Social Rehab

E’ possibile tornare ad avere un sistema di relazioni analogo a quello del 1994?

Per la seconda volta nella mia “carriera” di internauta ho fatto logout da Facebook. Continuo ad avere un account attivo, continuo a postare attraverso altri social e app, ma non ho più la app sul telefono né uso l’interfaccia web. Non so nulla di ciò che sta passando FB da un paio di settimane. Non ho notizia di amici veri e virtuali, non leggo post di Matteo & Matteo, non leggo i post di organi di informazione (vera o presunta) che hanno canali su FB.

Premesso che sospetto di essere affetto da una forma moderata di disturbi nella sfera delle relazioni sociali, la svolta nella mia vita avvenne fra 1994 e 1995, quando potei attivare un account presso il Centro di Calcolo dell’Università degli Studi di Trieste, attraverso cui potevo accedere alla rete di allora. All’inizio utilizzavo i terminali collegati a un mainframe su cui girava Unix. Schermo nero, fosfori gialli. La prima cosa che usai fu la posta elettronica: una meraviglia! Potevo fare arrivare ad altri svalvolati nerd un testo nell’arco di secondi, o minuti, anche attraverso l’Atlantico.

Tu che sei nato nel 2000 non ti rendi conto di cosa significasse quella rivoluzione!

Scoprii l’esistenza delle mailing list  e capii che avevano tre pregi (per me) enormi:

  1. potevo comunicare con una comunità di persone distribuite in qualunque angolo del mondo raggiunto dalla rete telefonica;
  2. a nessuno importava che fossi uno studentello di un’università alla periferia dell’Italia;
  3. la mia innata timidezza e ritrosia nel rapportarmi con altri persone non avevano effetto via rete!

Iniziai a seguire dei newsgroup e ml e ne trassi immensi vantaggi, connettendomi con un numero impensabile di speleologi italiani, di ecologi di tutto il mondo, di pescatori a mosca, di appassionati di montagna italiani e di altri paesi. Le due mailing list Speleoit e AlpList divennero una specie di realtà parallela, popolata di persone che avevano i miei interessi. Ovviamente frequentavo anche “fisicamente” speleologi e alpinisti, ma sentivo che il Friuli e Trieste erano scatole troppo piccole per la mia incontenibile curiosità e voglia di raccontare luoghi ed esperienze.

Creai un sito web a partire dal 1995, ma quello era uno strumento uno -> molti. Il bello di ml e ng era che creavano relazioni molti <-> molti.

I social network come li intendiamo oggi sono comparsi più tardi. A differenza di una ml o di un ng si basano fondamentalmente su un uso smodato delle immagini, permettono di “condividere” contenuti creati da altri, consentono di scegliere chi avrà accesso alle nostre esternazioni, comprese quelle profondamente intestinali.

Qui nasce un problema, legato ai pregi delle ml che ho elencato: chiunque può scrivere su Facebook quello che gli pare, vincendo una timidezza che probabilmente avrebbe di persona, raggiungendo potenzialmente milioni di persone e rimanendo sostanzialmente nascosto. Perché quanto ti “iscrivi” a FB devi comunicare un nome e un indirizzo a-mail. Chi tu sia veramente, non lo sa nessuno.

Io sono iscritto a FB come Giuseppe-A. Moro, perché non ho nulla da nascondere, ma ci sono decine di migliaia di account che risultano associati a nomi fittizi.

Facebook ha avuto effetti ragguardevoli sulla mia vita. Innanzitutto mi ha permesso di tessere una rete di relazioni reali che è più ampia di quella che avevo prima di accedere a questo social, alcune relazioni molto importanti sono nate o si sono sviluppate grazie a questo canale.

Ma c’è il rovescio della medaglia. Ogni giorno, accedendo a FB, leggevo i post di alcune centinaia di persone, fra cui diversi post che veicolano messaggi e idee con cui non sono per nulla d’accordo. Ma finché si tratta di opinione, è giusto e da persone adulte accettarle. L’opinione altrui, anche se non condivisa, è un’opinione.

Quello che mi manda in bestia dei social è che si diffondono informazioni false e opinioni vengono presentate come verità o pareri fondati su dati ed esperienze oggettive.

Sui social siamo tutti allenatori della nazionale, tutti economisti, tutti medici, tutti ingegneri, tutti esperti di diritto. In realtà non siamo nulla di tutto ciò, siamo milioni di persone con conoscenze, esperienze e intelligenze limitate. Ma dato che c’è la possibilità di emettere le flatulenze del nostro cervello e farle pervenire a centinaia, migliaia o decimigliaia di persone, questa cosa ci gratifica incredibilmente.

Ancora più gratificante è il “like”. Nella vita di ogni giorno, io stesso mi sento poco considerato. Recentemente ho scoperto che non riesco a farmi dare retta neppure dal concessionario auto a cui ho detto “voglio questo modello, pago subito cash”. Tre mail per chiedere “allora formalizziamo sto ordine?” e non mi ha mai risposto.

Capirete che, innanzitutto quel concessionario può andare allegramente a quel paese, ma l’adrenalina che ti monta quando vedi comparire un “like” su un tuo post, è come un droga. Immaginate Fantozzi che riceva uno, due, dieci “like”. Una botta di vita! Rinuncereste a questo?

E’ una forma di dipendenza, psicologica più che fisiologica, ma dato che sono convinto assertore dell’influenza della mente sul corpo, direi che andiamo vicino a una tossicodipendenza classica. Non è ancora tanto di moda parlarne, ma al momento giusto i mezzi di disinformazione di massa, che fanno capo ai social, dovranno prendere in considerazione la splendida opportunità che deriva da una fasulla autocritica.

Avete mai analizzato la relazione fra i titoli di un post e il contenuto dell’articolo a esso collegato? Parlano più o meno della stessa cosa, ma il titolo è fatto in modo da essere una scintilla in un deposito di benzina dove ci sono molte perdite. Il deposito di benzina siamo noi e la nostra frustrazione quotidiana sono le perdite. Una scintilla e buum!

Buum significa che centinaia di persone commenteranno, spesso in modo irrazionale, quasi sempre con livore. Altre si scaglieranno contro i commentatori, attaccandoli con altrettanto livore e scarsità di logica. Una reazione a catena.

Vi ricordate le scazzottate nei saloon dei film con Bud Spencer e Terence Hill? Una cosa del genere. Parte una scazzottata e dopo un pò tutto il locale è una baraonda di cowboys che si prendono a sediate in testa. I social sono più o meno così, ma non servono burbon, nemmeno di pessima qualità. Non ti servono proprio nulla, a parte  la soddisfazione di prendere un like o di generare una rissa. Si, perché ci sono quelli che, come nella vita reale, godono nel seminar zizzania e traggono piacere dal dispiacere altrui. In termini generici si definiscono “persone cattive” e ce ne sono molte, anzi moltissime. Il brutto dei social è che induce a comportamenti di estrema cattiveria persone che, nella vita reale, sono dei pezzi di pane. Ma qualche frustrazione ce l’hanno, è la perdita di benzina dal serbatoio, basta una scintilla e buuum!

Dato che non ho la saggezza sufficiente per gestire tutto questo ciarpame, questo odio, questa puzza di frustrazione e cattiveria, ho fatto logout e potete leggere i miei post solamente perché vi arrivano tramite condivisioni. Potete cliccare like, potete scrivere un commento tipo “mona, non hai capito un ostia”, ma io non lo saprò, perché ho fatto logout e sto lavorando alacremente per depurare la mia anima. Ho abbastanza difetti, non mi servono quelli altrui.

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