade qualcosa del genere, oppure al terrore di doverci guardare allo specchi e dire: Oh mio Dio, che cazzo abbiamo fatto!?!

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