Online non sempre

L’enorme possibilità di effettuare acquisti e accedere a servizi non ha solo aspetti positivi.

Sono uno che acquista online, sia prodotti a basso prezzo che cose “più serie”. Nel corso del tempo ho acquistato cavetti per tablet da 3€ ma anche un telemetro professionale da oltre 3000€. Tutte cose che a Udine non trovavo in nessun negozio “fisico”, ma venivano offerte da negozi “virtuali”, o meglio commercianti che basano il loro sistema di vendita su un sito web.

Il “contro” di tutto questo è che mi trovo imbrigliato in un groviglio di password, account, username, che ogni volta è un delirio fra carta di credito sicura (?), prepagata, bonifici. La fattura arriva, non arriva. Si ma la consegna è rapidissima. Forse.

L’ultimo episodio pochi giorni fa. Devo acquistare per lavoro dei particolari filtri, con “fori” estremamente piccoli (45 millesimi di millimetro). Individuo un’azienda che li vende. Provo ad acquistare. Mi fanno compilare una pila di documenti che manco all’Agenzia delle Entrate. Dopo un paio di giorni mi rispondono (in modo poco cortese) che non possono vendermi prodotti perché sono un “privato”. Rispondo loro che in Italia il titolare di una Partita IVA esercente una professione non è un privato, ma è assimilato a un’azienda. Risposta (poco) parafrasata: fottiti.
Trovo un’altra azienda che vende il medesimo prodotto. Per creare un account sul loro portale vendite impiego 30″, ma per fare l’ordine impiego 30′. Perché il portale sembra essere mosso da un motore a vapore alimentato con la paglia di grano, ogni operazione è talmente lunga che mi sembra di essere tornato al giorno in cui avevo un modem a 56k e comparvero i primi siti carichi di grafica, dove una paginetta del cavolo richiedeva il download di 5 Mb (all’epoca erano tantissimi).

Fatto l’ordine, mi rassicurano dicendo che il prodotto da me richiesto arriverà il 17 maggio, ovvero dopo tre giorni. Tempi paragonabili a quelli della famosa azienda di vendite online che è continuamente sulla bocca di tutti. Fatto sta che il 17 maggio non arriva nulla, ma sulla scheda online del mio ordine lo stato di “consegna” passa da 17 maggio a “will advise“. Tranquillo, ti avviseremo.

Tranquillo un c…o! Quella roba mi serve per lavoro. Hai presente il concetto di “fare qualcosa in cambio di denaro”? Certo, vale per l’avvocato principe del foro e per la prostituta, o per il biologo ambientale libero professionista. Il lavoro richiede programmazione. Se non so quando arriverà il materiale, non posso fare programmazione. Né presidiare il recapito in modo da esserci quando arriverà l’agognato pacchetto. Perché io non ho un’azienda con 20 dipendenti che mi garantiscono di avere sempre qualcuno in sede. La mia sede legale è casa, il mio ufficio è una station wagon carica di attrezzi e strumentazione. Va bene, sono cavoli miei, non vostri.

Purtroppo nel commercio online queste cose si risolvono in una formale richiesta di chiarimenti, a cui l’azienda risponde per forza con un “non lo sappiamo nemmeno noi, ti avviseremo”.

Eh ma se fosse stato un negozio fisico, per ottenere questa risposta avresti dovuto andarci di persona e perdere un sacco di tempo. Si, o forse no. In passato, quando mi rivolgevo solo a negozi fatti di muri, scaffali e persone c’era un elemento straordinario: le persone. Il negoziante, che ti aveva di fronte e la cui vita era incentrata sul vendere prodotti, non ti prendeva per i fondelli. Alcuni ci provavano, ma se non erano veramente gli unici venditori di un dato prodotto di nicchia, finivano per perdere tutti i clienti. Il commerciante telefonava a un’altra persona, il concessionario della ditta produttrice, il magazziniere, qualcuno che aveva idea di perché la merce non fosse disponibile e sapeva stimare quando lo sarebbe stata.

Nel mondo dei negozi fatti di bit questo non accade mai. Ti confronti con un indirizzo di posta elettronica generico o con un form da compilare. Dall’altra parte a volte c’è un gruppo di impiegati che fatica a comprendere la correlazione clienti stipendio oltre una certa dimensione dell’azienda. Altrimenti c’è un esercito di ragazze che lavorano in un call center, spesso nemmeno della società a cui ti rivolgi ma in affitto. Lavoratrici giovani, a volte molto sveglie e con un dottorato di ricerca in tasca, ma messe a lavorare in una specie di batteria industriale dove o sei alienata, o assumi acido lisergico regolarmente, oppure passi le giornate a stringere con forza la matita, fino a farti venire le nocche bianche, per resistere al desiderio di rispondere al cliente analfabeta funzionale di turno che deve ficcarsi qualcosa nel retto. Qualcosa di più grosso di una matita, in genere.

Boh, insomma, io aspetto impazientemente il mio pacco, continuerò ad acquistare online ciò che non trovo in un negozio fisico nel raggio di 20 km da casa, ma questo metodo mi sembra stia dando risultati inferiori alle attese, salvo che sotto il profilo degli utili che, a quanto dicono, sono favolosi.

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